(Through a) glass (darkly)

19 dicembre 2014 § Lascia un commento


 

Di seguito, la traduzione inglese dei primi passi di Vetroper mano di Matilde Colarossi. L’originale del racconto si trova su questa pagina. Il blog della Colarossi è parallel texts.

Order and ferocity have, now, the same name.

On the desk in the bedroom, on a strip of blue cloth, I have aligned the pills that Alberto will have to take during the day. On the left, near the small round vase with the pittosporum in it, there is a yellow pill.

Just under the yellow pill there is a slip of paper on which I have written the word donepezil. To the right of the yellow pill there is a second one, brighter yellow, and longer. And another slip of paper with the word rivastigmine on it. There’s an antiemetic, similar in shape to the donepezil, and it’s farther to the right. I don’t know why, but Alberto doesn’t need written instructions to remember what the second yellow pill is for. A jug of water and some paper cups stand just outside the perimeter of the blue cloth. The jug is transparent plastic, so Albert can see when the water is almost finished and tell me. Or, if it’s a good day, he can go to the kitchen, turn on one of the taps and fill it himself.

I don’t know yet if this is a good day. Alberto is in the bathroom. He’s moving around in there quietly, calmly. I can’t hear anything from outside, just a light rustling sound. When I hear the wedding ring that Alberto still wears hit against the door knob I know it’s time for me to get up and pretend to have forgotten something in his bedroom. I have to be there. He looks at me with those grey eyes of his, says hello – sometimes he calls me Miss – then he sits on one corner of the bed. He runs his palms over the bedspread as if he were caressing it. A frown creases his brow, and his eyes darken, and yet he smiles at me. He smiles a second time and asks me who I am and what such a lovely woman is doing in that room, with him. Such a dusty room. “Look” he adds sometimes, “look there on that window pane. Even the light is full of dust. This is no way to live. There is no sense living if even the light needs cleaning.”

The day ends, and before going to bed I think it might be a good idea, for me, for me alone, to find some paper, a pen, and take an hour at least every day to write.

I can sleep now. A light sleep in fact, but his breathing is more peaceful. For some days now I have been writing in pencil in an old address book I found in Alberto’s study, buried for who knows how long under some balance sheets. I took the address book, opened it and, on the first page, the one with the heading, started scribbling things down. Inside it, I jot down all the words that are left over when I understand that the sedative I make Alberto take to help him sleep, and which I would often prefer not to give him, is flowing through his veins. I sit down and write.

Alberto is asleep now, and I’m in the kitchen, sitting at the head of the table. I’m alone, with a glass of warm milk in front of me, these words that I string together one after the other, and think that Alberto is right. Sometimes even the light needs cleaning.

Ich ruf zu dir

17 dicembre 2014 § 1 commento


Per info su Horowitz, qui. Per info su Busoni (sarebbe bello ascoltarlo un po’ di più), qui.

Nello sguardo dell’altro

14 dicembre 2014 § Lascia un commento


Di seguito, un dialogo avuto con Enrico Macioci sul silenzio. Un dialogo pubblicato sul “primo amore”, reperibile su questo link, insieme a due video; di introduzione e conclusione.

GM: Un verso di Michel Houellebecq recita: La possibilità di vivere / comincia nello sguardo dell’altro. E vorrei iniziare da queste prime parole per isolare e determinare la parola che ci farà compagnia in questo incontro: il silenzio, lo ‘spazio’ di attesa che ci separa e ci unisce dallo sguardo dell’altro. Prendo poi alcune altre parole da Gli esordi, di Antonio Moresco. Scelgo la prima manciata di sillabe con cui inizia il romanzo: Io invece mi trovavo a mio agio in quel silenzio. Due tensioni opposte: l’alterità e l’incontro con sé stessi attraverso il silenzio. Cosa accade, per te, dall’incontro di queste due traiettorie? Ammesso che siano riducibili ad un orizzonte di attesa e di azione.

EM: L’incipit de Gli esordi è uno dei più straordinari che abbia mai letto. E a proposito di alterità c’è la famosa frase ‘Io è un Altro’, scritta da uno che poco tempo dopo si è gettato a capofitto nel silenzio… Credo occorra distinguere fra silenzio e silenzio. C’è un silenzio annichilente dentro cui si perde ogni facoltà creativa (Lord Chandos) e c’è un silenzio mistico, “santo” direi, quello di San Giovanni della Croce, quello cui fa riferimento Moresco. Per me il problema del silenzio incombe sempre, è il ciglio d’un burrone molto prossimo, il vero volto della pagina bianca (la tinta di Moby Dick, il cui autore sprofondò in un silenzio narrativo di decenni) e potrei tradurlo così: perché invece di tacere scrivo?

