Milo De Angelis – Quell’andarsene nel buio dei cortili



de angelis - copertina

I versi di Milo De Angelis hanno sempre bruciato di analogia e di esattezza. Dal loro primo apparire, nel 1976, con Somiglianze, le poesie di De Angelis si sono imposte come inattese eppure necessarie (la coppia di aggettivi è presa di peso da Cortellessa). Lontano da ogni esercizio di stile, lontano anche dall’ermetismo, e peggio ancora dal neorfismo con il quale era stato impropriamente etichettato, De Angelis ha lavorato sulla propria voce e ha costruito raccolte per oltre trentacinque anni fedele soltanto a sé stesso, fedele al proprio dettato (la parola dettato, si anticipa, non è stata scelta a caso).

Somiglianze, Millimetri, Terra del viso, Distante un padre, Biografia sommaria. La lettura di queste prime cinque raccolte di De Angelis pone il lettore di fronte a un dubbio: dov’è la progressione? È possibile tracciare un percorso, un’idea di movimento, una suggestione di avvicinamento verso un senso compiuto? Domande che si scontrano con versi in cui De Angelis ha incapsulato espressioni all’apparenza non passibili di perifrasi: Questo panico / in balìa della cultura / assomiglia sempre / a quello che pensa (sono versi tratti da ‘Ordine’, una poesia di Somiglianze). Gli occhi del lettore hanno rischiato di rimanere abbagliati da figure araldiche inesplicabili: questa / pioggia bucaniera nasce / e appena nasce / scardina la sua stessa figlia (da ‘Sorride un vivo’, compreso in Millimetri, la raccolta più breve e più fosca che De Angelis abbia finora scritto). Ancora, la testa del lettore ha dovuto più volte soffermarsi su aperture gnomiche impensabili per un autore poco più che ventenne: Sì, lo so, è un problema / amare tutto ed essere efficaci (incipit di ‘Lo scheletro del pesce’, di nuovo in Somiglianze).

Continua qui.

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