Questo viaggio è un ritorno #2


 

La nostra vita abita in tutte le cose che non abbiamo vissuto,
si allunga in tutte le cose che non viviamo, e che pure costituiscono
la struttura simbolica e negativa, la durata essenziale della nostra persona.

Un pensiero è tanto più forte, tanto più reale se passa nella mente
di un povero di spirito che non in quella di Aristotele. Bisogna essere Pirandello,
non Checov, per fare “l’intelligente a teatro”. A teatro, come nella vita, si è stupidi.

Cesare Garboli

 

 

Anche per oggi non si vola. L’umidità ha penetrato il cofano dell’Alfa, si è fatta strada fin dentro il motore. La candela non ha funzionato, nessuna scintilla. Vista l’ora, mio padre mi ha stretto la sciarpa attorno al collo, ha rincalzato lo zuccotto di lana sulla mia testa, mi ha preso per mano e ha iniziato a camminare senza dire una parola se non un:
“Copriti e non parlare, che ti entra l’aria fredda in bocca”.
Io annuisco. La sciarpa mi stringe a tal punto che devo inclinare la schiena per dare il mio cenno di assenso. Il collo se ne sta fermo tra testa e spalle. Vero è che, imbracato come sono, il vento non ha agio; ma la lana pizzica. Ogni tanto devo pure starnutire, tossire, e quanto vado espettorando rimane a farmi compagnia. Ho comunque qualche carta da giocare: approfittando del fatto che mio padre torce il busto a destra e sinistra ad ogni incrocio, tiro giù la cortina di lana e uso i guanti come un fazzoletto. M’importa poco, li asciugherò in classe, sul termosifone. Sicuro che nessuno me li tocca.
Arriviamo al castello. Lo costeggiamo seguendo il marciapiede di viale Mazzini mentre alcune macchine ci passano a fianco piuttosto veloci, schizzandoci addosso acqua piovana. Benvenuta umidità anche sulle ginocchia. Mio padre bestemmia a bocca chiusa.
“Mnngglmdnn! ‘Sto stronzo!”
Io sghignazzo. Immagino mio padre fra qualche giorno, di domenica, in ginocchio, col capo chino a ridosso della griglia d’ottone ossidato, il borsalino scuro appeso con noncuranza su una voluta del confessionale, che sciorina i suoi peccati al prete: il bicchiere di troppo, l’irrispettosità nei confronti della madre di mia madre, la busta data per la Candelora – che conteneva un’offerta non proprio generosa – le attenzioni nei confronti di mia madre, appena dopo aver chiuso con due mandate la porta della camera da letto (allora portavo già un paio di occhiali, una montatura tartarugata, ma ci sentivo bene).
Si attraversa la piazza come due salmoni possono risalire lungo la corrente di un fiume. Il vento dà anche più noia della pioggia. Spilli fitti, obliqui. Le lenti dei miei occhiali sono inservibili; l’acqua si raccoglie sul naso e, non riesco ancora a capire bene come, si rintana nelle narici. Altri colpi di tosse. Mio padre che insiste nel volermi a bocca chiusa, io che annuisco con gli occhi sgranati e inumiditi, l’espettorato che si spande senza pudore.
Ecco il portone del Secondo Circolo. Mio padre quasi mi scaraventa all’interno dell’atrio. Due bidelle si alzano da sedie di paglia, mi sfilano lo zuccotto e liberano il collo dalla morsa della sciarpa. Iniziano a frizionarmi la testa con un asciugamano come se dovessero decontaminarmi. Improvviso, mio padre compie alcuni passi dentro l’atrio, nella mia direzione. Fulmina con uno sguardo le due bidelle. Una di loro tenta un ultimo affondo sulla mia testa.
“Mare ma’ cand’è ‘mbusse, povera criature… Je pò mni’ ‘na freve…”
“Febbre di crescita, signorina Anna, febbre di crescita. Anche io, alla sua età, ero piccolino. Poi mi venne un febbrone… Quaranta gradi… – e piega il pollice sul palmo della mano destra, sventolando le altre quattro dita – Mia madre mi mise a letto e mi fece bere un intero bicchiere di vino bollente tutto d’un sorso. Ed eccomi qua, bell’e cresciuto”.
Mio padre è alto un metro e sessantaquattro centimetri; riformato, alla visita militare, per insufficienza toracica.
“Allora sali, dài, tieni questi per la merenda. Ma non uscire, poi, facci andare Anna”.
Mio padre sgrana un sorriso ruffiano verso Anna. Anna guarda in cagnesco mio padre. Io stendo con le mani intirizzite la carta moneta e mi riempo gli occhi del barbone di Marco Polo, così me li asciugo anche un po’. L’altra bidella è sparita. Mi era parso di sentire un fruscio di gonna, come uno scarpinare lungo la rampa delle scale; forse sarà andata ad avvisare la maestra di non segnare la mia assenza.
“Vengo a prenderti più tardi oggi. Devo fare dei versamenti in banca. Ma vado presto, non ce la fai a raggiungermi. Sto qui all’una”.
Si trattava di cifre non superiori a qualche decina di migliaia di lire. Capitava che me ne occupassi anche io: ogni tot versamenti, potevo comprarmi dei pacchetti di figurine.
Mio padre sgocciola via oltre il portone del Secondo Circolo senza salutare. Io sono solo. Anna è uscita per comprarmi quel pezzo di pizza. Non trovo la sciarpa né lo zuccotto, e preferisco pensare che siano statti messi ad asciugare chissà dove, piuttosto che Anna li abbia indossati. Ha capelli pervinca.
Salgo le scale. Ogni passo punge le piante dei piedi. Abbiamo camminato con una certa lena, io e mio padre, forse mi sono guadagnato un paio di vesciche. Le spalle sono dei panni strizzati, non riesco a percepire il peso dello zaino, e la gola ha iniziato a prudermi. Le colpe dei padri ricadono sui figli, e io sto già scontando la bestemmia digrignata dal mio. Il prete ha pontificato qualche cosa al riguardo durante l’omelia, l’altro giorno.

