Un chiaro esercizio del desiderio

9 febbraio 2016 § Lascia un commento


Ripubblico una lettura di Canzonieri in morte, saggio sulla lirica del lutto scritto da Francesco Giusti, pubblicato da Textus Edizioni nel pieno del 2015. Questa lettura è uscita in precedenza sulle pagine del “primo amore”.

Euridice non torna
è maestria assoluta
il suo silenzio
chi canta è Orfeo
e piange solamente.

Silvia Bre

 James Hillman, pochi anni fa, in Figure del mito ha scritto, ha scandito piuttosto, come impossibile la presenza di Euridice qui, sulla superficie della terra, come se la sua assenza fosse necessaria affinché Orfeo sentisse il desiderio della immagine di lei, ne sentisse la mancanza. E nel momento esatto in cui Orfeo decise di rimanere fedele al desiderio per l’immagine di lei, nacque il richiamo poetico (“poetic calling” scrive Hillman) che aveva ali finalmente per espandersi quanto più vasto nell’universo distillandosi in immaginazione, in cosmogonia. Come a dire: l’assenza definisce. C’è un secondo passo che sarebbe utile riportare ora, appartiene a Ovidio e ci arriva dai Fasti: Perdidit antiquum litera prima sonum (“la prima lettera perse l’antico suono), con il quale viene spiegata un’altra nascita, quella di un nome: Orione, concepito dall’orina di Giove, Mercurio e Nettuno, come dono per avere ottenuto ospitalità, non riconosciuti, dal contadino beota Ireo. Da Urion, ecco che la prima lettera perde l’antico suono, e muta. Dalla perdita, l’identità.
La parola traffica con la mancanza. La Sibilla scrive parole su foglie sparse e il senso sfugge, patisce una deficienza di prospettiva. La significazione si dimostra come un atto di volontà riparatrice della perdita, e la volontà sembra essere stata sempre mossa dal desiderio: dalla ricerca di stelle, alla lettera, che traccino un percorso e costruiscano un orizzonte.
Giusti_martella Con Canzonieri in morte – Per un etica poetica del lutto (Textus Edizioni, L’Aquila, 22,50 Euro) Francesco Giusti ha lavorato lungo un tempo incredibilmente lungo e compatto a una indagine dissonante e necessaria, fuori tempo (fuori del tempo) e inaspettata: la perdita del soggetto amato trascritta in canzonieri, in strutture liriche che si piegano alle necessità narrative tipiche di un romanzo. La morte del soggetto amato. L’estrema domanda di senso arriva da una condizione inattingibile all’uomo, propriamente non umana, inconoscibile e sfingea. È dall’inattingibilità inumana di questa assenza che la parola dissigilla il silenzio dello spavento per tornare, ed essere desiderante.
L’indagine di Giusti ha i contorni dell’accademia (Lacan, Freud e Blanchot le torce con cui si cerca di imprimere una luce che aiuti e non accechi), eppure c’è qualcosa di meticoloso e docile (e spietato allo stesso tempo) nelle pagine in cui si pone la stessa insistita domanda: e ora? “Che farò senza Euridice?”
Cosa c’è dentro il lutto? (dentro il pianto, allora), e cosa si trova aldilà della morte di chi si ama? Quali armi di senso ha il soggetto che deve fare i conti con un desiderio chiuso in una tensione irrisolta?
I testimoni chiamati a raccolta arrivano a noi da secoli diversi, con strategie liriche diverse e affatto riconducibili tra loro. La parola “strategie” può suonare sorda, stupida; ma è un fatto che i soggetti poetanti lavorano con le parole come strateghi, dal momento che ingaggiano una lotta, dispiegano una resistenza. Fino all’accettazione, alla eventuale rinascita. Il percorso più luminoso è stato tracciato da Dante ( davvero il più luminoso: Montale si dispiaceva che la letteratura italiana fosse stata battezzata dalla Commedia e lamentava l’impossibilità di raggiungere di nuovo quelle vette da parte di chiunque avesse anche solo tentato un simile percorso). Dalla Vita nova alla Commedia, Beatrice brucia fino a diventare lo specchio ustorio per mezzo del quale Dante arriva alla visione di Dio, prima di ricadere sopraffatto dall’impossibilità di tradurre in parole quanto visto. Poi Laura, caleidoscopio che riflette ed esaspera l’identità di Francesco, strumento dentro il quale Petrarca si specchia per indagare sé stesso; un Petrarca disforico, che non riesce a risolversi tra peso della mondanità e astrazione (non ascesi) delle fede.
La contemporaneità restituisce un Montale disilluso, distaccato, ironico. Negli Xenia (orrore e fastidio dei critici; tra i quali anche Pasolini) non ci sono più blasoni affilati, ma immagine e figure dimidiate. La Mosca (Drusilla Tanzi al secolo) è scomparsa, e Montale cerca di recuperarla, e di ricostruirsi, assumendone i toni leggeri, comici. Solo così il lutto viene arginato, e le parole di Drusilla danno nuova forma al mondo di Eugenio. Nel Tema dell’addio De Angelis scrive della scomparsa di Giovanna Sicari, e la sua progressiva perdita di corpo esaspera in lui la ricognizione di quel mysterium tremendum che struttura la sua poesia. In Elegies, Douglas Dunn ricostruisce lo spazio condiviso della casa come spazio di azione verbale, e gli oggetti stessi, un tempo condivisi con l’amata Lesley, si incaricano del ruolo di simboli, raccontano una storia, un legame, non ancora finiti. Fili sottili e duri. Fili che rifondano una nuova memoria, una memoria che è già atto di creazione, di risignificazione. E Mark Doty, che in Atlantis racconta della consunzione delle abitudini mentre il compagno Wally viene logorato e dissolto dall’HIV.
Questo, con omissioni ingiuste verso altri autori e altri lutti raccontati, è un piccolo spiraglio di quanto Giusti ha setacciato. Questi canzonieri in morte così lontani dall’elegia, dal ricordo patetico dell’assente, vedono un Orfeo attento e proteso; e Rilke (poco prima che la soglia si incrinasse definitivamente con Celan) ci ricorda come Orfeo regni sui due mondi (quello dei vivi e dei morti) con la sua voce, proprio sulla soglia della ineffabilità. È all’interno di questa tensione che la superficie del dicibile si spezza, che il passato ritorna a far visita al presente e i due (il soggetto amante e quello amato) azzardano di nuovo il noi, appena prima che Orfeo si volti, poco prima che Euridice sia incapsulata senza consolazione nella parola, liberando Orfeo della prigionia.

