il tuo nome non è astratto

28 luglio 2014 § 1 commento


 

Ne muoiono tanti,
altri restano nella distinzione
tra questo niente e l’infanzia, tra i tuoi smalti
e l’inferno. Da un angolo
come da un lungo centro sollevano una domanda,
una seconda richiesta. Ora, che sia tutta la città
quest’unico sacramento, un giro
di pioggia sulle dita del balcone o sull’erba
più alta nella consegna del polline…
Ora sei figlia, stai sulle spalle, il tuo nome
non è astratto, il cielo è intuito.

Altri cieli qui, e qui.

senza un peso

21 luglio 2014 § Lascia un commento


 per R.

Prepara lentamente
il nome la felicità, si allontana
dalle parafrasi e torna
alle ciglia d’oro senza un peso,
lascia la città perfetta
alla città che resta identica.

latte dopo latte

19 luglio 2014 § Lascia un commento


 

Le mani di mia madre
latte dopo latte, per l’esempio
della semina.

Non imparano il volo, stanno
sul foglio chiaro del paese, sul
resto del mondo.

La vera parola è un ritorno,
un cardine più intimo e reale nell’evento,
dagli occhi alla testa di una Minerva.

 

Altro latte qui, e qui.

nel giorno pieno #quaderni 10

4 luglio 2014 § Lascia un commento


 

Nessuna parola è l’ultima
e di nuovo il viso,
velato per la prima volta.

Dopo di te, prima di me,
ogni quartiere nel giorno pieno
nell’offerta segreta dei balconi.

 

Altri giorni qui, e qui.

“Mi ha parlato”

2 luglio 2014 § Lascia un commento


Del 1961. Info qui.

Fra il silenzio e la parola

12 giugno 2014 § Lascia un commento


 

Di seguito, una lettura di “La fragilità che è in noi”, di Eugenio Borgna (Einaudi), uscita ieri per il primo amore.

fragilita-che-e-in-noi

La stesura del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia ha tenuto impegnato Leopardi per poco meno di sei mesi, dalla fine dell’ottobre 1829 ai primi giorni dell’aprile 1830. Le suggestioni, la materia dell’ultimo dei grandi idilli, erano arrivate a Leopardi l’anno precedente in seguito alla lettura del Voyage d’Orenbourg à Boukhara fait en 1820, del russo Meyendorff.

Ultimo tra i grandi idilli, quindi, e testo estremamente lungo e frastagliato: sei strofe, sei lunghi, cadenzati passi dentro una domanda, sempre la stessa: Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, / Silenziosa luna? Una domanda che non riesce a divenire ponte, che non apre un dialogo, che non include alcuna possibilità di ascolto da parte della luna (così doveva sembrare a Leopardi, dopo avere letto dei canti che i pastori khirgisi scioglievano durante i pleniluni).

Sei strofe quasi libere da vincoli di rima, con versi nervosi, incerti e continuamente interrotti da una punteggiatura insistita, continuamente spezzati da inarcature dolorose. (Il femminino è per Leopardi un’alterità non solo sconosciuta ma forse inattingibile, inconoscibile). Il silenzio che la luna oppone al vecchio (a un bon sauvage dolorosamente e inaspettatamente lucido, presente a sé stesso e in disarmonia se non in urto con la Natura) e questa terribilità enigmatica e inflessibile riescono a risuonare in alcuni punti fermi del canto. Nella chiusa delle strofe più che altrove: Ma tu mortal non sei, / E forse del mio dir poco ti cale. Nella seconda strofa: Questo io conosco e sento, / Che degli eterni giri, / Che dell’esser mio frale, / Qualche bene o contento / Avrà fors’altri; a me la vita è male. Fino ad arrivare al piombo delle ultime sillabe: Forse in qual forma, in quale / Stato che sia, dentro covile o cuna, / È funesto a chi nasce il dì natale.

Questa rima in ale bussa ai limiti di tutte le strofe, ricorda vagamente la rima baciata dell’ottava, ma non dà scampo e sabota ogni possibilità di accettazione (non c’è alcun conforto, alcuna possibilità di conforto) da parte del pastore.

