Iliade, 6 – 8


 

Secondo Esiodo, le Moire sono state generate dalla Notte, o sono state generate da Zeus (la luce) e da Temi, a sua volta figlia di Urano e di Gea. Secondo una terza tradizione, sono figlie di Ananke, il destino ineluttabile. Cloto, Lachesi e Atropo. La prima fila, la seconda dà la lunghezza del filo (la durata della vita) e la terza recide. Se si tolgono loro tre, Zeus ha in mano il potere di decidere tutto. E in queste pagine Omero lo scrive in modo chiaro e inequivocabile, quando immagina Zeus con la sua bilancia accordare i propri favori alla compagine troiana.

Ne muoiono molti di soldati, sia troiani che achei. Queste pagine assomigliano a un lungo necrologio. Atena continua a dare forza e luce (di nuovo, anche lei) a Diomede, e sulle prime i troiani sembrano avere la peggio. Almeno fino a quando dall’Olimpo non arriva il dispaccio che impone a tutte le divinità di non parteggiare più per alcuna delle fazioni. Aiace Telamonio fa scendere la notte su Acamante, Diomede uccide Assilo, Eurialo toglie le armi a Dreso e Ofeltio. Per mano sua muoiono anche Pedaso ed Esepo. L’essere nati da una ninfa non li dispensa dal destino che Lachesi, per mano di Diomede, ha stabilito loro.

In queste pagine si produce uno scarto narrativo, e di sostanza, rispetto a quanto narrato finora. Glauco si ritrova a pronunciare queste parole a Diomede, quando gli viene chiesto chi sia, a quale stirpe appartiene: “La stirpe degli uomini è come quella delle foglie. Il vento ne sparge molte a terra, e la selva rigogliosa ne crea delle altre. Così come la stirpe degli uomini: una sboccia e l’altra sfiorisce”. Forse più della presenza e dell’aiuto capriccioso dei celesti, queste parole riescono ad aprire e spiegare (dispiegare) l’orizzonte su cui si staglia tutto l’assedio, tutta la guerra.

Siamo, poi, piuttosto distanti dai primi ritratti femminili di Euripide, i neòteroi sono lontani almeno sei secoli, quasi lo stesso numero di secoli che separa queste vicende da Enea, e dalla sua Didone, ma c’è un secondo passaggio che illumina la scena (una scena domestica). Le donne troiane, all’interno delle mura della città, offrono dei pepli ad Atena, per stornare l’avversione e ingraziarla (non hanno voluto imparare che alla volontà degli dei, alla cecità del destino, non c’è rimedio). Ma Ettore l’ha capito. Più che capirlo, l’ha sentito. E la cosa è di tutta evidenza, e di schiacciante attualità, quando si ritrova di fronte alla moglie Andromaca.

La donna, che ha in braccio loro figlio, Astianatte, chiede a Ettore di non morire, di non continuare la battaglia. Per mano di Achille, lei ha già perso sette fratelli, e il cucciolo che tiene tra le sue braccia non avrà una sorte migliore: Ulisse consiglierà a Neottolemo (figlio di Achille) di buttarlo dalle mura di Troia, così da spezzare una volta per tutte la discendenza di Priamo. (Ma, come una foglia muore, ecco una nuova spuntarne: Enea continuerà comunque la stirpe troiana, Virgilio fonderà così le origini di Augusto e scriverà un poema sottilmente ambiguo e irrisolto).

“Ettore, tu quindi sei per me padre e madre amata, e fratello. Per me tu sei il meraviglioso sposo”. Quando Andromaca dichiara la sua appartenenza a Ettore con queste poche parole, Ares, Apollo, Era, Atena scompaiono. C’è solo una donna che chiede al proprio marito di non morire. Ettore ha facile gioco nel risponderle, ha dalla sua il dovere, le dice nessun mortale, una volta nato, può sfuggire al destino che gli è stato imposto, che lui non può battere in ritirata né nascondersi, ma deve rimanere in prima fila, a perpetuare il nome del padre Priamo. E dice che preferisce morire in battaglia, difendendo Ilio, che comunque sarà abbattuta, piuttosto che sentire le urla di lei fatta schiava, oggetto in mano ai vincitori. E in breve, Ettore raggiunge Paride, gli rimprovera la mancanza di volontà e gli dice di prepararsi per la battaglia.

Una battaglia vigliacca, quella di Paride: si batteva nella distanza, con l’arco, un’arma malvista all’epoca (ancora la luce obliqua di Apollo, il migliore degli arcieri). Ma il punto è che anche lo scontro tra Ettore e Aiace sembra un gioco tra pupi, e la stessa bilancia di Zeus appare fallata rispetto al peso delle parole di Andromaca. Si ha l’impressione che proprio tra quelle parole sia stato piantato uno dei primi semi della modernità: gli occhi di Andromaca vedono un uomo, un padre di famiglia, non vogliono più vedere in Ettore un guerriero, un capo di stato. Lei segue la legge dell’affetto, lui si trincera nel ruolo, quasi si nasconde nella legge dello stato. Non siamo tanto distanti, alla fine, da Sofocle e dalla sua Antigone.

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