Una granita di caffè (corretto) con panna


Riporto di seguito il post “Una granita di caffè con panna” con alcune correzioni di ordine numerico. Ringrazio Giulio Mozzi per le segnalazioni. In fondo al post è possibile leggere il commento di Mozzi alla prima stesura.

Fino alla metà degli anni settanta si aveva la percezione che la poesia rappresentasse un momento di altissimo livello nella serie della produzione letteraria italiana. Il discorso tenuto da Moravia, al funerale di Pasolini, inquadra in modo inequivocabile cosa significava essere poeti in Italia. A stretto giro, nel 1979, a Castelporziano si celebrò, con una ferocia tanto casuale quanto inequivocabilmente simbolica, la fine (di un momento storico fondamentale) della poesia. In un festival che vedeva presenti e partecipi, tra gli altri, Bellezza, Maraini, Cordelli, Evtushekno, Ginzberg, Orlovsky… accade qualcosa di curioso e inaspettato: il palco crollò.

L’intera manifestazione non aveva navigato in acque tranquille. Chiunque di fatto poteva salire sul palco. Chiunque salì sul palco, in una replica di Woodstock senza musica e fuori tempo massimo. Il palco, quindi, non resse e crollò. O forse implose. Se bisogna dar retta a quanto scrissero Cordelli e Berardinelli nella antologia Il pubblico della poesia, uscita proprio a metà degli anni settanta, sembrava che a leggere i poeti non fossero rimasti che i poeti stessi.

Quasi quarant’anni dopo (e si arriva così al pretesto di questo intervento) accade questo: Fabio Chiusi chiede alla Einaudi, via Twitter, questo: “perché per esempio non fare una collana di ebook di giovani poeti italiani? 90 cent e la garanzia Einaudi per la qualità”, e accade che gli venga risposto: “perché mangiamo anche noi tutti i giorni ;-)”. L’intera faccenda è leggibile qui.

Risposta semiseria, come indica l’emoticon, ma risposta che indica almeno un fatto: la poesia non vende. O vende così poco che il rischio di impresa, per un editore di riferimento (qualitativo e quantitativo) come Einaudi, sia un’espressione che non vada nemmeno spesa.

Ma è così? Quanta poesia si vende in Italia? Quali autori? Basta sorvolare gli ultimi dati dell’AIE in merito per capire che se si arriva all’ordine di un migliaio di copie all’anno per un singolo poeta (si pensi ad Alda Merini, o a Wisława Szymborska ) si è raggiunto un risultato straordinario. Ma è un fatto che la poesia non vende, o presenta un margine di guadagno esiguo, quando non risibile.

Eppure la situazione è più sfumata di quanto non possa apparire. Dieci anni fa il “Corriere della sera” inaugurò una collana di poeti del Novecento e la prima uscita, un’antologia di Eugenio Montale, raggiunse una cifra quasi pari al mezzo milione di copie… regalate. Un pubblico, allora, ci sarebbe? Forse sì. Le grandi case editrici, i grandi gruppi editoriali, non avrebbero bisogno di creare domanda. Non avrebbero invece che da creare, e distribuire, prodotti a un prezzo che stimoli le vendite e rispetti il lavoro redazionale e (invisibile e indispensabile) che c’è dietro ogni singolo libro di poesia e, aggiungerei, dietro ogni poesia, se devo vederla dal punto di vista di un autore.

E accade? Non proprio. Fabio Chiusi ha ragione a denunciare, in modo estremamente propositivo, questa mancanza. Non accade ai piani alti. Ci sono alcuni ostacoli che possono frapporsi a una buona produzione e distribuzione di ebook in versi: l’Iva relativa a un ebook è ancora molto alta e, nel complesso le vendite degli ebook rispetto alle vendite di libri in carne e ossa non superano il 2,1% al massimo (come è possibile leggere seguendo il link dell’AIE nel commento di Mozzi).

Questa impasse ha alcune cause. Una, come si è detto, è forse di ordine economico: realizzare un ebook costa meno che realizzare un libro cartaceo, ma il risparmio arriva al massimo al 40%, e la scarsità delle percentuali di vendite e la tassazione (ingiustificatamente) alta rischiano di bloccare ogni iniziativa.

La mia impressione, e siamo alla seconda causa, è che non ci sia attenzione da parte dei grandi gruppi editoriali. Eppure in questo buio d’interesse qualcosa si accende ogni tanto. Einaudi pubblica antologie di nuovi poeti; l’ultima, dedicata a donne, è dello scorso anno, per la cura di Giovanna Rosadini. Ma non credo che esista una versione in ebook: e sarebbe il caso di provvedere (a meno che non sia in errore). La Mondadori pubblica autori che non abbiano raggiunto i quarant’anni. Per fare un solo esempio, posso citare Andrea Ponso e i suoi Ferri del mestiere. Ma, di nuovo, non in ebook. La milanese ISBN ha pubblicato l’esordio di Francesco Targhetta, Perciò veniamo bene nelle fotografie, sia in cartaceo che in ebook. Anche Edizioni Nottetempo, per citare un secondo editore, ha deciso di pubblicare poesia su ebook; si pensi alla conferma della voce di Daniele Mencarelli.

