Dobbiamo immaginare una stanza #2 Anna e il suo silenzio


 

Dalla porta d’ingresso della stanza, alla sinistra di Anna, arrivano dei rumori. Passi concitati, suoni metallici, tacchi che battono pesantemente a terra, impegnati in una corsa affrettata e nervosa. Nell’ascoltare questi suoni, Anna gira di scatto la testa in direzione della porta, apre leggermente le labbra e sgrana gli occhi.

Tutto questo accade per un minuto, fino a quando Anna sfila un rosario dal tascone del suo vestito bianco, e inizia a sgranarlo, a fior di labbra. I capelli di questa giovane donna sono raccolti in uno chignon. Alcune forcine assicurano i ciuffi più ribelli, di un castano più vivo, ramato, dietro le orecchie.

Anna è arrivata al primo Padre Nostro quando una esplosione più vicina delle altre, incorniciata da una delle due finestre sulla parete, rilascia un suono ovattato e una luce dura.

Nel momento esatto in cui Anna scatta dalla sedia, un soldato irrompe attraversando di volata l’ingresso della stanza. Il soldato è giovane, non avrà più di venticinque anni. È molto alto, con la pelle scura. Con due passi dinoccolati è quasi al centro della stanza. Appena si accorge di non essere solo, si ferma interdetto.

“B-buona sera…”

Poi toglie il berretto. Lo tiene stretto con entrambe le mani e lo porta sullo stomaco, indietreggiando di un paio di passi. Nel compiere questi gesti il giovane soldato non cancella dal viso un sorriso ebete. Sembra dire: “Cosa volete da me? Io non c’entro niente con voi. Mi hanno chiesto di fare alcune cose. Fosse dipeso da me sarei rimasto di piantone, a chiacchierare con il mio commilitone, a fumare sigarette di paglia”.

E invece:

“Mi dovete scusare, non pensavo di trovare qualcuno…”

Anna rimane in piedi. Recupera una posizione più eretta e composta.

“Dovete scusarmi voi, se mi sono permessa di accomodarmi prima del vostro arrivo”.

Il soldato accenna un sorriso. Poi si volta in direzione del grammofono e inizia a trafficare con la puntina.

“Forse vi sbagliate. Non sono la persona con cui dovete parlare, non vi sembro troppo giovane per…”

“Non siete voi?”

“No. Mi hanno mandato qui per sbrigare un paio di cose. Devo tornare sulla linea immediatamente. Immediatamente”.

Il soldato rafforza il suo sorriso gratuito e inopportuno e si volta per guardare negli occhi la persona che non avrebbe dovuto essere in quella stanza.

“Non dovrei nemmeno parlare con voi, se devo essere… sincero?”

“Allora posso sedermi.”

Il soldato annuisce e continua a trafficare con i dischi. Dalla tromba del grammofono iniziano a uscire le note di un tango. Anna, che intanto ha ripreso a recitare l’Ave Maria, serra definitivamente le labbra. Inizia a guardare per terra.

Il soldato cerca alcuni fogli contenuti nei fascicoli. Ne afferra alcuni, li passa in rassegna fischiettando il ritornello del tango. Non ha alcuna intenzione di svestirsi del suo sorriso se non per alcuni secondi durante i quali aggrotta le sopracciglia nere e sottili, ma folte. Ora osserva un paio di fogli che ha in mano. Annuisce, poi illumina il viso con lo scoppio di una risata. Richiude e ripone alla bell’e meglio i fascicoli.

Sulla falsa riga del tango, il soldato canta ad alta voce:

“Ci vuol costanza, diceva la mamma, nel cercar…”

Poi, rivolto alla suora:

“E voi mi date ragione, è così?”

Il volto di Anna si incupisce.

“Certe volte, invece, è necessario lasciarsi trovare”.

Il soldato si mostra indifferente alla risposta della suora.

“E sì, avete ragione anche voi”.

Poi riprende a intonare il motivo del tango con altre parole:

“Avete ragione anche voi… Voi e la mamma avete ragione entrambe!”

E poggia i due fogli sulla scrivania, mentre la suora riprende a sgranare il rosario a voce più alta.

Ancora fermo vicino alla scrivania, il soldato cava dalle tasche il necessario per una sigaretta, e la rulla in poco tempo. Fruga di nuovo nelle tasche fissando prima il pavimento, poi alzando gli occhi verso il soffitto. Scrolla infine la testa. Perde il sorriso.

“Avete per caso un fiammifero? Che so… Magari vi serve per accendere un cero. Chissà quanti ne avete accesi finora, vero?”

La suora continua il suo rosario. Gli occhi si serrano un poco. La concentrazione e l’ascolto interiore non devono più essere compromessi.

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