La nicchia #2 – Gli occhi e l’assedio


 

La nicchia aveva nel mezzo un piccolo pezzo di compensato fasciato da una carta da parati giallastra, che la divideva in due piani. Le dita raggiungevano la superficie fresca e polverosa delle bottiglie che contenevano la salsa di pomodoro, i barattoli con i pelati. Il mio palato s’inumidiva. Quel contatto mi riportava ai giorni della lavorazione della salsa. Mi divertivo a prendere delle grandi fette di pane e le immergevo nel pentolone dove la salsa bolliva, mi scottavo al primo morso, ma continuavo masticare.

Più a sinistra c’erano altre bottiglie, con l’olio. Per infilare la mano nel ripiano inferiore dovevo abbassare le spalle. In quel ripiano avevano messo altre bottiglie, più piccole. Contenevano vino bianco, di produzione industriale, e analcolici. I loro colori, quando la luce della cucina si raccoglieva nei miei occhi e all’interno della nicchia, erano i primi a spuntare.

Sulla parte destra dello stesso ripiano, a strapiombo sulle scale, erano accatastati alcuni libri. Quelli sulla base erano piuttosto grandi, e pesanti. Non potevo capire di cosa trattassero perché i loro dorsi, usati e logorati dagli anni, erano stati rimpiazzati da nastro adesivo, e le copertine erano diventate spesse e anonime. Meno di una decina di libri, e sulla sommità di questa piccola libreria campeggiava una copia tascabile del Nuovo Testamento che mi era stata regalata per la prima comunione. L’umidità l’aveva sfibrata. La carta della copertina era porosa, le pagine ingiallite. Mi capitava di prendere questo piccolo libro e di cercare l’inizio di uno dei Vangeli. Non li capivo. Cosa mai voleva dire: “In principio era il Verbo”?

Ripiegavo allora sui libri più grandi. Tra questi, tolto un vecchio manuale di storia dell’arte antica, il più delle volte finivo con lo sfogliare il libro che era la vera e propria base della piramide di carta. Il suo dorso era uno di quelli assicurati con il nastro adesivo, le due copertine stavano insieme a malapena. Dovevo essere attento a distribuire tra le gambe il peso delle pagine, con le copertine poggiate sulle ginocchia, per evitare che l’intero libro si sfasciasse per le scale.

Era un libro illustrato. Trattava della vita di Gesù. Alcuni passi dei Vangeli erano usati come didascalie. Preferivo quelle immagini alle storie degli evangelisti. Aprivo a caso il libro, facendo attenzione che il taglio delle pagine non s’infilasse tra le pieghe dei polpastrelli, e i miei occhi iniziavano a bere quei colori oleosi.

Non so da cosa dipendesse, se l’usura, il caso, o qualche altra causa che sfuggiva alla mia comprensione. Fatto sta che due episodi della vita di Gesù, tra i tanti nei quali m’imbattevo, insistevano nell’affacciarsi tra quelle pagine. Il bacio di Giuda, e la crocifissione. L’altro evento che mi ritrovavo a osservare era la nascita. La mia nonna materna, una delle due donne che abitavano la casa, quando le chiedevo di raccontarmi una storia si divertiva a parlarmi della natività, a descrivermi le posture degli angeli arroccati sulla grotta, con le ali arricchiate sulle tuniche, le espressioni grottesche dei pastori e quelle mute e indifferenti degli animali, la serenità del bambino appena nato, i visi sorpresi e umili dei tre re che si affannavano a rendere omaggio.

Sfogliate una decina di pagine quel bambino diventava uomo, e pescava anime. E veniva tradito con un bacio. Dopo poche altre pagine di dolore e di solitudine, quell’uomo era su una croce. Le braccia distese come per una preghiera, il volto indurito, come se quell’uomo fosse certo che la sua preghiera non sarebbe stata accolta.

Servivo messa già da alcuni anni quando mi rintanavo in quella nicchia, fossero solo le braccia o gli occhi a farlo per il resto del mio corpo, e l’immagine di quel Gesù inchiodato, che allora chiamavo Gesù Cristo, o soltanto Cristo, non corrispondeva all’idea che mi ero fatto di lui attraverso le letture che il parroco indicava ai fedeli, durante le sue omelie.

Il Cristo che conoscevo attraverso le parole dei Vangeli mi era anche simpatico. Ridevo dei gestacci e delle urla che tirava addosso a chi trafficava nel tempio, riuscivo a capire la sua rassegnazione quando diceva a Pietro che lo avrebbe tradito per tre volte, prima che un gallo avesse cantato. Ero quasi orgoglioso di lui quando trasformata l’acqua in vino perché sua madre glielo aveva chiesto. Quel Gesù era per me una persona. Meglio, era un individuo. Se avessero riempito le navate della parrocchia di persone vestite con un sacco, dei sandali, e che avevano una barba lunga, sarei stato in grado di indicare il vero Gesù a colpo sicuro.

La persona che avevo di fronte a me, in quella immagine, mi era distante e tremendamente vicina. I suoi occhi mi assediavano, non potevo soffermarmi a lungo sui suoi piedi, per la paura di accrescere il peso che dovevano sostenere, come se il mio sguardo fosse stato un altro chiodo infilato in quel corpo. Lo sguardo di questo Gesù cercava qualcuno oltre il margine della pagina. Ero convinto, allora, che cercasse suo padre, il dio che, a seguire fedelmente l’educazione che mi veniva impartita, si sarebbe speso per un atto d’amore, non si sarebbe abbassato alla vendetta, un dio che avrebbe saputo perdonare. Ma i due ladroni, a scorno di tutto e di tutti, se la ridevano. Incluso quello buono.

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