Blue (over and over again)

31 ottobre 2014 § 1 commento


Bob Dylan, 60′s.

Oscar Peterson, 50′s.

Billie Holiday, 50′s.

(A different kind of) Blue

30 ottobre 2014 § Lascia un commento


Forse è il caso di ascoltare Derek Jarman che, ormai cieco e rotto, qualche mese prima di morire, parla di Derek Jarman. Info wiki qui.

Vetro

16 ottobre 2014 § Lascia un commento


Ordine e ferocia hanno ormai lo stesso nome.

Sulla scrivania della stanza da letto, sopra un panno quadrato di cotone blu, ho disposto tutte le compresse che Alberto dovrà assumere nella giornata. Sulla sinistra, accanto al pitosforo dentro un piccolo vaso di terracotta bombata, c’è una pillola gialla. Appena sotto la pillola gialla c’è un foglietto di carta su cui ho scritto donepezil. Alla destra di questa pillola gialla ce n’è una seconda, di un giallo meno smorto, più lunga. Poi un secondo foglietto su cui ho scritto rivastigmina. C’è un antiemetico, simile nella forma al donepezil, e si trova ancora più a destra. Non so perché, ma Alberto non ha bisogno di alcuna indicazione scritta per sapere a cosa serva esattamente questa seconda pillola giallina. Fuori del perimetro del panno blu ci sono una brocca d’acqua e alcuni bicchieri di carta. La brocca è di plastica trasparente, così Alberto sa quando l’acqua sta per finire, può dirmelo. O, se la giornata è buona, può arrivare in cucina, aprire uno dei due rubinetti e riempirla.

Non so ancora se questa sia una giornata buona. Alberto è in bagno. Se ne sta lì dentro silenzioso, calmo. Non sento alcun rumore raggiungermi, solo un fruscio. Quando sento battere sulla maniglia la fede che Alberto porta ancora al dito allora so che devo alzarmi e fare finta di essere dentro la sua camera per avere dimenticato qualcosa. Devo esserci. Lui mi guarda con i suoi occhi grigi, mi saluta, spesso mi dà del lei, poi si siede s’una estremità del letto. Passa i palmi delle mani sul copriletto come se volesse accarezzarlo. La fronte si corruga, gli occhi si scuriscono, eppure mi sorride. Riesce a sorridermi una seconda volta e mi chiede chi sono, mi chiede perché una signora così fresca si trovi dentro quella stanza, con lui. Una stanza così polverosa. “Guardi”, aggiunge qualche volta, “guardi lì sulla finestra. Anche la luce è così piena di polvere. Non si può più vivere così. Se uno deve pulire anche la luce non si può più vivere.”

La giornata è passata, e prima di andare a dormire ho pensato che sarebbe stato utile, per me, e solo per me, recuperare della carta, una penna, e trovare almeno un’ora ogni giorno per scrivere.

Ora posso dormire. Un sonno leggero in ogni caso, ma il ritmo del respiro è più quieto. Da alcuni giorni scrivo con una matita su una rubrica telefonica recuperata dallo studio di Alberto, rimasta sepolta da chissà quanto tempo sotto alcuni registri dei corrispettivi. Ho preso la rubrica, l’ho aperta sulla prima pagina, quella dell’intestazione, e ho iniziato a scriverci sopra. Metto dentro questa cosa di carta tutte le parole che mi avanzano, quando mi accorgo che la sedazione cui costringo Alberto per farlo addormentare, e spesso non vorrei, ha iniziato il suo giro per le vene. Mi siedo e scrivo.

Alberto ora dorme, io sono in cucina, seduta a capotavola. Sono da sola, ho un bicchiere di latte caldo, queste parole che infilo una dopo l’altra, e penso che Alberto abbia ragione. Certe volte è necessario pulire anche la luce.

(della guerra) più breve e giusta

9 ottobre 2014 § 1 commento


Un passo pronunciato nel fiore
della guerra, un passo completo, senza
nome. La porta, il privilegio di un boccascena,
la gloria degli eserciti, tutti i possibili ma non
la cosa, il ricordo della cosa. I passi da casa
all’asilo, nei soldati.

Ordinary People

23 settembre 2014 § Lascia un commento


 

Ordinary-People-PosterOrdinary People, prima regia di Redford, è quasi teatro da camera, è una cosa perfetta. Nel 1981 si è ritrovato nominato come miglior film, agli Academy Awards, insieme a Raging Bull, The elephant man, The Stuntman e Tess. Timothy Hutton vinse l’Oscar come miglior attore non protagonista.

Il suo personaggio, Conrad Jarrett, se gli si toglie una leggera patina di sentimentalismo, ricorda in modo impressionante un altro adolescente silenzioso e rabbioso: Alessandro, dai “Pugni in tasca”, di Bellocchio. Anche questo, un film d’esordio. Insomma, non avevo mai visto Ordinary people, ed è stato un errore.

(E mi chiedo quante cose del Bergman maturo – Sinfonia d’autunno, Scene da un matrimonio - abbia visto Redford, prima di scegliere romanzo da trattare, fotografo di scena, attori. Se abbia visto Interiors di Allen. E quanto poi di Redford abbia usato Allen per September, Another Woman.)

nel fiore

20 settembre 2014 § 1 commento


Sotto la superficie le urla

Giancarlo Majorino

Un passo pronunciato nel fiore
della guerra più breve e giusta, un passo
d’anima e di misura, completo, senza
nome. La porta, il privilegio di un boccascena,
la gloria degli eserciti, tutti i possibili
ma non la cosa, il ricordo della cosa. I passi
da casa all’asilo nei soldati.