Ma perché, complessivamente, è così difficile pubblicare un libro di poesie, un esordio, una antologia, anche in ebook?

Ho idea che si producano delle resistenze anche da parte di chi legge. Non sono molti i lettori disposti a leggere dei versi su un monitor (pixel o inchiostro elettronico che siano). La lettura della poesia ha ancora una componente fisica, fisiologica, viscerale, che si oppone. Ma questo approccio non giustifica l’assenza di prodotti editoriali digitali in versi. Sembrerebbe normale scaricare ebook di narrativa; per esempio, l’ultima uscita della collana “Urania”, o una ristampa digitale di narrativa anni ’90 da parte di Laurana; ma non sembra affatto normale scaricare una edizione commentata degli Ossi di seppia di Montale, o Quell’andarsene nel buio dei cortili di De Angelis, reperibile in ebook. Questo è un fatto. Ma è un fatto che l’editoria non produca questo bisogno. Ancora: perché?

La poesia è un genere letterario come tutti gli altri. Non chiede statuti di superiorità, ma nemmeno di inferiorità. L’unico suo tratto distintivo è quello di adoperare – di nascere da – una lingua densa, al cubo. Zanzotto ebbe modo di affermare, usando una metafora fisica, luminosa: “Se […] metto fili di diametro piccolissimo, la corrente passa a fatica, si sforza e genera un fatto nuovo, la luce o il colore. Così accade nella comunicazione poetica, nella quale il mezzo è costituito dalla lingua”. In termini più brutti: non si può leggere poesia sotto l’ombrellone, e spesso si arriva all’ultima pagina con la necessità di tornare alla prima per capire e attraversare di nuovo tutto il testo. Questo tipo di resistenza richiesta al lettore può infastidire. Viviamo in una info-sfera già satura (una delle ultime raccolte di Zanzotto si intitola non a caso Sovrimpressioni) e il supplemento di attenzione richiesto da questo genere può comprensibilmente frustrare. Ma, e siamo alla terza ripetizione: i grandi gruppi editoriali non sembrano volere lavorare su questo terreno.

Ma l’utenza sì. I lettori sì. E proprio la rete, come scriveva Magrelli la scorsa estate in un suo articolo su “Repubblica” (purtroppo non sono riuscito a recuperarne una copia digitale), sta aiutando la diffusione (ancora da censire e filtrare) di blog, siti (collettivi o d’autore, individuali) che si occupano di poesia. Una realtà social che può essere usata come intercapedine per mettere in comunicazione chi produce poesia (chi dovrebbe produrre poesia) e chi vorrebbe leggerne.

RaiNews24, grazie a Luigia Sorrentino, ha un suo blog di poesia. Lello Voce ha da poco inaugurato su “Il fatto quotidiano” il suo blog di poesia. Davide Nota ne scrive su “l’unità”. Senza tenere conto di blog imprescindibili: absolute poetry, slowforward, la poesia e lo spirito, mosche in bottiglia, imperfetta ellisse, poetarum silva, words social forum, Versi diversi , golfe d’ombre, poesia 2 punto 0, le parole e le cose, Tropico del libro. Per non parlare di siti storici come Nazione Indiana, o il primo amore. O lo stesso sito di Nuovi Argomenti, da poco rimesso in circolo (e finalmente), con la rubrica Officina poesia.

Queste piattaforme sono solo la punta dell’iceberg dell’interesse verso la poesia che si è riversato sulla rete. Si tratta di miniere. Fuori di metafora: dei posti in cui non tutto è in bella vista, dei luoghi dentro i quali è necessario scavare, per trovare e mettere a frutto. Questo stesso elenco non è affatto esaustivo. Anzi, molti nomi autorevoli mancano all’appello. Così come non posso elencare, per ragioni di spazio, le decine di case editrici, di medio e piccolo cabotaggio, che si occupano di promuovere, pubblicare e divulgare poesia. Questo argomento meriterebbe (merita) una trattazione a parte, e certamente più capillare. Un lavoro necessario, che richiede più tempo e più attenzione di quando queste prime note non siano capaci.

Credo che se i redattori dei grandi gruppi frequentassero sistematicamente le pagine on-line dei blog e dei siti che, ripeto, ho sommariamente indicato, si produrrebbero delle scoperte di notevole conto. Sarebbe in definitiva un buon punto di partenza per censire, scommettere, e decidersi a pubblicare.

PS:  Il titolo: “una granità di caffè con panna”. È un endecasillabo. Fu usato da Saba per dimostrare come l’andamento ritmico della lingua italiana fosse, almeno secondo la sua opinione, naturalmente poetico.