Eppure questa sola rima tradisce un sentiero, lo rende esplicito e lo nasconde ponendolo in una lucida evidenza: Forse s’avess’io l’ale / Da volar su le nubi, / E noverar le stelle ad una ad una. Ed ecco che Leopardi denuncia questo suo scacco e, denunciandolo, trova immediatamente una medicina: la cupa nostalgia riacquista i colori più tenui della mancanza, la mancanza si accende nel desiderio. Questa luce, la luce della fragilità, illumina per un breve giro di parole questo idillio, davvero l’ultimo idillio, greve e insanabile, cui forse può farsi corrispondere un altro testo conclusivo, A se stesso, (nel secondo, centrale rintocco di questa scura poesia Leopardi scriverà: Ora ti riposerai per sempre, o mio stanco cuore).

Ma nel Canto notturno (e con maggiore consapevolezza, alcuni anni dopo, nella Ginestra) il dialogo tenta delle aperture: le ali, ancora loro, dispositivo forte e fragile. E ancora più immediatamente: la fragilità non come mancanza (non ancora) ma come disposizione all’ascolto, come ricerca della solitudine e riapertura dei giochi o, nel suo doloroso rovescio, isolamento, incapacità di empatia, paura.

Fragilità. Su questa parola Eugenio Borgna a scritto un piccolo libro appena pubblicato dalla Einaudi nella collana ‘Vele’ e intitolato La fragilità che è in noi. Ha sempre stupito in Borgna, pur con la sua solidissima preparazione da psichiatra (fenomenologico), una estrema e invidiabile capacità di raccontare con pudore e semplicità i recessi più bui dell’anima umana, specie nel caleidoscopio opaco della schizofrenia, specie nei casi in cui questo dolore silenzioso colpisce il femminile. E in questo testo forse come mai prima Borgna riesce quasi mimeticamente a trattare il tema: una indagine sulla fragilità pensata per brevissimi capitoli, come per paura di sovraccarico.

E cosa accade in queste pagine? Come primo passo di questo racconto Borgna dichiara la fragilità costitutiva dell’animo di ognuno di noi, un momento non necessariamente doloroso e insondabile, fino a considerare la fragilità come grazia, non solo come ombra sul cuore (e sulla mente), che arriva a minare i rapporti interpersonali e che ci impone un supplemento di ascolto o, per rovescio, di necessario silenzio così da accogliere l’alterità ferita di chi ci sta vicino e non chiede che la nostra muta presenza. Fragili sono poi le parole. Le parole del paziente che implorano solo di essere ascoltate senza alcuna intromissione da parte del medico; fragile è il silenzio teso a ricevere il discorso altrui. Fragile è la stessa speranza, sentimento albale che sa rinascere dalla notte della depressione e ha un tremendo bisogno di essere accudito e amato, prima del ritorno ai giorni più sereni e felici di una vita.

Ma fragile è anche l’adolescenza, quando bruciano le passioni di chi si affaccia per la prima volta con una nuova consapevolezza all’età che dista pochi passi dalla maturità; periodo lunghissimo e breve che spesso nasconde le avvisaglie del disagio adulto. E poi la gioia, così leggera e friabile, “una buona stagione sopra il cuore”, per usare le parole di Rilke riportate da Borgna. Fragile è la speranza che segue l’abbandono della fede nell’esperienza fulminante di Teresa di Lisieux; una speranza che spariglia le carte e ridona una costruzione di senso (mistico, in questo caso, totalmente verticale) all’esistenza anche nel riconoscimento (e qui siamo vicinissimi al Canto nottuno, di nuovo) del dolore come elemento cardine della nostra interiorità. E qui Borgna riferisce le parole dure e ineludibili di Georges Bernanos: Sempre più sono persuaso che ciò che chiamiamo tristezza, angoscia, disperazione, come se si abbia a che fare con alcuni movimenti dell’anima, sia invece questa stessa anima.

Il cuore di queste pagine sta tutto nell’accettazione e nella condivisione del nostro comune orizzonte – discontinuo nella sua eterna messa in discussione – di persone fragili che, quando la fragilità non decada in patologia, possano leggere le proprie trasparenze e attraverso questa sofferenza (Borgna scrive: la sofferenza passa, ma non passa mai l’avere sofferto) riescano a ritrovare l’incanto delle ali e tentare, drammaticamente, ancora un volo.

Peace piece

28 maggio 2014 § Lascia un commento


1958, dall’armonia di Some other time, di Leonard Bernstein.