per vergogna

4 gennaio 2016 § Lascia un commento


 

questa volta sconosciuta
al torace
cresce nel primo
cielo, con attenzione.

*

rivedi la fortuna di quelle
mani sghembe e imperdibili

per vergogna,
in una mattina, si offre un giro del capo.

*

chiara geografia di una fronte
in pura perdita, interamente,
fino al ritorno.

fame e bestia

6 ottobre 2015 § Lascia un commento


Invenzione di fame
e bestia. Questa battaglia nasce
da forme solide e memoria e tu
vertigine, tu vertigine ritorni.

Ogni frutto ha un tremore

9 agosto 2015 § Lascia un commento


Riporto di seguito la lettura pubblicata sul “primo amore” di Incontri e agguati, ultimo libro di Milo De Angelis, pubblicato lo scorso giugno per la collana Lo Specchio, Mondadori.

Apollo può anche avere un aspetto notturno, scendere
nell’abisso per uccidere il serpente Pitone
 

Julio Cortázar

Quanto è legittimo scandire la poesia di De Angelis in due tempi? Due tempi sezionati da una cesura talmente asimmetrica quale è stata, ed è ancora, Millimetri? La fortissima analogia, il limite verbale, gli spostamenti di grandezze dentro ballatoi di un solo verso hanno da tempo (e per fortuna secondo alcuni) addolcito la loro intensità a favore di un dettato se non più nitido, almeno più cantabile. Con Tema dell’addio questo movimento distensivo si è ulteriormente rivelato, e con Quell’andarsene nel buio dei cortili De Angelis è sembrato ritrovarsi in qualche fuoco di avvistamento e osservazione più ravvicinati. E cosa avrebbe allora da raccontare Incontri e agguati a un lettore che non si fosse mai avvicinato a una parola di De Angelis?

image-101Incontri e agguati dentro la sua seconda sezione (la sezione dal più ampio respiro) è una collezione di destini. Queste pagine raccontano di gesti atletici che hanno deciso vite, di giovani donne (amazzoni, Daina, ragazze sacre che affondano nelle risaie; e perché non Esterina?, e altri nomi ad affollarsi) che hanno vinto là dove Atalanta ha fallito, di giovani uomini che hanno saputo trasferire in questa nostra lingua il ritmo esatto e antico della lingua greca, altri uomini nel buco di una vena scavata dose dopo dose, persi dentro sé stessi in un silenzio che ha oscurato ogni richiesta; voci uscite da una interrogazione di orbite non più proprie, estranee. E non ci sarebbe nulla di sconosciuto nella mitologia di De Angelis per chi avesse già frequentato le sue pagine lungo un percorso di quarant’anni.

