Vetro


Ordine e ferocia hanno ormai lo stesso nome.

Sulla scrivania della stanza da letto, sopra un panno quadrato di cotone blu, ho disposto tutte le compresse che Alberto dovrà assumere nella giornata. Sulla sinistra, accanto al pitosforo dentro un piccolo vaso di terracotta bombata, c’è una pillola gialla. Appena sotto la pillola gialla c’è un foglietto di carta su cui ho scritto donepezil. Alla destra di questa pillola gialla ce n’è una seconda, di un giallo meno smorto, più lunga. Poi un secondo foglietto su cui ho scritto rivastigmina. C’è un antiemetico, simile nella forma al donepezil, e si trova ancora più a destra. Non so perché, ma Alberto non ha bisogno di alcuna indicazione scritta per sapere a cosa serva esattamente questa seconda pillola giallina. Fuori del perimetro del panno blu ci sono una brocca d’acqua e alcuni bicchieri di carta. La brocca è di plastica trasparente, così Alberto sa quando l’acqua sta per finire, può dirmelo. O, se la giornata è buona, può arrivare in cucina, aprire uno dei due rubinetti e riempirla.

Non so ancora se questa sia una giornata buona. Alberto è in bagno. Se ne sta lì dentro silenzioso, calmo. Non sento alcun rumore raggiungermi, solo un fruscio. Quando sento battere sulla maniglia la fede che Alberto porta ancora al dito allora so che devo alzarmi e fare finta di essere dentro la sua camera per avere dimenticato qualcosa. Devo esserci. Lui mi guarda con i suoi occhi grigi, mi saluta, spesso mi dà del lei, poi si siede s’una estremità del letto. Passa i palmi delle mani sul copriletto come se volesse accarezzarlo. La fronte si corruga, gli occhi si scuriscono, eppure mi sorride. Riesce a sorridermi una seconda volta e mi chiede chi sono, mi chiede perché una signora così fresca si trovi dentro quella stanza, con lui. Una stanza così polverosa. “Guardi”, aggiunge qualche volta, “guardi lì sulla finestra. Anche la luce è così piena di polvere. Non si può più vivere così. Se uno deve pulire anche la luce non si può più vivere.”

La giornata è passata, e prima di andare a dormire ho pensato che sarebbe stato utile, per me, e solo per me, recuperare della carta, una penna, e trovare almeno un’ora ogni giorno per scrivere.

Ora posso dormire. Un sonno leggero in ogni caso, ma il ritmo del respiro è più quieto. Da alcuni giorni scrivo con una matita su una rubrica telefonica recuperata dallo studio di Alberto, rimasta sepolta da chissà quanto tempo sotto alcuni registri dei corrispettivi. Ho preso la rubrica, l’ho aperta sulla prima pagina, quella dell’intestazione, e ho iniziato a scriverci sopra. Metto dentro questa cosa di carta tutte le parole che mi avanzano, quando mi accorgo che la sedazione cui costringo Alberto per farlo addormentare, e spesso non vorrei, ha iniziato il suo giro per le vene. Mi siedo e scrivo.

Alberto ora dorme, io sono in cucina, seduta a capotavola. Sono da sola, ho un bicchiere di latte caldo, queste parole che infilo una dopo l’altra, e penso che Alberto abbia ragione. Certe volte è necessario pulire anche la luce.

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