argomento e silenzio

2 luglio 2015 § Lascia un commento


era per ieri la scena del raccolto:
nessun giorno senza un’eccezione

poi hai saputo, ci sono stati
argomento e silenzio, i nemici

e queste le notizie

sotto mani di spina

23 giugno 2015 § Lascia un commento


se qualcuno
– occhio e tempo presente –

pronuncia

sotto mani di spina
il primo incontro di pietra e statua.

a foreign affair

23 giugno 2015 § Lascia un commento


Occhi dietro i vetri

1 giugno 2015 § Lascia un commento


Come già capitato con Orazio Labbate e la lingua de Lo Scuru, pubblico delle note personali su Futuro semplice (LietoColle, 2010) Avremo cura (Editrice Zona, 2014), le due raccolte di poesia pubblicate finora da Gianni Montieri. Faccio questo sperando di non essere invadente nel rendere pubblico qualcosa destinato alla scrittura privata, e che sarebbe opportuno considerare come un movimento di condivisione e di scambio.

futuro-sempliceFuturo semplice La “cosa” interessante di questa raccolta è l’occhio. Il primo quarto della raccolta “fila via” senza interruzioni. Il primo che mi è venuto in mente leggendola (e considera che sto scrivendo queste note nel momento esatto in cui la leggo; ogni tanto mi fermo e annoto qui) è Giudici. C’era Fortini, credo, che nello scrivere delle prime cose di Giudici sottolineava la sua condizione ad metalla, ai lavori forzati, rispetto a Montale.

Nelle poesie che sto leggendo ora accade un po’ la stessa cosa. La mia impressione, per quello che può valere, è che in Futuro semplice tu stia affilando e precisando gli strumenti della tua voce. Milano, per esempio, è una città associata immediatamente ai navigli e al tram. E qualcosa di ancora più “antico” si affaccia ogni tanto nei tuoi versi (in questi versi intendo): rara acqua piovana. È una piccola catena di parole che avrebbe potuto scrivere senza problemi Quasimodo. Ma con un importante correttivo: quel piovana sarebbe potuto appartenere a Moretti. C’è quindi questa interferenza, tra i primi passi dentro il verso, che si sprigiona tra qualcosa che vuole essere (ancora) lirico, e una seconda voce che (improvvisamente) si apre verso qualcosa di più quotidiano, personale.

Tutto questo, poi, accade con la necessità di chiudere i testi gnomicamente; con un verso che isoli e tiri le somme degli idilli (dei piccoli quadri, delle foto virate ancora in seppia, voglio dire) che sembrano comporre Futuro semplice. Di essere soli non si smette mai scrivi alla fine di Consuetudine invernale.

Anche questa necessità (o forse: volontà) di “far tornare” i conti mi sembra rivolta comunque verso il ‘900. (Devo usare qualche autore ora; ho bisogno di confronti per cercare di capire cosa accadrà in Avremo cura). E di nuovo arrivano segnali in questa direzione. Prendi per esempio la sinestesia di Milano, ore 19:30 (altro titolo morettiamo!): C’è una luna gialla / altezza guglie / a illuminare le conversazioni. Parole semplici – e mi sembra che tu sia perfettamente consapevole della cosa – che sono incastonate in un dettato che vuole essere più prezioso di quanto non appaia a una lettura distratta.

Permesso di soggiorno giornaliero. Questa è molto delicata. C’è quel si fa finta di essere uguali che mi ricorda il Far finta di essere sani, di Gaber (è voluta la cosa?).

Promemoria. L’immagine della lezione che dovremmo imparare dalle foglie è bellissima. Anche la scelta del colore è un dettaglio per niente scontato. Qui mi pare che inizi a esserci la tua voce.

avremo-cura-copertina-solo-primaAvremo cura E mi piacciono le parole Qui entri nella tua voce, definitivamente direi. Attaccapanni, bottiglia, do; tutte parole semplici, ora senza più la patina che c’era in Futuro semplice. Qui si entra nel tuo territorio finalmente.

Pare la felicità / questa cosa che viene lentamente / insieme a un tizio in bicicletta rossa. Saltano adesso i riferimenti di cui ti scrivevo prima. La patina “scolastica” che c’era nell’esordio si è completamente dissolta. E questa immagine della felicità, di un momento di serenità forse, spunta spontanea; non pretende attenzione, la attira naturalmente. L’essere naturali nell’espressione, attraversare l’esercizio e trovare il proprio abito (o saperlo stracciare, sempre) è una conquista.

Padova, Berlino, Milano: ci sono tante città nelle tue poesie. Mi domando perché. Da quanto mi pare di aver compreso finora, questo andare, questo movimento, non sembra proprio essere una ricerca di sé (sarebbe il minimo, la prima lettura ovvia e comunque necessaria); ho invece come l’impressione quanto si desideri sia di mettere da parte una malinconia che, a questa altezza della raccolta, non sembra trovare pace, non sappia riposarsi. Cambiano i luoghi, ma non cambia l’occhio che li osserva. Un occhio che guarda e tira delle piccole somme, delle conclusioni provvisorie molto lontane dai versi di chiusura di Futuro semplice.