In una lettera, una risposta, nella quale De Angelis ha conversato con Davide Rondoni, Incontri e agguati viene definito come il suo libro “più intriso di esperienza”. Non autobiografismo, ma esperienza. E occorre continuare da questa preziosa indicazione d’autore per stare dentro i versi, tra i versi di queste ultime cose. La mitologia di De Angelis, ed è qui che si è prodotto uno scarto, è come se si fosse attenuata; la voce autoriale sembra essere adesso più soffusa, meno altera; non ci sono araldi, stemmi, ma esempi (si vorrebbe scrivere quasi: exempla, momenti di esperienza da cui scaturiscono gesti e pensieri di significazione). Tutto è narrato perché già accaduto. Vengono in mente, per contrasto, le stanze di T.S., in cui De Angelis fotografava e inquadrava a ritroso il tentativo di cessazione di una vita fino alla vertigine della fecondazione, quando non c’è ancora individualità, ma puro movimento verso l’esterno e verso l’interno, un movimento indistinto (zoè, vita che è ancora solo vita onnipotente e indistinta). De Angelis ha sempre scritto bruciandosi. Ora sembra volere scrivere governando il fuoco degli avvenimenti. La distanza non diventa ricordo consolatorio ma momento di accettazione finalmente, riconoscimento. È ironico che un poeta accusato, o blasonato, di oscurità ora spiattelli le ragioni del suo canto e le renda canto stesso. Non c’è elegia, non c’è mai, ma c’è dolcezza; c’è sempre frontalità.

Alta sorveglianza è il diario di un incubo rivissuto a occhi aperti. I detenuti con cui De Angelis ha lavorato, e lavora, hanno una voce. C’è dolcezza in questo gesto e, di nuovo, c’è frontalità nel prendere le loro esperienze, il fuoco dei loro delitti, per farli rivivere (senza lenirli) sulla pagina. Questo caleidoscopio continuamente illuminato di buio è una lunga ripetizione, costruita con testi estremamente e dolorosamente brevi (per quanto poco si può sopportare il dolore, il gesto che ha reciso? Il tempo necessario per la sua testimonianza?). Le parole cerchiano azioni compiute nel buio e si ripetono esatte e scontornate, in un “minuto esteso”, nel tremore del voltarsi indietro, in una solitudine ulcerata dal veleno che inquina i pensieri, dai preti, secondini o volontari… Figure di passaggio che non possono, non riescono. La condanna non è nella privazione della libertà, è nella ripetizione, nella mano che gira all’infinito la maniglia di una porta chiusa.

*

In una circostanza pubblica a Roma, al Teatro Palladium, De Angelis ha avuto la possibilità di leggere Guerra di trincea. E vorrei continuare questo tentativo di lettura di Incontri e agguati con l’azzardo, l’ingombro dell’io; della prima persona singolare. Diversamente – ho bisogno di dichiararlo – pagherei il mio debito di lettore con una moneta falsa.

De Angelis ha letto i diciannove idilli (uso questa categoria nel senso della sua lettera, e chiedo che siano intesi come: piccole immagini, piccoli quadri) come se fossero parti di un poemetto. De Angelis, attraverso la sua prima e vera Totentanz, chiede incredibilmente al lettore, lo apostrofa (Vieni, amico mio, ti faccio vedere, / ti racconto), dichiara il suo labor, la sua officina è oggetto di scrittura; questa torsione quanto confligge con il dettato cui De Angelis si è sempre dichiarato fedele fino al sanguinamento, fino al rischio di una sempre lambita e mai toccata sordità espressiva? E mio padre / fermo nella sua giacca per sempre / e un cerchio di puro niente mi assalì / in un solo attimo franò sul tavolo / e mi mostrò cento di questi giorni. (Il “per sempre”, che anticipa per poi risuonare nello stesso “minuto esteso” di Alta sorveglianza, voglio aggiungere). In quel mi mostrò cento di questi giorni, appena ascoltato dalla bocca di De Angelis durante la lettura, mi era sembrato di percepire una nota grottesca, una ironia di ruggine e di dolore. Una ironia senza redenzione, e che pure mi diceva di un distacco affatto personale, quanto narrativo. Il racconto che De Angelis offre è sfrangiato dalle incursioni della morte, combatte parola dopo parola (appunto dentro il solco di una trincea nata, da quanto leggiamo, nel ’67). La morte sorella del buio? La Notte, fecondata dal Vento, ha deposto un uovo. Da questo uovo è nato Eros, o Fanete: colui che brilla, colui che appare. Da lui, con le sue ali d’oro, il salto nell’ “antico fenomeno del mondo”. Nella polarità tra buio (notte, morte) e luce (apparenza, velo di maya, materia, mondo), De Angelis aveva camminato in Quell’andarsene nel buio dei cortili, e solo adesso si precisa cosa intendesse, dove si stesse avvicinando. Nella polarità tra morte e mondo, in questo libro, De Angelis ha deciso di raccontare il buio, la morte che iniettava nell’alba il suo buio primitivo.

