nel fiore

20 settembre 2014 § Lascia un commento


Sotto la superficie le urla

Giancarlo Majorino

Un passo pronunciato nel fiore
della guerra più breve e giusta, un passo
d’anima e di misura, completo, senza
nome. La porta, il privilegio di un boccascena,
la gloria degli eserciti, tutti i possibili
ma non la cosa, il ricordo della cosa. I passi
da casa all’asilo nei soldati.

Iliade, 6 – 8

20 agosto 2014 § Lascia un commento


 

Secondo Esiodo, le Moire sono state generate dalla Notte, o sono state generate da Zeus (la luce) e da Temi, a sua volta figlia di Urano e di Gea. Secondo una terza tradizione, sono figlie di Ananke, il destino ineluttabile. Cloto, Lachesi e Atropo. La prima fila, la seconda dà la lunghezza del filo (la durata della vita) e la terza recide. Se si tolgono loro tre, Zeus ha in mano il potere di decidere tutto. E in queste pagine Omero lo scrive in modo chiaro e inequivocabile, quando immagina Zeus con la sua bilancia accordare i propri favori alla compagine troiana.

Ne muoiono molti di soldati, sia troiani che achei. Queste pagine assomigliano a un lungo necrologio. Atena continua a dare forza e luce (di nuovo, anche lei) a Diomede, e sulle prime i troiani sembrano avere la peggio. Almeno fino a quando dall’Olimpo non arriva il dispaccio che impone a tutte le divinità di non parteggiare più per alcuna delle fazioni. Aiace Telamonio fa scendere la notte su Acamante, Diomede uccide Assilo, Eurialo toglie le armi a Dreso e Ofeltio. Per mano sua muoiono anche Pedaso ed Esepo. L’essere nati da una ninfa non li dispensa dal destino che Lachesi, per mano di Diomede, ha stabilito loro.

In queste pagine si produce uno scarto narrativo, e di sostanza, rispetto a quanto narrato finora. Glauco si ritrova a pronunciare queste parole a Diomede, quando gli viene chiesto chi sia, a quale stirpe appartiene: “La stirpe degli uomini è come quella delle foglie. Il vento ne sparge molte a terra, e la selva rigogliosa ne crea delle altre. Così come la stirpe degli uomini: una sboccia e l’altra sfiorisce”. Forse più della presenza e dell’aiuto capriccioso dei celesti, queste parole riescono ad aprire e spiegare (dispiegare) l’orizzonte su cui si staglia tutto l’assedio, tutta la guerra.

Siamo, poi, piuttosto distanti dai primi ritratti femminili di Euripide, i neòteroi sono lontani almeno sei secoli, quasi lo stesso numero di secoli che separa queste vicende da Enea, e dalla sua Didone, ma c’è un secondo passaggio che illumina la scena (una scena domestica). Le donne troiane, all’interno delle mura della città, offrono dei pepli ad Atena, per stornare l’avversione e ingraziarla (non hanno voluto imparare che alla volontà degli dei, alla cecità del destino, non c’è rimedio). Ma Ettore l’ha capito. Più che capirlo, l’ha sentito. E la cosa è di tutta evidenza, e di schiacciante attualità, quando si ritrova di fronte alla moglie Andromaca.

La donna, che ha in braccio loro figlio, Astianatte, chiede a Ettore di non morire, di non continuare la battaglia. Per mano di Achille, lei ha già perso sette fratelli, e il cucciolo che tiene tra le sue braccia non avrà una sorte migliore: Ulisse consiglierà a Neottolemo (figlio di Achille) di buttarlo dalle mura di Troia, così da spezzare una volta per tutte la discendenza di Priamo. (Ma, come una foglia muore, ecco una nuova spuntarne: Enea continuerà comunque la stirpe troiana, Virgilio fonderà così le origini di Augusto e scriverà un poema sottilmente ambiguo e irrisolto).

“Ettore, tu quindi sei per me padre e madre amata, e fratello. Per me tu sei il meraviglioso sposo”. Quando Andromaca dichiara la sua appartenenza a Ettore con queste poche parole, Ares, Apollo, Era, Atena scompaiono. C’è solo una donna che chiede al proprio marito di non morire. Ettore ha facile gioco nel risponderle, ha dalla sua il dovere, le dice nessun mortale, una volta nato, può sfuggire al destino che gli è stato imposto, che lui non può battere in ritirata né nascondersi, ma deve rimanere in prima fila, a perpetuare il nome del padre Priamo. E dice che preferisce morire in battaglia, difendendo Ilio, che comunque sarà abbattuta, piuttosto che sentire le urla di lei fatta schiava, oggetto in mano ai vincitori. E in breve, Ettore raggiunge Paride, gli rimprovera la mancanza di volontà e gli dice di prepararsi per la battaglia.