GM: Ci sono poi due aggettivi che si rincorrono in più testi di Eugenio Borgna (specie nell’ultimo, dedicato alla fragilità): sistolico e diastolico. Il momento della contrazione, del silenzio, dell’accumulo, e il momento del rilascio, dell’apertura (del chaos, si sarebbe detto nel greco antico). Il silenzio come spazio da abitare, non come condanna. Il silenzio come momento di ascolto, come primo atto di significazione o prima linea di costruzione. I lunghi silenzi di costruzione delle prime tre raccolte di Montale, lontane e vicine tra loro di circa diciassette anni l’una dall’altra. C’è poi il silenzio in cui si sono chiusi due irregolari, tra i maggiori dell’Ottocento francese e del primo Novecento italiano: Rimbaud, appunto, e Campana.

EM: È difficile, credo, che il silenzio di uno scrittore (e cioè di uno che mette al centro della propria vita la parola) corrisponda a saggezza. In genere vuol dire difficoltà, dubbio, repulsione o nella migliore delle ipotesi attesa… attesa di tempi migliori. Conrad lasciò da parte Il salvataggio, uno dei suoi capolavori, per vent’anni – e non fu senza gran sofferenza, come lui stesso racconta. Quanto a Campana e Rimbaud, distinguerei così: in Campana si fa sempre più evidente, nel tempo, l’aggravarsi d’un disagio psichico che sfocerà nella follia; in Rimbaud accade invece un fenomeno più raro: un sopravvenuto disinteresse nei confronti della scrittura, un disinteresse che non ha nulla di eroico o studiato e che dunque risulta ancora più scandaloso. Potremmo affermare che l’uomo baciato dal talento verbale più assoluto è anche l’uomo che prima e più d’ogni altro tace. Lui non è pazzo, attenzione; lui è lucidamente disgustato, disilluso, stufo.

GM: Di nuovo Montale, in uno dei suo testi dei diari, in un sussulto gnomico (un sussulto riuscito, bisogna aggiungere) ha scritto dei “due veli dell’impronunciabile”. A queste quattro parole vorrei aggiungere un passaggio dalla riflessione che pochi mesi fa Francesco Giusti ha scritto nel suo Tornare al silenzio: discorso lirico, soggettività e desoggettivizzazione, pubblicato nella rivista Between. Nel parafrasare Carlo Sini, Giusti scrive: “l’ideale può funzionare come nucleo fondativo proprio perché irrealizzabile (in un atto definitivo) e quindi inesauribile (come pratica creativa)”. A me pare che questo ideale (e cosa è l’ideale se non il rovescio di un trauma fondativo?) sia accostabile al silenzio.

EM: È come in una storia d’amore, no? Possiamo idealizzare una persona senza alcun freno finché non la conosciamo, finché non diventa una creatura in carne e ossa che profuma ma anche puzza, ama ma anche odia. Tutto ciò che è davvero creativo è pure – per fortuna – irrealizzabile; ovvero se ne realizza solo una minima parte, in rari casi una discreta parte. L’Amleto, I fratelli Karamazov o Moby Dick non sono che pallide eco dello spunto iniziale, che a propria volta proviene da chissà quale oscura e fonda risonanza interiore, fangosa, assurda, remota… A me piace molto questa sospensione; del resto la nostra stessa vita è una continua sospensione, non solo perché in qualsiasi momento può finire ma soprattutto perché sta sospesa fra un prima e un dopo assolutamente ignoti. Per tornare ai due veli di Montale: è impronunciabile la morte, d’accordo, ma forse ancor più lo è la vita.

GM: Gli accenti di un verso, l’andamento prosodico, poggiano sul silenzio. Il silenzio e l’emissione della voce sono due poli, si attraggono e creano tensione. Tensione comunicativa e, se la riuscita è felice, tensione espressiva. Credo che in Exit strategy Walter Siti, cerco di ricordare a braccio senza sbagliarmi, metta i puntini sulle i: ‘prosa’ viene a noi da prosus, una forma precedente a prorsus, che vuol dire: camminare dritto; mentre ‘verso’ arriva da versus, che indica l’atto del tornare, dell’andare indietro. L’andare a capo, nella narrativa, sembra essere necessitato dallo specchio della scrittura, dallo spazio imposto dal bordo fisico della pagina. Ma l’andare a capo di un verso risponde a cosa? Quale silenzio ritiene questi due tipi di ritorno? Cosa si trova oltre quella soglia?

EM: La prosa (anche la più alta) è pur sempre un gioco dell’ego, laddove la poesia è lo smarrimento dell’ego. Il poeta si perde, non sa più chi è, delira per citare Platone (delirare: andare fuori dai margini). L’andamento di un verso è qualcosa d’inevitabile, se quel verso funziona davvero. È scolpito nella roccia. Proviamo a spostare una sillaba ne L’infinito: è impossibile senza che tutto crolli. Certo il silenzio è là, subito dietro l’angolo, pronto a divorare il senso – ma anche pronto a moltiplicarne i rimbalzi, la forza e la luce. Dalla pagina bianca e muta d’un tratto emerge qualche isola di suono, di significato: e questo rimane a mio avviso l’atto più coraggioso e folle e rivoluzionario che un essere umano possa concepire e realizzare in un cosmo nel quale, prima di noi, non v’era che silenzio.