C’è infine una denominazione della morte che ha continuato a risuonarmi dalla lettura pubblica: niente. Il niente è guardato come “dolce”, “puro”. Per intero allora, con più giustizia:

Tutto cominciò in una cameretta
con i regali e le candeline
che in un soffio spensero mio padre
fermo nella sua giacca per sempre
e un cerchio di puro niente mi assalì
in un solo attimo franò sul tavolo
e mi mostro cento di questi giorni.
Quel puro niente mi ha riportato alla memoria una delle cose più oblique di Guglielmo IX:

Farai un vers de dreit nien,
Non er de mi ni d’autra gen,
Non er d’amor ni de joven,
Ni de ren au,
Qu’enans fo trobatz en durmen
Sus un chival

Che potrebbe (ri)suonare: Scriverò un verso di puro niente, / non su me né su altra gente, / non sull’amore né sulla giovinezza, / né su niente altro, / perché l’ho scritto dormendo / sopra un cavallo. Dreit nien e puro niente, una prima sfida lanciata contro un genere, la poesia, che allora era appena nata (così ci informano i manuali), e una seconda sfida, personalissima, innervata quanto mai di vissuto; due sfide che si specchiano dentro una distanza di mille anni. Questa consonanza non costituisce una prova testuale che invischi De Angelis a Guglielmo IX. Provo allora, provo di necessità, a sfumare questa consonanza in domande, o più opportunamente in richieste: e se De Angelis avesse scritto, in Guerra di trincea, la sua vida e la sua razo? Se quindi avesse parlato di sé e delle ragioni del suo canto per la prima volta in totale disarmo? Se i suoi versi finora così ostinati si fossero aperti una buona volta? Se quindi il suo cantare oscuro (orfico, diciamolo definitivamente) si fosse aperto in un canto chiaro, disteso (in un trobar leu)?

Ecco, le mie lenti hanno questo orizzonte davanti, e certo non vorrei cadere nell’abbaglio di dare più importanza alla carta danneggiando la verità del territorio, un territorio non mio, che pure appartiene anche a chi legge.

(Ringranzio, in chiusura, Federica. Per avermi avvicinato alle parole di Cortázar poste in apertura; parole che hanno permesso queste riflessioni forse troppo estese).

Avevo quindici anni appena compiuti

8 agosto 2015 § Lascia un commento


Ho visto una prima stesura di questa Breve storia del talento due anni fa, a casa di Alessandro Chiappanuvoli. Dopo due anni, e molti vitali rifiuti che il romanzo ha subito, ho potuto leggerlo (ed esserne letto) con gli occhi e il petto puliti. Quella che segue è una lettera in cui si è cercato di restituire quanto avuto, e vissuto, durante la lettura del romanzo di Macioci.

