Questo viaggio è un ritorno #1


Poiché la neve è stata bianca e poiché la neve è stata la prima cosa
bianca che ho visto, ho chiamato neve tutto ciò che era bianco.

Imparai a riempire con le parole tutto ciò che era vuoto.

Peter Handke

Il braccio destro del prete si solleva lentamente e io ho di nuovo dieci anni. La mano raggiunge il messale, individua l’orlo di stoffa rossa del segnalibro, con cui fa leva per sfogliare in un solo colpo decine e decine di pagine spesse e affilate; non poche volte si infilano in un polpastrello se me ne occupo con troppa fretta mentre, con gli altri chierichetti, preparo l’altare. Il movimento del braccio ha coinvolto anche la pianeta. L’aria deve essersi spostata con una certa importanza perché alla sinistra del messale, al di sopra d’una candela gialla come un dente trascurato, tozza e ridotta a pochi altri minuti di luce, la fiamma si infastidisce e sbuffa.
Ora so che tocca a me. Infilo un angolo del fazzoletto bianco tra l’anulare e il mignolo della mano sinistra, afferro il piattino di vetro con le dita libere. Con la mano destra mi occupo dell’ampollina. Delle due, prendo quella che contiene acqua. L’altra, dove c’è appena un fondo di vino, la posso porgere per un’unica occasione. Il pollice e l’indice sono sudaticci, non fanno presa sul piccolo manico lucido dell’ampollina, devo esercitare più pressione.
Il prete si rivolge verso di me, si china e avvicina le dita delle mani mentre inizio a versare un filo d’acqua sul piattino. Gli occhi del prete sono sul mio petto, come se mi attraversassero. Le sue labbra si separano e si avvicinano in due o tre battute. Esce una bava d’aria, poco per capire che stanno articolando delle parole nel momento esatto in cui la prima goccia d’acqua raggiunge le sue dita. Sollevo la mano destra, le sue dita afferrano il fazzoletto. Una volta asciutte, il fazzoletto viene poggiato sul lato destro dell’altare.
Il volto del prete è contrito, accade qualcosa che mi sfugge. Accade sempre, dopo che si è asciugato le dita. Il prete ora stende le braccia.
“Domine non sum dignus”.
Domine non sum dignus.
Ho impiegato non so quante messe, ma funzioni dice il prete, per afferrare cosa esca fuori dalle sue labbra.
Domine non sum dignus.
Altre volte riesco ad ascoltare frasi più familiari, frasi composte da parole che potrei pronunciare anche io, benché non in quell’ordine e nemmeno, credo, con quel significato. Quella concentrazione più simile a una punizione.
“L’acqua unita al vino sia il segno della nostra unione con la vita divina di Colui che ha voluto assumere la nostra natura umana”.
“Lavami, Signore, da ogni colpa, purificami da ogni peccato”.
Con le braccia tese in direzione dei fedeli, il prete parla di nuovo usando parole più consuete, ma dal significato imcomprensibile.
“Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo…”
“…abbi pietà di noi. Agnello di Dio, che togli…”
I fedeli sono stati imboccati. Ripetono per due volte la frase che termina con “i peccati del mondo”. La terza frase, quasi del tutto uguale alle prime due, ha queste ultime parole: “dona a noi la pace”.
Sono chierichietto da almeno due anni, conosco questa parte della messa e posso dedicare maggiore attenzione alle altre parole, che ora il prete pronuncia a voce bassa, con pudore:
“Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, miserere nobis. Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, miserere nobis”. E poi l’ultima frase, quella variata: “Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, dona nobis pacem”.
Basta dare un’occhiata più decisa al messale per leggere le parole strane pronunciate dal prete. C’è voluto un po’ di tempo, prima che mi rivolgessi a quelle pagine per osservare parole che non avrei comunque compreso.
Il silenzio, che separa gli ultimi gesti del prete dalla fine della funzione, confonde e amplifica nella mia testa nuove parole.
“Corpus Christi”. Oppure:
“Il corpo di Cristo”.
I fedeli infilano la navata centrale per poi scantonare ai loro posti. Loro indossano perlopiù cappotti neri, marroni. Sono teste bianche, donne anziane. Alcune donne hanno capelli radi e vaporosi, e sotto il candore delle lampade a neon le loro teste hanno riflessi bluastri, o rosa.
Altre parole:
“La pace del Signore sia sempre con voi”.
Le teste colorate si animano.
“E con il tuo Spirito”.
“Nel nome del Padre… del Figlio… e dello Spirito Santo. La messa è finita, andate in pace”.
Le braccia del prete si sono spalancate, tracciano insieme un cerchio e si congiungono di fronte al viso. Il gesto che ora compiono sulla fronte, sul cuore e sulle spalle, lo conosco.
Il rosone, sopra le canne dell’organo, si spegne. Fuori rannuvola, e io non ho portato un ombrello, né un cappello. Se i miei non si sbrigano a raccattarmi, poi mi tocca correre a casa di nonna sotto la pioggia.

Le teste colorate sembrano quasi vibrare. Alcune emettono un:
“Amen”.
Ma sono poche. Tutte le altre farfugliano:
“Amèn… Ammen… Amé… Ammé”.
Ho l’impressione che se interpreto queste due ultime sillabe come un “a me”, non mi allontano tanto dal vero. Penso che, alla fine di una messa, rispondere al prete “a me” sia come rubargli un po’ di Spirito Santo, e tenerselo da parte nei momenti di reale necessità.
Ci inchiniamo in direzione dell’altare. Il prete mi indica col taglio della mano destra il corridoio che porta alla sagrestia. Vado per primo, seguito da lui e dall’altro chierichietto.
Un altro inchino in sagrestia e l’altro chierichietto pronuncia una sola parola:
“Prosit”.
La sua testa è abbassata, ma posso immaginare gli occhi che cercano l’approvazione del prete. Io non ho detto nulla. Il prete si avvicina.
“Non ricordi ancora? Una volta entrati, salutiamo con un inchino il Sacro Cuore e i chierichietti dicono al prete: prosit”.
“Perché? Che vuol dire?”
“Prosit! Prosit vuol dire…”
Il sorriso accennato, giusto dell’aria che esce dalle sue narici, non può essere considerato una risposta. Dico anche io il mio prosit.
Davanti alla chiesa aspettiamo i nostri genitori. L’altro chierichietto mi guarda a lungo, io guardo il piombo del cielo. Poi si decide:
“Ma è peccato?”
“Che cosa?
“Eh, quando uno mastica e non ingoia. Ogni volta mi si attacca qua! Ma io non voglio mangiare il corpo di Cristo!”
E infila l’indice della mano destra nel palato.
“Perché? È secca l’ostia, eh?”
“Eh, sì! È secco!… Ma se poi uno usa la lingua… è più peccato?”

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