Il cielo è una palpebra socchiusa. Non mi sbagliavo sullo scarpinare, l’altra bidella quasi passa attraverso il mio corpo, quando sto per bussare sulla porta della classe. Le adocchio le mani e tiro un sospiro di sollievo, ha lei zuccotto e sciarpa. A momenti mi dimenticavo di avere i guanti ancora sulle mani. Se avessi bussato con quelli addosso, chissà se mi avrebbero sentito.
“Scusi signora maestra”.
La maestra non mi risponde, e la cosa non mi conforta, ma mi permette di provare ancora: quando si passa inosservati, passa inosservato anche un ritardo.
“B-buon giorno”.
“Vai Pe’!”
Giusto Roberto, il mio compagno di banco, mi risponde. Anzi, fa di più, si alza e mi viene incontro. Non faccio in tempo a stupirmi di tanto accaloramento, che lo vedo camminare stringendo con entrambe le mani il cavallo dei jeans: deve andare in bagno. Mi passa attraverso anche lui. Io entro. Punto gli occhi sulla cattedra mentre guadagno il mio posto: un banco incastrato tra il finestrone e il termosifone, la fòrmica smangiucchiata dalla noia di almeno tre generazioni di alunni, e una di balilla.
Oltre il fortilizio di quaderni spunta la frangetta mogano della maestra. I capelli spazzolano le sue spalle, la mano destra sottilinea errori e cerchia per due volte orrori; la mano sinistra non poggia sulla cattedra, ma comprime una torretta di quaderni. So cosa questo vuol dire: in quella torretta di quaderni risiede il tormento della prossima mezz’ora. Si tratta di quaderni martoriati da orecchie. Il volume delle pagine, in quegli angoli, raddoppia. Ogni orecchio indica un errore di poco conto, una svista. Un doppio orecchio sta invece a significare il precipitato di settimane di accidia, disattenzione, pervicacia nella asineria. O nella puerilità, come usava dirci lei.
Un doppio orecchio, me ne accorgo solo adesso, era una metafora che indicava legnate. La signora Teresa non sopportava la trafila delle correzioni e, data la sua svogliatezza nel dedicare quotidianamente del tempo al renderci meno asini, preferiva accumulare quelle pagine, e qualche frustrazione personale, dedicando loro appena due, tre ore al mese. Ore insufficienti per le correzioni, e tuttavia capaci di farla imbestialire. Una volta, per una stupidissima omissione, mi beccai una sbatacchiata d’orecchio che nemmeno De Amicis avrebbe saputo scrivere per Garrone.
Quanto si è stupidi e soli, da bambini. Avrei dovuto serbare già da allora il mio rancore nei confronti delle persone che più si impegnavano per meritarlo.
Infilo i guanti tra la mensola e il termosifone. I due medi, e almeno un anulare e un indice, scricchiolano a contatto con la vernice degli elementi. Non sono ancora seduto per bene: uso lo zaino per far leva sulla sedia. Il fondoschiena gravita nella mediocrità. Libero le spalle, poggio lo zaino sul banco. Percepisco come il suono d’una spugna sbattuta a terra. Inizio a frugarci dentro.
Dovevo aspettarmelo. Due quadernoni, storia e geografia, un quaderno, matematica, e il sussidiario non potrebbero essere più bagnati.
Acqua e inchiostro hanno fatto comunella: mi si è annacquata la cronologia, la storia è tutta impiastricciata. Ora chi glielo spiega alla signora Teresa che per me, data la situazione, appare del tutto naturale che Anubi sorseggi un té con un azzimato Cavour? Posso vedere la sua mano palpeggiare le grazie generose della regina Vittoria che, da parte sua, non sembra disdegnare poi tanto le attenzioni del conte.
La signora Teresa ha perso ogni residuo interesse per orecchie e quaderni. Con due gesti del braccio destro li abbandona in un cantuccio della cattedra. I mie compagni si guardano tra loro sconcertati. Io osservo i guanti seccarsi. Schiaccio Anubi, Camillo e Vittoria tra le pagine del quadernone.
La maestra ha tirato fuori dalla sua borsa un libro senza copertina, dalle pagine ramate. Lo sfoglia verso destra e verso sinistra finché non intercetta la pagina che aveva in mente. Nessuno di noi sa cosa potrebbe accadere, a questo punto. Roberto, appena rientrato, pare fissare il crocifisso fluorescente appesso alle spalle della maestra. Gesù fissa Roberto.
“Che vuoi? Non guardare me, non c’entro niente! Io sto inchiodato qui dal ’29! Mannaggia a mia madre”.
I due sospirano. Roberto si siede accanto a me.
“Ragazzi, oggi mi ascolterete leggere per un’oretta. Ho un tale mal di testa…”
E intanto s’è cacciata in bocca un pillolina bianca.
“Avere effetto… Ma sì, va… Tanto, chi se ne…”
Altra sfogliata di pagine. La maestra si schiarisce la voce. Si regala un sorriso ironico, scuote la testa. Il caschetto mogano rotea e sobbalza. Poi, queste parole:

 
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

 
Sono passati oramai vent’anni, credo, da quando ho ascoltato per la prima volta questa lingua. È una vertigine dalla quale non mi sono ancora ripreso.

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