La nicchia #1


 

La nicchia si trovava sul muro destro della scalinata d’ingresso dell’appartamento, verso l’ultima manciata di gradini, poco al di sotto della linea del pavimento del soggiorno. Era necessario che mi inginocchiassi per afferrare le due piccole maniglie e tirare poi con decisione, come se il gesto producesse uno strappo. Dovevo esercitare un tiraggio importante per le dita, perché alle volte capitava che due coppie di mezze lune rosse, la carne che sopportava la pressione, apparivano sui pollici  e sugli indici come se la carne fosse stata incisa. In alcune circostanze capitava che eseguissi questa piccola violenza nei confronti della nicchia con un tale impaccio che il mio busto sembrava essere risucchiato indietro. Perdevo l’equilibrio e rischiavo di cadere  lungo le scale, quando la schiena non finiva con l’urtare sul muro sinistro della scalinata, e la mia nuca incontrava il corrimano.

Era certo una nicchia, un incavo che forava per uno spazio non molto esteso il muro destro che costeggiava quelle scale, così ostili e ripide per me, allora. Ogni occasione, qualsiasi pretesto, anche solo l’ingiustificato timore che qualcuno avesse voluto tamponare quella irregolarità del muro, o la possibilità che una delle due abitanti della casa avesse chiesto a un uomo di occuparsi di quel vecchio, piccolo ripostiglio, quasi fosse un errore dal quale non sarebbe stato possibile ormai cavare alcuna lezione, ed ecco che mi precipitavo a toccare con i palmi delle mani la carta da parati che fasciava le due ante di legno morbido.

Assicuravo un’anta con un pugno chiuso, le nocche sulla filigrana della carta, mentre con l’altra mano raccoglievo la maniglia. Poi tiravo. Avvicinavo la testa per respirare l’aria stantia che sbuffava fuori della nicchia. Non accendevo la lampadina nuda, che penzolava appesa a un filo, a monte della scalinata. Volevo accontentarmi dei riverberi di luce che la cucina concedeva.

Esercitavo la mia pressione, e l’anta destra cedeva per prima. Lo stomaco della nicchia accoglieva la luce polverosa e rilasciava alcuni colori. Le pareti della nicchia iniziavano a emergere. Erano pareti intonacate, penetrate dalla umidità, rigonfie, con gli angoli stondati.

Ancora oggi non riesco a trovare una ragione, ma questa irregolarità mi affascinava. Con in gomiti trattenevo le ante, e le mie mani iniziavano a riconoscere la cavità del muro.

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