Una battaglia vigliacca, quella di Paride: si batteva nella distanza, con l’arco, un’arma malvista all’epoca (ancora la luce obliqua di Apollo, il migliore degli arcieri). Ma il punto è che anche lo scontro tra Ettore e Aiace sembra un gioco tra pupi, e la stessa bilancia di Zeus appare fallata rispetto al peso delle parole di Andromaca. Si ha l’impressione che proprio tra quelle parole sia stato piantato uno dei primi semi della modernità: gli occhi di Andromaca vedono un uomo, un padre di famiglia, non vogliono più vedere in Ettore un guerriero, un capo di stato. Lei segue la legge dell’affetto, lui si trincera nel ruolo, quasi si nasconde nella legge dello stato. Non siamo tanto distanti, alla fine, da Sofocle e dalla sua Antigone.

di una Minerva

19 agosto 2014 § Lascia un commento


 

Ne muoiono tanti,
altri restano nella distinzione
tra questo niente e l’infanzia.
Da un angolo, come da un lungo
centro, sollevano una domanda
e tutta la città è quest’unico sacramento,
un giro di pioggia sulle dita del balcone,
o sull’erba più alta nella consegna del polline.
La bellezza torna nelle periferie,
in un bicchiere d’orzo dalle labbra agli occhi,
dagli occhi alla testa di una Minerva.

Altri occhi qui, e qui.

Iliade, 1 – 5

11 agosto 2014 § Lascia un commento


 

Sto rileggendo, a distanza di venti anni dalla prima volta in cui ho affondato la testa in quelle pagine, l’Iliade. Di volta in volta, senza una scadenza precisa o pensata, riporterò delle impressioni. Niente di esaustivo, solo quanto mi è rimasto negli occhi, nella testa, nel petto.

I-IV Finora ho capito che Paride è un furbacchione (si prende i doni di Afrodite e Apollo senza alcun senso di responsabilità), Elena non è che vorrebbe giacere con lui più di tanto, Zeus non tiene fede ai patti (come anche Paride, del resto) e Menelao per ora (sono ai primi cento versi proprio del quarto libro) è cornuto e ferito, lievemente, a una coscia. Su tutto, l’ombra scura di luce di Febo, che mi sembra la divinità più lontana, altera, sulfurea dell’Olimpo. apollolauro

IV-V Quando Omero scrive della morte di un soldato (poco importa se acheo o troiano) usa questa espressione: la notte gli cade sulla vista. Agamennone passa in rassegna tutte le sue genti e ingaggia il primo vero scontro del poema.

Tra tutti i troiani spicca Enea. Diomede, illuminato da Atena, vuole ucciderlo, ma Afrodite (madre di Enea) lo nasconde sotto il proprio peplo. Diomede è una furia e ferisce Afrodite alla mano. Interviene allora Apollo, che intima a Diomede di non mettersi sullo stesso livello di un dio. Apollo ringhia più che parlare.

Stupisce la precisione chirurgica con cui Omero (Omero o chi per lui) descriva le bocche sfondate dalle lance con le punte in bronzo, i denti frantumati, le spalle divelte dai colli, il clangore che le armature producono quando i toraci trafitti cadono a terra senza vita, appunto senza più luce.

Il Panico, il Terrore e la Furia (Deimòs, Fòbos e Eris) impazzano. La stessa Afrodite, ferita da Diomede, sanguina. Ma propriamente non sanguina: rilascia un liquido chiamato “ichòr”, una parola che sfugge ancora a ogni etimologia. Come a dire che queste divinità ci eludono ancora nella loro intima natura. Come noi a noi stessi.

L’immagine riproduce la porzione di un vaso, datato 405-385 a.C., che ha per tema generale la nascita di Dioniso. Il vaso si trova al Museo Nazionale Archeologico di Taranto. Apollo ha una corona di alloro e un ramo di alloro in mano. La fonte dell’immagine è su questa pagina. (Quanto, poi, al rapporto tra Dioniso e Apollo, una lettura del Dioniso di Kerenyi aiuterebbe).

il tuo nome non è astratto

28 luglio 2014 § 1 commento


 

Ne muoiono tanti,
altri restano nella distinzione
tra questo niente e l’infanzia, tra i tuoi smalti
e l’inferno. Da un angolo
come da un lungo centro sollevano una domanda,
una seconda richiesta. Ora, che sia tutta la città
quest’unico sacramento, un giro
di pioggia sulle dita del balcone o sull’erba
più alta nella consegna del polline…
Ora sei figlia, stai sulle spalle, il tuo nome
non è astratto, il cielo è intuito.

Altri cieli qui, e qui.

senza un peso

21 luglio 2014 § Lascia un commento


 per R.

Prepara lentamente
il nome la felicità, si allontana
dalle parafrasi e torna
alle ciglia d’oro senza un peso,
lascia la città perfetta
alla città che resta identica.

latte dopo latte

19 luglio 2014 § Lascia un commento


 

Le mani di mia madre
latte dopo latte, per l’esempio
della semina.

Non imparano il volo, stanno
sul foglio chiaro del paese, sul
resto del mondo.

La vera parola è un ritorno,
un cardine più intimo e reale nell’evento,
dagli occhi alla testa di una Minerva.

 

Altro latte qui, e qui.