Corpi, corpi, corpi


Leggere anche solo due pagine della Luce prima, di Emanuele Tonon (le leggevo qui) mi ha fatto pensare ai primi pareri che Bob Dylan riceveva sulle sue primissime composizioni, all’inizio degli anni ’60: “Questo ragazzo scrive cose moderne con uno stile antico”. Erano anni in cui Dylan era accreditato come autore folk, non come cantante, o cantautore.

Il passato di Tonon giustifica una lettura se non proprio confessionale quantomeno mistica dei suoi due romanzi finora pubblicati. Per una (nemmeno poi tanto) libera associazione di idee, potrei accostargli le esplosioni fisiologiche che costellano i Canti del caos, di Moresco, la violazione dei corpi nel primo romanzo di Simona Vinci, Dei bambini non si sa niente, la censura delle parti intime di cui si legge nel primo romanzo di Tiziano Scarpa, Occhi sulla graticola e, con un salto azzardato e illuminante, le sofferenze che esplorano Teresa d’Avila nel Libro della mia vita.

Ma tutto questo davvero per indicare pochi testi, una spruzzata di sillabe. L’idea che si faceva strada, mentre emergevano queste associazioni, è che forse quella che viene definita realtà aumentata, e più in generale tutto il portato tecnologico che ci permette di riempire semanticamente le superfici con le quali entriamo in contatto, possa essere visto, o letto, come ridondanza, o come eccesso di informazione.

E sarebbe il caso, allora, di chiudersi al flusso di dati per schiudersi a se stessi, usando il corpo come primo orizzonte di attesa, o primo atto di una qualsiasi costruzione di senso. Come scriveva Handke, in un quasi koan: “De-pensarsi, finché non vi sia più nulla di sé e tutto si perda nel vento e nel sole, nulla, tranne un piccolo punto di dolore”.

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