L’assenza, l’assedio, il canto



La luce prima è un libro che potrebbe non appartenere a questi anni né a questo secolo. Sono molte le ragioni a favore di questa considerazione, ragioni che fanno pensare come la dicitura “Finito di stampare nel settembre 2011” sia un refuso non tipografico, ma storico. Emanuele Tonon ha scritto un testo (non un romanzo, non un’autobiografia) tutto sommato breve, che in poco più di cento pagine raccoglie la vita e la morte di sua madre Vincenza.

I fatti sono scarni, essenziali: rimasta incinta dopo l’amore con un uomo, a vent’anni Vincenza è madre di Emanuele, e sposa per procura un altro uomo (cui Tonon ha dedicato, per così dire, il suo primo romanzo, Il nemico). Dalla povertà della Calabria alla povertà di Napoli, dove è nato Emanuele. Fino alla povertà di un piccolo paese del nord est, in un appartamento popolare in cui vivono madre e figlio; fino alla morte di Vincenza, e all’urto che questa morte determina in Emanuele.

Le onde di quest’urto hanno una grana del tutto unica, e l’enumerazione dei pochi avvenimenti che marcano la vita di madre e figlio non riesce a esaurire la portata di questo canto. Perché La luce prima, come del resto lo stesso Tonon scrive, è un canto, è una prosa tutta sviluppata nel senso della verticalità, è una prosa lirica. E con l’eccezione di alcuni poeti che in alcune occasioni si sono dedicati a questo genere (penso soprattutto a Gabriele Frasca), in questi ultimi decenni nessuno ha più scritto prosa lirica, nessuno ha compresso e fatto esplodere la soglia di dicibilità di un testo quanto Tonon.

La lingua di Tonon rappresenta la misura della sua esperienza, attraversata con atroce lucidità dopo i fumi dell’alcol e l’opacità degli ansiolitici. E la lingua, insieme a un’analisi della lingua, è la grande assente di questi anni di combinazione narrativa e di genere. Una combinazione per la quale non conta il come, ma il cosa. Tonon spazza i fatti e si concentra, fin quasi ad annullarsi, sul come, e sul perché.

Eri una bambina quando mi hai partorito. Hai continuato a esserlo, ma sei diventata la mia bambina. Io ho continuato a essere il tuo bambino. Cosa impedisce di accostare queste parole a quelle che Dante ha scritto per Maria, definendola figlia del tuo figlio? Un paragone che non voglio considerare azzardato dal momento che Tonon (aldilà della sua esperienza conventuale, che dà sostanza a diversi passaggi del testo) con la sue parole recupera una delle funzioni principali della lingua: la costruzione di senso, di un orizzonte di attesa, di un fondamento. E gli accostamenti sono molti, del tutto analogici, annotati a margine del testo ogni volta che la memoria aiutava.

Ancora, ti vedo, e solo ora capisco che ero io ad aver bisogno del tuo braccio, io riuscivo a stare nei templi, nel mondo, perché c’eri tu, la mia mamma faro che m’impediva il naufragio certo. Queste parole non sono tanto lontane da versi scritti da Montale: Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio / non già perché con quattr’occhi forse si vede di più. / Con te le ho scese perché sapevo che di noi due / le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, / erano le tue.

L’intero canto di Tonon è attraversato da una contraddizione: la rabbia per l’abbandono subito, sentito come ingiusto, e la legge di amore e di appartenenza che pericolosamente continua a legarlo a Vincenza, anche dopo che la testa di lei è stata invasa dal sangue (hai effuso il tuo sangue nella sala operatoria dove ti hanno squartata), anche dopo l’estremo dono, gratuito e crudele, degli organi. Una legge che Tonon non vuole disattendere nonostante il rischio della rinuncia di sé. Una rinuncia esibita con ingenuità barocca (se questo ossimoro non risulta poi tanto inaccettabile).

Quasi cinquant’anni fa Pasolini scriveva la Supplica a mia madre, che sarebbe confluita in Poesia in forma di rosa. Scriveva: Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore, / ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore. (…) Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu / sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù (…). Tonon, ora, ha steso questi distici fino a renderli un canto di assenza e di assedio.

Non riesco a togliermi di torno la possibilità di leggere La luce prima come un testo novecentesco, che avrebbe potuto essere pubblicato anche ottant’anni fa. Perché è una prosa, sì, ma non narrativa, non combinatoria né epigonale. Perché è una prosa che ha il respiro e la necessità della poesia. Perché racconta un fatto luttuoso, un vero e proprio pianto, che può rovesciarsi in atto fondativo. Perché le parole spese non sono ambigue né intercambiabili. Perché è un’indagine del cuore tanto quanto lo è stato Nel magma, scritto da Luzi negli stessi anni in cui Pasolini scriveva la sua supplica. Quasi cinquant’anni fa.

La poesia vive di paradossi e di scarti anche temporali, e la La luce prima, oltre a rappresentare uno dei primi veri testi poetici di questo inizio millennio, è davvero una preghiera che si rivolge al passato, un passato individuale, illuminando (lumeggiando) il presente.

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