Ingmar Bergman – Conversazioni private #3


Anna è una donna allo stesso tempo forte e fragile. Ha la consistenza di una ceramica: estremamente resistente agli urti che i passaggi della vita non le risparmiano, ma irrimediabilmente debole quando è il cuore a essere stimolato. Uno stimolo così insistente da farle pensare, e non poche volte, di rinunciare al matrimonio anche a costo di rinunciare ai propri figli.

Il cuore di Anna ha un tracciato estremamente frastagliato durante la relazione con Tomas. Eppure alla fine la donna rinuncia al giovane amante e torna dal marito (che nel frattempo non ha lesinato lettere di disperazione, di rabbia e di minacce, cercando di star male per attirare l’attenzione della moglie). Anna torna da Erik, abbandona Tomas, e torna infine anche da padre Jacob per dirgli che sì, che la relazione extraconiugale è finita, che la debolezza patita per Tomas non era poi così dura, o forte.

Tutto rientra nel seminato di un piccolo dramma da camera svedese (illuminando ancora una volta sulle letture quasi maniacali di Strindberg, alle quali Bergman si abbandonava dalla primissima adolescenza). In Anna c’è il peccato della relazione extraconiugale, c’è la punizione dell’angoscia patita, e c’è la redenzione. Ma una redenzione moderna, problematica, per niente risolutiva.

Come se Anna – nel suo percorso che l’ha allontanata dal matrimonio, per poi riavvicinarla – avesse acquistato qualcosa in più, qualcosa che le mancava. Il dialogo interiore, lo stesso tipo di dialogo interiore che Lutero chiedeva a chi si avvicinasse alla lettura della Bibbia. Una conversazione tra sé e sé. Una conversazione privata.

PS: Mi scuso per il lungo arco di tempo tra questo post conclusivo e il precedente.

 

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