dopo l’oro

26 marzo 2015 § 2 commenti


Altre pasque dopo l’oro,
le braccia entrano nel gesto pieno,
la bella cammina con le dita
sulla fuga e questa è la mia giustizia,
questo è il sereno, l’azzurro, respira
sull’orlo e ora queste sillabe,
la chiarezza del pianto prima del nome
quando le mani: la stessa furia del dado
angolo dopo angolo senza limite, cappotto
dentro la forbice, sasso nella luce.

Felix qui potuit rerum cognoscere causas

8 marzo 2015 § Lascia un commento


Produzione 2008. Regia, coreografia, scene di Virgilio Sieni. Maggiori informazioni, qui.

nel breve – quaderni #14

3 marzo 2015 § Lascia un commento


Non ci parliamo, non sanno,
non dai bocca, sai il breve

di un passo.

Neghi la lama
dentro un sole metafisico.

Re: Person I knew

2 marzo 2015 § Lascia un commento


Il primo marzo è scomparso Orrin Keepnews; è scomparso il giorno prima di compiere novantadue anni. La sua zampa, in qualità di produttore, si è posata prima sulla Riverside Records, poi alla Mileston Records, per finire alla Fantasy Records. Grazie a lui possiamo ascoltare registrazioni di Monk, Montgomery, Griffin, Henderson (un elenco wiki qui). E Bill Evans.

Proprio Evans, nel 1962, ha composto un brano intitolato “Re: Person I knew”, finito in Moon Beams; album uscito proprio per la Riverside. “Re: Person I knew” è un anagramma di Orrin Keepnews (che tra le altre cose è stato anche un paroliere e uno storico della musica jazz). Un articolo di “Rolling Stones”, su questa pagina, cerca di rendere giustizia alla sua storia.

passi

24 febbraio 2015 § Lascia un commento


Tuttavia nel costante viluppo di queste liriche tanto dense il tema che più ricorre è l’afasia, un’afasia prima ancora spirituale che verbale, più ontologica che logica o razionale. “Non parla, ascolta, e se parla/ è per ritrovarsi nel saluto”; “E tutto riesce a fuggire,/ solleva furie, asfalto, chiede/ un alfabeto del mondo”; “Voci accese,/ in cammino, voci nel silenzio, inabissate…”; altrove la parola viene definita a più riprese “obliqua” e gli oggetti o i sentimenti si ribadiscono “non definibili”, quasi che la cosiddetta realtà sfugga oramai fra le maglie slargate del linguaggio come sabbia fra le dita. Qui Martella percorre con ambizione e rischio la via più ardua e feconda della poesia moderna, il tunnel di tenebra compressa che parte da Holderlin e dalla sua follia, passa per l’inquietante silenzio di Rimbaud, poi per l’impotenza del Lord Chandos di Hofmannsthal e sfocia infine nelle lacerazioni di Trakl e Celan, nel modernissimo avvitarsi del canto su di sé, nel suo strozzarsi al cappio della ragione o non ragione d’essere. Martella quindi, come ogni vero poeta odierno è costretto a fare, si pone la domanda delle domande: ha senso che io scriva ciò che scrivo? E dopo: ha senso che io scriva? E in assoluto: ha senso scrivere?

Su NewsTown, Enrico Macioci legge e commenta Nel centro della regola, pochi giorni prima della presentazione dell’Aquila. L’articolo integrale si trova su questa pagina.

Alcuni testi della raccolta, insieme alla quarta di copertina, sono reperibili sul primo amore, a cura di Serena Gaudino. Il libro, infine, sul sito dell’editore.

Cucchiaio nella notte

15 febbraio 2015 § Lascia un commento


Di seguito, riporto una lettura sulle prose di Franca Mancinelli. Lettura uscita alcuni giorni fa sul “primo amore”, su questa pagina. Devo emendare: la coppia di parole mala bruna ha origini serbo-croate, non sarde, come erroneamente indicato nella prima stesura di queste note.

Negli ultimi mesi Franca Mancinelli, che da anni scrive esclusivamente poesia, ha pubblicato in diverse riviste, per lo più on-line, alcune prose. Prove brevi, racconti leggeri e accorti, ai limiti dell’atonalità o, al contrario, testi che potrebbero essere definiti senza fatica vere e proprie prose liriche (una tendenza, quella della ritmica di un testo non poetico in senso stretto, che nell’ultimo periodo viene praticata da molti autori; come accade nei testi di Emanuele Tonon, solo per indicare un autore conosciuto dai lettori di questa rivista).

Le prose della Mancinelli sono state ospitate da riviste quali ‘Nuovi Argomenti’, ‘Atelier’, ‘Alfabeta2’, il nuovo blog ‘Interno Poesia’, ‘Forma vera’; e sono due i titoli che si alternano nell’inquadrarle: Un letto di sassi e Tasche finte. Prendiamo un passaggio dell’ultima cosa non in versi, uscita per ‘Forma vera’. Solo un passaggio: Ora viaggio nel buio. Sto arrivando senza vedere cosa mi porta a te. So che stai andando oltre i confini del foglio, delle case, dei campi coltivati. È il tuo modo di venirmi incontro, mancando come un’acqua in cammino, diramando. Ti ho letto nel viso (come si tesseva al variare dei pensieri), guardando dal finestrino, finché c’era luce. Ci sono dei preparativi, un’attesa, il perimetro di una stanza che finalmente è violato e attraversato, un ‘tu’ cui riferirsi, poi tutti i movimenti verso una stazione; movimenti che si specificano in uno strappo. Ma l’incontro si ripiega nell’attesa.