Quindi il grande Michele,
come scrivi quasi in ogni passaggio che lo riguarda come se fosse un atleta, un eroe, con un patronimico senza un preciso riferimento paterno, solo filialità.
Ci ho messo un po’ a capirlo, e proprio mentre ho iniziato a scrivere questa lettera ci sono arrivato: Michele è grande non per il suo talento (poi ci torno), ma perché viene visto dagli occhi della voce narrante come se lui fosse un adulto, come se coincidesse totalmente con i propri desideri. Come se, perché a conti fatti si intuisce che Michele cadrà, in modo forse anche goffo, anonimo e scontato. Michele è grande, allora, perché agli occhi della voce narrante ha le carte giuste. Ma manca di volontà.
NZOLa volontà. Tu non ne scrivi per niente, ma poco per volta viene fuori, per contrasto, in filigrana, nel rovescio, come una lama. Il grande Michele si spunta perché manca di volontà, e la pressione cui è sottoposto, cui si sottopone autonomamente, la voce narrante è la stessa pressione che trasforma un carbone in diamante. Poi, diamine, chiaro che il narrante Enrico e il grande Michele sono i due poli dentro cui stai (sei stato? ci sarai ancora?) tu. C’è qualcosa di estremamente giusto, pulito, ordinato, metodico, aspettato in tutti i quadri che hai dipinto con più acqua che colore, in modo quasi pastellato, salvo poi prendere interi tubetti per scrivere, grassa e irripetibile, una frase gnomica.
Ce ne sono tantissime, specie nella seconda parte, il cui abbrivio ho trovato molto vero (non trovo altri aggettivi). Un po’ tutti i colori che hai scritto nella prima parte diventano pura luce quando la voce narrante e Michele, anni dopo, si trovano l’uno di fronte all’altro. Uno specchio? Cazzo io non lo so, non lo capisco, ho anche e ancora paura a entrare, dimenticandomi di me, dentro i testi di altre persone.
Quello che ho registrato è che le lame di luce che bruciano il bar, nella scena in cui i due per un attimo coincidono, sono le lame della maturità (la mente che decide e separa), e la maturità mi sembra che sia arrivata appunto grazie alla volontà alimentata dalla pressione, o dal desiderio, dalla mancanza, dalla nostalgia di un futuro di individuazione.
Hai scritto un romanzo estremamente geometrico, in cui non accade quasi nulla, in cui tutto è epifania e, nello stesso momento della epifania, tutto è concreto, tangibile, quasi riproducibile. Moltissime delle scene che hai descritto sono capitate anche a me, e a molti altri adolescenti nati nella metà degli anni Ottanta. Mancava un libro che parlasse con le cose e i nomi di quel periodo. E c’è molta disperazione e irrimediabilità in queste pagine. E la tua disperazione è umana, porca miseria, è un terreno che aspetta ancora la nascita di altre piante.
Per questo ti dicevo che tu rimarrai su questo libro per molto altro tempo ancora. In una certa misura, mi pare di avere intuito, forse nemmeno tu ti sei reso pienamente conto di quanto hai scritto. Ed è una fortuna, per un narratore, essere ingenuo. Un poeta no, il poeta deve tagliarsi la gola tutte le volte che sente mancarsi l’aria, e dopo scrivere. Nel leggere le pagine in cui Michele e la voce narrante si confrontano, fino all’inabissamento di Michele, la mia idea è che tu quasi lo rimproveravi per averti permesso di scrivere, per averlo ritualmente ucciso, per averti poi costretto a dirglielo in faccia. Altro che Conrad o King.
Deve essere stato complesso gestire tutto questo durante la scrittura: non ci sono sbavature, non c’è niente che sembri costruito, anzi, tutto quello che accade ha un andamento talmente naturale. Anche la carica simbolica di certi luoghi, alcune singole parole, è spaventosa per la sua lucidità, e quasi passa inosservata per la sua resa così controllata da non poter nascondere l’idea che ci sia stata molta rabbia in alcuni tratti della scrittura. (Il ritornare su quanto già scritto è etimologicamente molto simile al significato della parola versus: girarsi, tornare indietro, etc).
Poi ci sono delle cose che ho annotato tra me e me, e riguardano in modo puntuale le parole, la cosa che viene chiamata ancora stile, ma non è che io trovi tanto in giro, che pure mi sono stancato di stare dietro a tutte le cose pubbliche e pubblicate, e uno poi dovrebbe mollare tutto e buttarsi senza riserve in quello che scrive, e vaffanculo tutti.
Attraversarsi.
oppure interamente, fino al ritorno,
in pura perdita
Sono gli ultimi due versi che ho scritto, ed è quello che mi pare accada nelle tue pagine, da un certo punto in poi. Specie nell’ultima breve porzione di scene, la terza. Ma non lo so, chi legge ora davvero? Chi è in grado di staccarsi dagli avvenimenti e stare dentro qualcosa, senza riserve? Chi ne sente il bisogno? Vale farlo? A me pare che davvero in non pochi passaggi tu riesca a farlo. Hai questa pedana dei quaranta anni adesso, un passaggio in cui fare letteralmente tutto quello che vuoi con le parole. Non lo so, ti ripeto, ma la mia impressione è che ci starai ancora tanto altro tempo su questa storia.

pura

31 luglio 2015 § Lascia un commento


oppure interamente, fino al ritorno,
in pura perdita.

nel disarmo

26 luglio 2015 § Lascia un commento


(Piana di Castelluccio, 22 luglio 2015)

Io sono la madre,
la piana mi ha perduto due figli.
Sopravvivo in questo fuoco di pura
dottrina nel disarmo dell’ultima
giovinezza, e questa è la mia voce.”