Iliade, 6 – 8

20 agosto 2014 § Lascia un commento


 

Secondo Esiodo, le Moire sono state generate dalla Notte, o sono state generate da Zeus (la luce) e da Temi, a sua volta figlia di Urano e di Gea. Secondo una terza tradizione, sono figlie di Ananke, il destino ineluttabile. Cloto, Lachesi e Atropo. La prima fila, la seconda dà la lunghezza del filo (la durata della vita) e la terza recide. Se si tolgono loro tre, Zeus ha in mano il potere di decidere tutto. E in queste pagine Omero lo scrive in modo chiaro e inequivocabile, quando immagina Zeus con la sua bilancia accordare i propri favori alla compagine troiana.

Ne muoiono molti di soldati, sia troiani che achei. Queste pagine assomigliano a un lungo necrologio. Atena continua a dare forza e luce (di nuovo, anche lei) a Diomede, e sulle prime i troiani sembrano avere la peggio. Almeno fino a quando dall’Olimpo non arriva il dispaccio che impone a tutte le divinità di non parteggiare più per alcuna delle fazioni. Aiace Telamonio fa scendere la notte su Acamante, Diomede uccide Assilo, Eurialo toglie le armi a Dreso e Ofeltio. Per mano sua muoiono anche Pedaso ed Esepo. L’essere nati da una ninfa non li dispensa dal destino che Lachesi, per mano di Diomede, ha stabilito loro.

In queste pagine si produce uno scarto narrativo, e di sostanza, rispetto a quanto narrato finora. Glauco si ritrova a pronunciare queste parole a Diomede, quando gli viene chiesto chi sia, a quale stirpe appartiene: “La stirpe degli uomini è come quella delle foglie. Il vento ne sparge molte a terra, e la selva rigogliosa ne crea delle altre. Così come la stirpe degli uomini: una sboccia e l’altra sfiorisce”. Forse più della presenza e dell’aiuto capriccioso dei celesti, queste parole riescono ad aprire e spiegare (dispiegare) l’orizzonte su cui si staglia tutto l’assedio, tutta la guerra.

Siamo, poi, piuttosto distanti dai primi ritratti femminili di Euripide, i neòteroi sono lontani almeno sei secoli, quasi lo stesso numero di secoli che separa queste vicende da Enea, e dalla sua Didone, ma c’è un secondo passaggio che illumina la scena (una scena domestica). Le donne troiane, all’interno delle mura della città, offrono dei pepli ad Atena, per stornare l’avversione e ingraziarla (non hanno voluto imparare che alla volontà degli dei, alla cecità del destino, non c’è rimedio). Ma Ettore l’ha capito. Più che capirlo, l’ha sentito. E la cosa è di tutta evidenza, e di schiacciante attualità, quando si ritrova di fronte alla moglie Andromaca.

La donna, che ha in braccio loro figlio, Astianatte, chiede a Ettore di non morire, di non continuare la battaglia. Per mano di Achille, lei ha già perso sette fratelli, e il cucciolo che tiene tra le sue braccia non avrà una sorte migliore: Ulisse consiglierà a Neottolemo (figlio di Achille) di buttarlo dalle mura di Troia, così da spezzare una volta per tutte la discendenza di Priamo. (Ma, come una foglia muore, ecco una nuova spuntarne: Enea continuerà comunque la stirpe troiana, Virgilio fonderà così le origini di Augusto e scriverà un poema sottilmente ambiguo e irrisolto).

“Ettore, tu quindi sei per me padre e madre amata, e fratello. Per me tu sei il meraviglioso sposo”. Quando Andromaca dichiara la sua appartenenza a Ettore con queste poche parole, Ares, Apollo, Era, Atena scompaiono. C’è solo una donna che chiede al proprio marito di non morire. Ettore ha facile gioco nel risponderle, ha dalla sua il dovere, le dice nessun mortale, una volta nato, può sfuggire al destino che gli è stato imposto, che lui non può battere in ritirata né nascondersi, ma deve rimanere in prima fila, a perpetuare il nome del padre Priamo. E dice che preferisce morire in battaglia, difendendo Ilio, che comunque sarà abbattuta, piuttosto che sentire le urla di lei fatta schiava, oggetto in mano ai vincitori. E in breve, Ettore raggiunge Paride, gli rimprovera la mancanza di volontà e gli dice di prepararsi per la battaglia.

Una battaglia vigliacca, quella di Paride: si batteva nella distanza, con l’arco, un’arma malvista all’epoca (ancora la luce obliqua di Apollo, il migliore degli arcieri). Ma il punto è che anche lo scontro tra Ettore e Aiace sembra un gioco tra pupi, e la stessa bilancia di Zeus appare fallata rispetto al peso delle parole di Andromaca. Si ha l’impressione che proprio tra quelle parole sia stato piantato uno dei primi semi della modernità: gli occhi di Andromaca vedono un uomo, un padre di famiglia, non vogliono più vedere in Ettore un guerriero, un capo di stato. Lei segue la legge dell’affetto, lui si trincera nel ruolo, quasi si nasconde nella legge dello stato. Non siamo tanto distanti, alla fine, da Sofocle e dalla sua Antigone.