GM: Quindi esattezza, precisione, per un ritorno al silenzio. Il “silenzio frontale” di De Angelis. Quel silenzio dove eravamo già, tutti, stati? Ogni viaggio come un ritorno.

EM: Direi di sì. Siamo tutti quanti Ulisse. Speriamo di rivedere Itaca.

Blue (over and over again)

31 ottobre 2014 § 1 commento


Bob Dylan, 60’s.

Oscar Peterson, 50’s.

Billie Holiday, 50’s.

(A different kind of) Blue

30 ottobre 2014 § Lascia un commento


Forse è il caso di ascoltare Derek Jarman che, ormai cieco e rotto, qualche mese prima di morire, parla di Derek Jarman. Info wiki qui.

Vetro

16 ottobre 2014 § 1 commento


Ordine e ferocia hanno ormai lo stesso nome.

Sulla scrivania della stanza da letto, sopra un panno quadrato di cotone blu, ho disposto tutte le compresse che Alberto dovrà assumere nella giornata. Sulla sinistra, accanto al pitosforo dentro un piccolo vaso di terracotta bombata, c’è una pillola gialla. Appena sotto la pillola gialla c’è un foglietto di carta su cui ho scritto donepezil. Alla destra di questa pillola gialla ce n’è una seconda, di un giallo meno smorto, più lunga. Poi un secondo foglietto su cui ho scritto rivastigmina. C’è un antiemetico, simile nella forma al donepezil, e si trova ancora più a destra. Non so perché, ma Alberto non ha bisogno di alcuna indicazione scritta per sapere a cosa serva esattamente questa seconda pillola giallina. Fuori del perimetro del panno blu ci sono una brocca d’acqua e alcuni bicchieri di carta. La brocca è di plastica trasparente, così Alberto sa quando l’acqua sta per finire, può dirmelo. O, se la giornata è buona, può arrivare in cucina, aprire uno dei due rubinetti e riempirla.

Non so ancora se questa sia una giornata buona. Alberto è in bagno. Se ne sta lì dentro silenzioso, calmo. Non sento alcun rumore raggiungermi, solo un fruscio. Quando sento battere sulla maniglia la fede che Alberto porta ancora al dito allora so che devo alzarmi e fare finta di essere dentro la sua camera per avere dimenticato qualcosa. Devo esserci. Lui mi guarda con i suoi occhi grigi, mi saluta, spesso mi dà del lei, poi si siede s’una estremità del letto. Passa i palmi delle mani sul copriletto come se volesse accarezzarlo. La fronte si corruga, gli occhi si scuriscono, eppure mi sorride. Riesce a sorridermi una seconda volta e mi chiede chi sono, mi chiede perché una signora così fresca si trovi dentro quella stanza, con lui. Una stanza così polverosa. “Guardi”, aggiunge qualche volta, “guardi lì sulla finestra. Anche la luce è così piena di polvere. Non si può più vivere così. Se uno deve pulire anche la luce non si può più vivere.”

La giornata è passata, e prima di andare a dormire ho pensato che sarebbe stato utile, per me, e solo per me, recuperare della carta, una penna, e trovare almeno un’ora ogni giorno per scrivere.

Ora posso dormire. Un sonno leggero in ogni caso, ma il ritmo del respiro è più quieto. Da alcuni giorni scrivo con una matita su una rubrica telefonica recuperata dallo studio di Alberto, rimasta sepolta da chissà quanto tempo sotto alcuni registri dei corrispettivi. Ho preso la rubrica, l’ho aperta sulla prima pagina, quella dell’intestazione, e ho iniziato a scriverci sopra. Metto dentro questa cosa di carta tutte le parole che mi avanzano, quando mi accorgo che la sedazione cui costringo Alberto per farlo addormentare, e spesso non vorrei, ha iniziato il suo giro per le vene. Mi siedo e scrivo.

Alberto ora dorme, io sono in cucina, seduta a capotavola. Sono da sola, ho un bicchiere di latte caldo, queste parole che infilo una dopo l’altra, e penso che Alberto abbia ragione. Certe volte è necessario pulire anche la luce.

(della guerra) più breve e giusta

9 ottobre 2014 § 1 commento


Un passo pronunciato nel fiore
della guerra, un passo completo, senza
nome. La porta, il privilegio di un boccascena,
la gloria degli eserciti, tutti i possibili ma non
la cosa, il ricordo della cosa. I passi da casa
all’asilo, nei soldati.