A ritroso, poi, recuperiamo un secondo passaggio da Un letto di sassi, pubblicato su ‘Nuovi Argomenti’: Ora stai stringendo una maniglia. Le dita le ho già perse e quello che abbracciavi ora è una porta. Ferma un passo davanti a te. Devi aprirla e andare. Non capisci. Non vedi che non vivono animali in questa casa? E in questa prima fila di parole si recupera il momento in cui il passo viene armato e si produce un piccolo, teso spostamento ancora all’interno della prigione di una stanza. Riappare il ‘tu’ (e qui siamo indecisi se considerarlo una immagine autonoma, di altra identità, o una persona: una maschera narrativa che la Mancinelli usa infine per precisare e amplificare se stessa, fino a delinearsi per sovrapposizione di assenze e mancanze). C’è un’assenza primaria in tutti questi lacerti, che Mancinelli de-scrive, attorno a cui scrive. La tragedia, il momento del crollo, passa sotto silenzio, con un movimento di estremo pudore che scorre nelle vene di ogni testo. Come se esibire fosse negare. E c’è un tentativo di ricostruzione, qualcosa di molto simile al kintsugi. Questa parola, che ci arriva da una delle declinazioni dell’estetica zen, indica alla lettera l’atto di riparare con l’oro, con piccole venature d’oro, un qualsiasi oggetto di uso comune che si fosse rotto. Il valore nasce dalla ferita, da una mancanza di unità si configura un nuovo principio di unità. Queste prose sono l’oro con cui la Mancinelli fascia e accudisce.

Questo scarto, che scalza il momento della distruzione a favore della cura, ha un valore che forse non è ancora stato riconosciuto, nel percorso della scrittura di questa autrice. Se proviamo qualche altro passo indietro, se tentiamo una prospettiva, la profondità potrebbe aiutarci a mettere a fuoco.

Bruno-Walpoth-wood-sculptures-17L’ultima raccolta finora pubblicata dalla Mancinelli, intitolata Pasta madre, si strutturava attorno ad alcuni temi, che De Angelis, nella nota inclusa al termine del libro, ha indicato inequivocabilmente: una condizione di allarme patita dentro una stanza, mentre il corpo è abitato da forme di vita animale che minacciano ed erodono e gli occhi, senza alcuna accensione analogica, perforano tutto quello che attraversi il loro campo in un triste gioco, aggiungo, di pieni e di vuoti, di semi che sono sul punto di esplodere di possibile vita, ma risultano vuoti: incerti semi, si legge in una delle prime poesie, un cucchiaio contiene il viso e il viso, a sua volta, anonimo per eccesso di definizione, regolare come un documento; mentre all’esterno della stanza ci sono territori ostili. Nel buio di questi versi la luce allaga, non illumina, il fuoco che viveva dentro gli animali e gli alberi è lontano e sembra essere ricordato più come minaccia che materia di vita. Gli occhi, in Pasta madre, sono veicolo di spavento, non di conoscenza o di riconoscimento. Solo quando ne è privo, il viso diventa una ciotola buona che accoglie, senza chiedere (c’è una incredibile, e non voluta forse, rassomiglianza tra le espressioni attonite che questi occhi vivono, e i visi che Bruno Walpoth cava dai suoi legni; come delle versioni più composte, quasi aliene, dei Prigioni di Michelangelo). Ognuna delle sezioni di Pasta madre è contornata da pagine bianche, come se i testi non volessero costruire una strada, un percorso verso l’esterno (e l’alterità). Il momento del lutto sia taciuto: ritorna il pudore, ancora.

Un ultimo passo a ritroso, e arriviamo (ritorniamo) alla prima raccolta, Mala Kruna, pubblicata da Manni nel 2007. Mala kruna, piccola corona di spine; coppia di parole che non appartiene alla terra, alla terra ferma, ma viene dal limite di una lingua di mare, dal serbo-croato. Nelle prime pagine della raccolta c’è una immagine che si ripete, si ripercuote, e sorprende forse: il cerchio. E la circolarità. C’è l’isola, circondata da un mare, c’è la corona, c’è un mondo che dondola, dei passi che solcano avanti e indietro in una sala. Tutto è ancora protetto (dal ricordo) e tutto accade definitivamente oltre la linea dell’orizzonte. Appaiono per la prima volta i semi; ma sono rotti, o sono paragonati a delle barche (che galleggiano dentro il mare che, incessantemente, circonda e allontana): L’obitorio è un lago calmo: le barche / ovali come il seme di una donna, / la carne dove dorme sempre un figlio. Ci sono testi pieni di albe, ma le albe sembrano inquinate da sfumature livide, viola. È in questi primi idilli che nasce la tensione, diventata poi allarme, in Pasta madre.

Tra le prose sparse negli ultimi mesi, una colpisce tra tutte. La si trova in “Interno poesia”, ed è forse il primo vero testo narrativamente puro che Mancinelli abbia mai scritto finora; appartiene a Tasche finte: E rimettendo ordine alle stanze mi sembra che nella mente si apra un luogo chiaro: come riemergendo da una nebbia, lentamente prendo posto, sono dove sono, qui, in questa coordinata dello spazio. Da questo movimento può nascere altra prosa.

“Nel centro della regola” – Presentazione

9 febbraio 2015 § Lascia un commento


Schermata 2015-01-19 alle 23.28.32

Venerdì 13 febbraio, alle ore 18:00, “Nel centro della regola” sarà presentato all’Aquila, presso la Libreria Colacchi. Insieme all’autore, saranno presenti Enrico Macioci e Alessandro Chiappanuvoli.

Un estratto della raccolta, pubblicata da Giuliano Ladolfi editore, è reperibile su questa pagina.