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6 thoughts on “Una granita di caffè (corretto) con panna

  1. Ci sono delle imprecisioni nel tuo discorso, Giuseppe.

    …realizzare un ebook costa poco o nulla, rispetto a una tiratura cartacea,…

    Non è vero. Produrre un libro digitale costa tanto quanto produrre un libro di carta: tolti i costi di stampa (diciamo, pensando alla mole media dei libri di poesia: 1,5 euro a copia) e diminuiti i costi di distribuzione (il libro di carta lascia alla distribuzione il 50% del prezzo di copertina, quello digitale mediamente il 20%).

    Quindi, fatto 10 il costo di un libro di carta, l’equivalente digitale costa circa 6 euro / sei euro e mezzo. Che è sicuramente di meno, ma non è “poco o nulla”.

    A meno che non si vogliano avere libri digitali sui quali non venga fatto nessun lavoro di scelta (leggere, scartare e scegliere è lavoro, quindi è costo) e nessun lavoro di redazione (quindi: testi scorretti, impaginati male ecc.).

    …Dieci anni fa il “Corriere della sera” inaugurò una collana di poeti del Novecento e la prima uscita, un’antologia di Eugenio Montale, raggiunse il milione di copie… regalate

    Non ho i numeri sottomano, ma non fu un milione di copie: fu un po’ meno della metà, ovvero tanti quanti i compratori abituali del giornale.

    Peraltro mi pare bizzarro inferire da questo dato che “ci sarebbe” un pubblico per la poesia. Mi pare più sensato pensare che, quando li regali, è facile dar via i libri: perfino se sono di poesia.

    …È normale, per intenderci, scaricare l’ultima uscita della collana “Urania”, o una ristampa digitale di narrativa anni ’90 da parte di Laurana;…

    No, non è “normale”. Il venduto della collana Laurana Reloaded è risibile. (Purtroppo). E, in generale, il venduto delle edizioni digitali in Italia non è ancora in grado di far ricuperare i costi. Non siamo al 3-4% del mercato, ma a molto meno: secondo l’Associazione italiana degli editori stiamo tra l’1,8 e il 2,1, Vedi.

  2. Caro Giuseppe,
    io rimango sempre della mia idea nonostante la tua attenta disamina. Non c’è approccio educativo alla poesia, non solo dentro le scuole, malgrado l’impegno di tanti, validi professori, ma soprattutto fuori per le strade, nella vita quotidiana delle persone. Non c’è spazio perché ritenuta inutile. Un paragone calzante potrebbe essere fatto con la musica classica o quella sperimentale, restano nicchie fuori dal mercato.

    Per rilanciare la poesia non basta, quindi, l’impegno dell’editoria, servirebbe un impegno sociale, educativo, formativo. Basterebbe rispondere con forza ad una semplice domanda: a che serve la poesia? A che serve oggi?

    Complimenti per l’articolo, volendo divertente, nonostante tratti di un tema tragico.

  3. ho trovato interessante l’articolo e i commenti,tratta un argomento a me caro: io scrivo poesie e conosto giovani poeti talentuosi che trovano innumerevoli difficolta’ nell’approccio con gli editori. Concordo con il commento precedente al mio, la vera questione riguarda la natura stessa della poesia, a che serve e soprattutto a chi serve?
    In seconda battuta devo dire che l’editoria segue la scia della societa’(italiana) mostrando poco coraggio verso i giovani poeti e poca attenzione a questa realta’ ed e’ un peccato perche’ si vanno a perdere tante sfumature diverse poesia italiana

  4. “Ma perché, complessivamente, è così difficile pubblicare un libro di poesie, un esordio, una antologia, anche in ebook?”

    Non è difficile pubblicare. E’ difficile vendere/essere letti. E’ molto facile pubblicare per uno dei tanti piccoli editori che recuperano i costi sull’autore. E diversi di questi, proprio per questione di costi, pubblicano dei PDF che chiamano ebook (e che costa molto poco produrre, visto che l’impaginazione rimane quella tradizionale).

    I dati sui costi dati da Giulio Mozzi sono interessanti; riesci a quantificare anche quanto costa in più l’edizione digitale, avendo già l’edizione cartacea? Oppure quei 6 euro valgono proprio per questo caso?

    • Vincenzo, grazie per l’intervento.

      Intanto ti devo una precisazione: “Ma perché, complessivamente, è così difficile pubblicare un libro di poesie, un esordio, una antologia, anche in ebook?”. Con questa frase mi riferivo alla cosiddetta grande editoria, non certo ai medi e piccoli editori che pubblicano con contributo o, come scrivi tu, pubblicano pdf.

      L’intero post è stato scritto di getto, con pochissime revisioni, e conserva tuttora i detriti e le omissioni della fretta. E preferisco lasciarlo così, correggendolo pubblicamente di volta in volta.

      Non saprei quantificare con esattezza, poi, quanto possa costare l’edizione digitale di un libro comunque presente in cartaceo. L’esempio che ha fatto Mozzi è di massima.

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