La nicchia #3 – La pelle del mio viso


 

Chiudevo il libro, lo riponevo sul vertice della piramide dei libri, rimediavo una bottiglia di salsa scacciando l’idea che sangue e pomodoro avevano lo stesso colore. Chiudevo la nicchia, riemergevo.

Questo ricordo, uno dei pochi che ancora affollano i miei pensieri, l’ho con me quasi ogni mattina, quando le imposte filtrano la luce del sole appena nato e io mi alzo, raggiungo il bagno, accendo il neon dello specchio, sfilo lentamente lo zuccotto che ho indossato per tutta la notte e vedo cosa è rimasto dei tratti del mio viso.

Poi prendo una matita, una matita HB, con la punta morbida, e traccio il contorno di un occhio, rafforzo la fessura delle palpebre. Poi prendo un pennarello nero, con la punta sottile e umida, e ripasso le due linee ovali, per poi appoggiarmi sul bordo del lavandino, dando le spalle allo specchio.

Devo essere lento, devo misurare i movimenti e avere una mano ferma e sicura se voglio che il mio viso, di giorno in giorno, sia sempre lo stesso. Una minima imprecisione, il cambio improvviso di una curva, le labbra appena più sottili, e io non so più chi sono, né lo specchio sa riconoscermi.

Sono costretto a disegnarmi il viso ogni mattina, appena dopo essermi svegliato, da quando, alcuni mesi fa, uno strato di carta iniziò a sostituire la pelle del mio viso.

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