Dobbiamo immaginare una stanza #3 – Attesa


 

La scena s’illumina, ci chiede attenzione. Alcuni colpi di mitra si inseguono oltre le finestre. La suora è intenta a sgranare il piccolo rosario. Questa volta non si è affatto impaurita, si è limitata a stemperare il poco di tensione accomodandosi meglio sulla scrivania, distendendo le spalle. Ha chiuso gli occhi, ha respirato lentamente.

Aldilà della porta si rincorrono alcune voci sommesse, al di sopra delle quali ne spicca una più scura e tuonante:

“Sbrigati, passami quei fogli! Tu guarda se uno deve… Non voglio perdere tempo con queste… No! Non più di cinque minuti! La linea rischia di essere spezzata, e quello smidollato mi manda due… Non mi interessa! Questo è il mio reggimento, e se decido di…”

Improvviso, il silenzio taglia queste ultime parole. Si sentono dei passi regolari, lenti. La stessa voce scura, più costretta ora:

“Se si tratta di un ordine, non mi sottraggo. Sì. Sono un soldato innanzitutto. Mi sbrigo qui, poi torno dai miei ragazzi, sull’avamposto. Sì. Farò subito, non prima di avere chiesto scusa”.

La voce finalmente si decide a entrare in scena. Appartiene a un uomo alto, anche se meno slanciato del soldato, e piuttosto corpulento. L’uomo ha una barba chiara, tagliata pochi giorni. I capelli, biondo cenere, appena più lunghi della barba.

Gli occhi verdi dell’uomo intercettano la suora, che nel frattempo si è alzata e ha infilato il rosario nel tascone, dopo di averne baciato il crocifisso.

“Buona sera, è con voi che devo…”

L’uomo è un caporale. Lo si intuisce dai gradi sparsi sul colletto dell’uniforme e sulla spalla. Il caporale rimane in silenzio per alcuni secondi. Con tutta evidenza non si aspettava di ritrovarsi di fronte a una donna. Men che meno una suora.

“E voi?”

“Mi hanno detto di venire qui, di parlare con lei. No… Mi sbaglio. Mi è stato detto che devo rispondere alle vostre domande. Forse ci sono anche dei moduli da compilare, o qualcosa da firmare, non so”.

“No, no. Non ancora, per lo meno. Ora dovremmo solo parlare”.

Il caporale appare ora seriamente turbato dalla presenza della suora. Una vampata di sudore gli ha inumidito le mani. Le asciuga come può passandole sui pantaloni. E dopo un respiro profondo:

“Per ora si parla, qui”.

Poi raggiunge la scrivania, si siede velocemente ma con gesti calibrati. Arcua la schiena, inspira profondamente.

“Allora”.

La suora recupera il suo rosario. Lo guarda per alcuni secondi prima di riprendere le sue preghiere per la terza volta.

Il caporale legge attentamente i fogli che ha poggiato sulla scrivania. Passano due minuti senza fretta né tensione. Nonostante la scena rimanga immutata, e il grammofono sia ormai definitivamente fermo, silenzioso, e i libri negli scaffali delle due modeste librerie certo non saranno sfogliati nell’immediato, qualcosa cambia.

Nella piccola scatola fasciata dal feltro verde inizia a diffondersi un’attesa.

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