Guardando / un luogo che non c’è, ho pianto. Appunto: si cerca un luogo in sostituzione, o compensazione, di altro. Si sta in cammino.

Un posto da fotografia, da poesia: leggo solo ora questo verso, e l’immagine della fotografia l’hai scritta nero su bianco. Questi versi sono scritti quindi con estrema consapevolezza. (Lo sforzo incredibile sarebbe ora lasciarsi alle spalle questa consapevolezza e trovare una nuova ingenuità).

Indeciso se nascondermi o mostrarti / la felicità che mi attraversa. Anche qui accade di nuovo: piano esterno e interno diventano un solo movimento di espressione. Di esposizione (mostrarti).

Le gocce d’acqua che sbattono contro / la morte, mai stata così lontana. Oltre alle fotografie c’è questo continuo spostarsi, quasi una dromomania, che attraversa tutte le cose che scrivi. Non sono costruite traiettorie poi, c’è questo tu che torna (che non va mai via, sempre presente), una costanza che quasi ingombra le pagine, man mano che si va avanti con la lettura. La morte non viene obliterata, ma si allontana. Le gocce d’acqua che non sbattono contro i vetri del vaporetto, ma contro la morte. Sembra precisarsi la ragione del viaggio: una fuga e una ricerca. Tutto sta su questo equilibrio.

I testi che entrano nella Storia sono “strani”: c’è morte nella Storia, qualcosa viene trasmesso, viene visto, ma non fa presa: non attacca. Si è così aldilà del dolore che mi viene da pensare questo: sono poesie, versi, scritti per tentare di arginare il silenzio che circonda queste morti insensate. Ma non ci riescono. E non ci riescono perché allo stato attuale della Storia non è possibile. Non più? Si è comunque aldilà anche del sarcasmo tristissimo che si leggeva in Composita solvantur.

(Sud) in caso di morte Tutto questo poemetto è nella poesia XXVII: il precipizio atavico […] la certezza / di uno scampo temporaneo alla morte. Ecco che si spiega tutto quel viaggiare. Si cercava di essere lontani come una ricorsa, e mettere poi a fuoco queste scene, le assenze improvvise, gli spari che tornano dal passato. Questo poemetto atterra; ci sono dentro un sacco di parole che non sentivo da vent’anni almeno. Battimuro, per esempio. E non so quando mi capiterà di riascoltarla, o rileggerla.

XXVIII Restare vivi è culo, è matematica. È vero.

Tutti tornavamo a casa per cena. Eh, anche questa cosa è vera. Molti degli agguati della memoria di questa sezione (ma io credo sia davvero un poemetto) sono cose accadute anche a me, e perdo quindi lucidità nella lettura. Nel senso che gli occhi diventano lucidi.

Quantità di perdono – quaderni II

31 maggio 2015 § Lascia un commento


Strada del buon consiglio,
forma che brucia
nella forma, chiara vocazione,

lezione centrale del figlio.

*

Dentro noi un padre
nato di nuovo.

Ama questa forma di stagione
ustoria,

memoria di un unico viso.

*

Tua la collezione degli angeli
il bel viso,

fuoco pensato, scelta
del quadrifoglio.

La mano stringe il cerchio dei numeri.

Alfabeti ordini ordigni

27 maggio 2015 § Lascia un commento


Ripubblico di seguito una lettura di “Tua e di tutti”, di Tommaso Di Dio (LietoColle, Pordenonelegge), uscita per “il primo amore”, e reperibile su questa pagina.

Tua e di tutti è il primo passo compiuto, definito, di Tommaso Di Dio, segue di sei anni Favole (uscito nel 2009) e le parole con le quali si apre isolano un percorso: Tutto questo non possiamo noi dimenticare / una volta cominciata questa impresa. Una deissi estremamente inclusiva, Tutto questo, e una negazione, non possiamo dimenticare. Questa stessa poesia, un lungo proemio, termina con una negazione forse ancora più forte: in nome di nessuno. Tra questi due estremi accade qualcosa: un ragazzo down distribuisce dei giornali. A seguire il dettato di Di Dio: Il giovane ragazzo down / distribuisce i giornali. E un terzo inizio, il terzo punto non allineato per cui passa lo scorcio di questa retta di espressione, sta tutto nell’articolo determinativo: i giornali. I testi che seguono, tutti i testi che seguono, combattono un corpo a corpo con questi movimenti.

Tommaso-Di-Dio-tua-e-di-tutti-copertinapiatta21L’impressione generale, rischiando di saltare immediatamente e con affanno a una prematura conclusione, è che Di Dio faccia di tutto per sabotare il proprio dettato. C’è qualcosa di Sereni nell’insistenza con cui i gesti si cristallizzano in un tempo senza finalità: la stessa strada / che continui a fare e rifare / e gli alberi, e c’è qualcosa che ricorda il dettato di certo Sbarbaro e del primissimo Montale. Ma Sbarbaro soprattutto. In molti passaggi Di Dio sembra voler risuonare dentro le parole che aprono Pianissimo: E gli alberi son alberi, le case / sono case, le donne / che passano son donne, e tutto è quello / che è, soltanto quel che è. Con la febbrile differenza che quanto in Sbarbaro diventava accettazione, in Di Dio vive di una leggera nevrosi, che non poche volte si chiude in un rifiuto: E ogni mondo / a cui hai creduto come cosa salda e vera / è già di altri negli altri corpi / come una bufera che non riconosci più; che non riesci / ad amare più.

