Dobbiamo immaginare una stanza #4 – Si diffonde un’attesa


Nella piccola scatola fasciata dal feltro verde inizia a diffondersi un’attesa. Un’attesa che non riguarda la suora. Il suo tempo non è più misurato in termini di secondi, minuti, ore, o giornate. Il tempo della suora è esso stesso un tempo di attesa. Piuttosto, è il caporale che sta lentamente muovendo il primo passo verso il respiro di questo tempo di attesa.

Dopo avere letto la prima pagina con attenzione, il caporale alza il capo e guarda la sua con una espressione di curiosità più viva, stimolata forse dalla lettura del primo foglio. Guardando la suora, con maggiore insistenza, il caporale decide di lasciar perdere la lettura.

“Ma perché voi siete qui?”

“Siamo stati chiamati entrambi”.

Il caporale sembra sul punto di dire qualcosa, poi richiude appena le labbra.

“Siamo stati chiamati entrambi, e abbiamo risposto alla chiamata. Non è così?”

Il caporale scarica un ultimo pesante respiro sul piano della scrivania e si alza.

“Sì, è così”.

Dà l’impressione di essere contento delle parole appena pronunciate dalla suora. Nel dire il suo sì a questo inaspettato colloquio, il caporale pensa e ripensa. Non immaginava di avere a che fare con una suora, e la sua sorpresa è stata del tutto evidente anche per noi. Il punto è che il caporale non si aspettava di dover parlare con una donna che riuscisse a porre domande con naturalezza e decisione. Non con decisione, dice tra sé e sé il caporale, piuttosto con serenità.

L’uomo si concede un sorriso leggero, giusto dell’aria buttata fuori dalle narici.

“Con il vostro permesso, ora vorrei fare io alcune domande. È il ruolo che me lo impone. E credo che più brevi e dirette saranno le vostre risposte, più circostanziate e chiare saranno, e prima torneremo entrambi ai nostri rispettivi impegni. E vista la situazione, temo che i suoi impegni siano più urgenti, maggiori dei miei”.

Un piccolo turbamento fa tremare le spalle e le mani della suora.

“Ora iniziamo davvero”.

Il caporale è ritornato in sé. Ha assorbito la novità dell’incontro, i suoi occhi non sono più socchiusi,  il suo respiro si è accordato al respiro dell’attesa e poco per volta, il caporale è riuscito a lasciar correre la leggera vertigine che lo aveva minacciato. E forte di questo recupero, l’uomo è rientrato nel proprio tempo, nelle proporzioni pulite e rassicuranti di una scadenza imminente, da rispettare, nei panni comodi imposti dal ruolo, mentre la suora continua a mantenere l’ordine nel suo cuore.

L’uomo si decide per un sorriso, e distende le spalle sullo schienale della sedia.

“Come vi chiamate?”

La giovane donna risponde con un’espressione incuriosita.

“Non lo sapete?”

Il caporale distende il viso.

“L’ho letto su questi fogli. Ma preferisco sentirlo da voi. È molto importante, per me, che voi vi sentiate a vostro agio. Almeno per il breve tempo che passeremo insieme”.

La giovane donna annuisce.

“Anna…”

Il caporale sta aprendo, uno per uno, tutti i cassetti della scrivania, vi affonda la testa per riemergere di quando in quando.

“Come avete detto?”

“Anna… Vi ho detto che mi chiamo Anna…”

“Anna, certo. Sì, è scritto anche qui, in uno di questi fogli. Se solo riuscissi a… È un bel nome il vostro. È semplice da dire”.

L’infermiera si riavvia i capelli sulla fronte. Alcuni fili sfuggiti alle forcine. Il caporale è ancora occupato a cercare chissà cosa dentro ognuno dei cassetti. Passa qualche minuto, prima che l’uomo si decida a chiudere tutti i cassetti lasciandone solo uno aperto. Sul fondo del cassetto si trovano dei fogli di carta ingialliti, qualche cerino, una piccola bottiglia, e un portafogli assicurato con due giri di corda ben stretta.

“Posso esservi utile?”

Il caporale accenna un no con la testa.

“No, vi ringrazio. L’unico modo che avete per aiutarmi è raccontarmi esattamente cosa è accaduto… No, mi correggo: l’unico modo che avete per aiutarmi è raccontarmi per filo e per segno quello che avete visto appena siete arrivata sulla linea del fronte, e cosa avete fatto dopo il vostro arrivo”.

Anna respira lentamente. Apre la bocca, la chiude. Incrocia le braccia, le stende di nuovo sulle gambe. Si afferra le ginocchia con le mani.

“Che cosa avete?”

Anna so sa rispondere. Le sue mani stringono le ginocchia con maggiore intensità. Scrolla la testa.

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