Tutto comincia


Alcune note, scritte senza starci a pensare più di tanto, su un articolo di Marco Lodoli, del 2010, questo. Ringrazio Vanessa Roghi per la segnalazione.

Sì, gli insegnanti sembrano essere degli sconfitti sul piano economico e, di riflesso, sul piano sociale. Da questa cosa non si sfugge. E’ necessario farci i conti. Per la mia esperienza, dopo alcuni incontri fatti per i Piccoli Maestri, e dopo diverse occasioni meno ufficiali, più personali, mi sono accorto che forse il rapporto diretto, tra insegnante (o piccolo maestro) e alunno ( semplice ascoltatore) è  l’unica condizione che assicuri un ascolto, una ricezione del messaggio. Più si è, meno si trasmette. E questo al netto del disastro permanente in cui versano gli insegnanti e la scuola qui in Italia.

Sì, ancora, è vero: a chi interessa la poesia? Non dà visibilità né denaro, ha una funzione consolatoria ed è, nella migliore delle ipotesi, un precipitato di sentimentalismo. Un insegnante che parli di poesia è sconfitto due volte: per il ruolo che svolge, per l’argomento che tratta.

Ma è poi vero? Voglio dire: in Italia (per lo meno) scrivere versi ha smesso di dare notorietà (per non parlare di denaro, o collaborazione a riviste) da molto tempo; almeno dal ’78, a Castel Porziano. Poi, da lì, è stato tutto una slavina. E basta vedere le antologie di “giovani” poeti uscite negli ultimi tre anni per capire come non solo è difficile parlare di poesia, ma anche chi ne scrive, chi la scrive, patisce un’identità tutto sommato diafana, scontornata.

(Andare a capo? Scrivere così poco? E chi certifica la qualità dei testi? Ci vuole troppa carta per poche parole, bisogna conoscersi in tanti, scrivere in tanti. E perché poi? Cosa ne viene fuori? Se scrivo un romanzo e l’idea è buona, un buon editor me lo riassesta come si deve. Se scrivo versi, magari anche belli, ma non piacciono? Che faccio?) Ecco, però a me pare che proprio quando sembra non ci sia spazio, proprio quando tutte le strade siano state chiuse, suturate, è lì che bisogna far leva, produrre attrito. Ricordo ancora quanto sia stato difficile parlarne all’Aquila, lo scorso anno, insieme a Enrico Macioci e Alessandro Chiappanuvoli, di poesia. Quanti ne saranno stati di ragazzi? Cento? Almeno, sì. Ne avrò contati non più di dieci (ragazze, per lo più) attenti, ad ascoltare cose di e su Sanguineti e Rimbaud. Valgono loro dieci. Una percentuale anche piuttosto alta.

Troppo spesso si dimentica che nella letteratura (figuriamoci nella poesia) non si sceglie (di insegnare) ma si è scelti (da un ascoltatore, un pubblico, una platea, lo schermo del pc, la parete). Davvero in questi casi, e Montale l’ha scritto forse una volta per tutte, quando si tratta di attivare questa cosa dell’andare a capo e di trasmetterci dentro qualcos’altro a delle persone, davvero credo che “tutto comincia quando tutto pare incarbonirsi”.

Lodoli parla della scuola pubblica, certo, e dentro le sue parole ci sono anni di occhi e di visi. Molti meno occhi e visi di quanti io non ne abbia ancora visti, e ha ragione quando scrive: “Il nodo maestro-allievo è sciolto, spesso il ragazzo non si fida più di chi gli parla di poesia o di stelle in un tempo che ha accantonato ogni elemento che non sia immediatamente riconducibile al denaro”. Fotografa una realtà nera.

Ma è proprio qui che si riaprono i giochi, che devono essere riaperti. La poesia (la parola simbolica della poesia) è un attivatore di desiderio come poche altre forme di espressione. Il denaro dà coazione (basta leggersi uno qualsiasi degli ultimi romanzi di Walter Siti per capire come venga vissuto e mercificato il desiderio nel Vecchio Continente), ma la parola poetica è desiderante. Non accade sempre, ma accade. La feritoia, appunto, da attraversare; la difficoltà che produce senso.

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