C’è una sottile disperazione che precipita nel fondo: Qualcosa va perduto / non sarà di nessuno nessun tempo lo avrà / mai. Poi qualcosa brucia, sembra riscattare: Perché il vero volto è fiamma, che ogni altra / luce cancella.

L’enumerazione dei passaggi, la somma dei versi e la conclusione che ne potrebbe derivare non esauriscono le possibilità di lettura cui Tua e di tutti si presta. È possibile trovare una diversa prospettiva, torcere gli occhi insomma, e vedere cosa ci sia nel risvolto di questo libro. Non tanto il risultato espressivo, estetico; piuttosto, il movimento. Non il verso in sé (i versi), ma il ritmo, la pulsazione che li ha determinati.

La quarta sezione della raccolta (la quarta su sette sezioni) è la più piena di indizi.

I ragazzi giocano a pallone

nella piccola piazza, dove

il sole batte. I motorini i garage.

Il vento è cresciuto nelle mani.

È diventato sabbia piedi gonfi estate.

Per anni continuamente salire; tentare.

La completezza, di pioppi palazzi campi, distese.

Mi chiedo come tenere tutto questo, del mondo e

della mente; anche adesso

che il pallone violento sbatte

e grugnisce

il ferro caldo delle saracinesche chiuse.

C’è questa durissima inarcatura (non solo tipografica) tra mondo e mente. Ancora prima ci sono tutti gli elementi che sostanziano questo libro: brevi elencazioni di cose, di realtà, un momento di svelamento, il pallone violento sbatte / e grugnisce, le mani (la mente) che cercano di trattenere il vento (il mondo) che non la smette di crescere. Poi qualcosa, e tutto si richiude e sfugge: il ferro caldo delle saracinesche. Di Dio sta sempre su questo limite. Le sue deissi, le sue denotazioni sono un atto linguistico estremamente sofferto, se non patito. Si sviluppa allora una minima soglia di dicibilità, un filo tenue e (di nuovo) durissimo su cui si provano dei passi (e Tua e di tutti sembra essere, lo ripeto, un primo passo compiuto). Ecco allora, nel testo successivo:

Si ferma. Apre la porta. Si gira poi, saluta

l’amico volto da poco caro. Per le scale

scende e s’allontana.

Altre inarcature che spezzano, con il terrore che questa soglia di percezione e dicibilità si frantumi in ogni a capo (per ogni a capo). Lo stesso testo è incistato di verbi percettivi: vedere, toccare. Fino alla chiusa: mentre nessun pronome resta.

In uno dei suoi seminari, verso seconda metà degli anni ’60, Alan Watts è riuscito a definire con due sole parole il Daoismo: mutual rising. La realtà viene creata dalla (e risponde alla) percezione dell’osservatore. Ma: “osservando le cose in modo originario, non vi è differenza tra quello che fate da una parte, e quello che fate dall’altra” (è un passaggio, questo, del ’75). Di Dio si avvicina a questo tipo di respiro. Ancora dalla quarta sezione:

[…] Sono queste cose che non continuano

dopo di noi, che muoiono

con dolcezza, senza di noi; a farci forti

capaci, come una madre

senza speranza e serena.

Con dolcezza, senza di noi. Ungaretti avrebbe usato forse questo verso: docile fibra dell’universo, in un testo intitolato I fiumi. E Di Dio anche scrive di fiumi: Ma quello che il fiume fa / non lo sa nessuno. (E dentro questo verso c’è anche Eraclito). Filiazioni a parte, possibili tracce che porterebbero in ancora altre direzioni e stimoli, si rafforza l’idea che Tua e di tutti sia nato da continuo dissanguamento, che Di Dio chiama desiderio e vita (ma è più giusto riferirne le parole esatte, e siamo comunque nella quarta sezione):

Cammino avanzo. Opero parlo.

Al punto cieco di ciò che faccio

desidero sempre, desidero ancora.

Desidero vivere.

Un desiderio più vicino a una volontà. Probabilmente una volontà generica, basale. Ma le pagine di questo libro diventano tese quando incontrano un fastidio, Di Dio smette di sanguinare (di vedere) e incontra. Incontra un urto. Ed è sui limiti di questa denotazione che si trovano i momenti di riconoscimento (e forse spavento) più nitidi. Da qui potrebbe partire il secondo passo.

[…] il colore

non era plastica più, né legno, era

solo

resistenza.

la bella età

21 maggio 2015 § Lascia un commento


Gennaio, via degli uomini,
la bella età che credi e meriti, due età
nell’ombra. La stessa strada è una madre,
un nome, la tua corsa nell’idea di un giudizio.