“Il prigione”. Prima parte, un incipit


 

 

Errant Editions esordisce con una collana di narrativa breve, utilizzando il formato ebook come luogo in cui il racconto possa trovare una propria nuova dimensione non solo fisica, ma forse anche narrativa, più vasta e indipendente, non costretta dalla carta. Dopo avere pubblicato il Canto, reperibile su Amazon (in seconda edizione accresciuta, e chiuso da una nota di Giulio Ferroni), esordisco in questa nuova collana Errant: Inaspettati/Unexpected, con la prima parte del Prigione, un racconto che si snoderà in tre parti.

Tutto questo per dimostrare che la possibilità di una scrittura d’appendice, con mezzi digitali, è possibile, e può dare frutti. Questo l’incipit del racconto:

M’inginocchiai per raccogliere quel che era rimasto dell’elefante, ma fui talmente imprudente nel farlo da pentirmene immediatamente. L’orecchio destro iniziò a ronzare, le punte dei piedi persero la presa sul pavimento. Avevo l’impressione di slittare. Tossii per tenere a bada un conato di vomito. Cercai di recuperare l’equilibrio con il braccio destro, con la mano che cercava di afferrare il pavimento.

L’elefante era completamente esploso. Non aveva più gambe, non erano rimasti che moncherini scheggiati. Il paio superiore, quello rampante, per anni sospeso a mezz’aria a grattare aria, ora che lo vedevo meglio, non sembrava avere lasciato alcuna traccia. E le orecchie, così sottili, una carta da zucchero, si erano trasformate in lame ancora più sottili, trasparenti, attraversate da venature che non avevo mai immaginato possibili in una materia solida, liquida, come il vetro. Anche la proboscide non c’era più. Si era scomposta in tanti piccoli granelli opachi.

Nel rialzarmi – con prudenza, appoggiando la mano destra sul marmo freddo del comodino – provai a ricordarmi la ragione per cui, prima della partenza, avevo deciso di portare con me anche l’elefantino, ma non ci riuscii.

In piedi mi accorsi che solo le zanne, le due uniche macchie bianche nella goccia di vetro verde dell’elefantino, incredibilmente si erano salvate. Misi in tasca i suoi resti, presi la borsa, la valigia, e attraversai il corridoio. Aprii la porta e la richiusi alle mie spalle scalciandola con il piede destro.

 

Ma cosa costringe il protagonista, ancora innominato, di questa storia ad abbandonare il proprio appartamento? E verso quale direzione? Perché quest’uomo sale su di un treno con poche cose, senza volere guardarsi indietro?

Le prime risposte a queste domande sono disponibili su Lulu, su questa pagina. In attesa di arrivare anche su Amazon. E in attesa della pubblicazione, in autunno, delle due parti successive.

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