Nello stormo


 

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La rabbia di Bernanos, in Luzi, è riuscita a diventare domanda. La ferita (le ferite della croce) sono diventate in Luzi un lungo momento di indagine. Dal ’63, anno in cui è uscita la prima edizione di Nel magma fino al 2005, anno della sua morte, Luzi non ha fatto altro che articolare le labbra di questa ferita, puntandoci l’occhio dentro e osservando la Natura, la Storia, l’Uomo, l’Alterità.

La ferita, nell’occhio di Luzi, è poi diventata una domanda; la rabbia si è precisata in una interrogazione. E maggiore era il silenzio di Dio, di una alterità profonda e insondabile, maggiore era la richiesta. Fino a quando è lo stesso Figlio dell’Uomo a ricostruire il Padre, a partorire il padre, dentro luoghi dimenticati, quando dice: Ti ho portato perfino dove sembrava che non fossi / o avessi dimenticato di essere stato si legge nelle Meditazioni sulla via crucis, composta in forma di recitativo nel 1999. E in questa stessa porzione narrativa la vicinanza al mondo abitato dall’uomo rimane partecipata e ancora stupita: La vita sulla terra è dolorosa, / ma è anche gioiosa: mi sovvengono / i piccoli dell’uomo, / gli alberi e gli animali.

Questo stupore, impastato di paura, rimane al fondo della scrittura di Luzi fino agli anni estremi della sua vita. Un testo inedito fu pubblicato da “MicroMega – La primavera”, un rivista settimanale che uscì per alcune settimane, e che chiuse la prima pubblicazione, in data 2 marzo 2006, a un anno dalla morte di Luzi, con il titolo Nello stormo.

Lunghi passi nell’aria di una colomba? Di un falco alto levato? Delle ali si chiudono e il corpo si avvita, caldo nel suo sangue che inizia a stillare dopo una sparatoria. Lunghi passi forse di un pellicano, che si pensava lacerasse il suo petto per ridare vita ai cuccioli morti; morti dopo giorni dal suo allontanamento dal nido; o nati così esangui da sembrare già privi di vita. L’abluzione con il suo sangue ridava vita ai piccoli. San Melitone di Sardi (siamo nell’Asia Minore adesso, nel III sec. d. C.) usava questa immagine come simbolo della Passione. L’anonimo estensore del Physiologus, redatto ad Alessandria d’Egitto quasi dentro la stessa epoca di Melitone (tra il II e il III sec. d. C.), in un contesto gnostico, leggeva questa immagine appunto come figura di Cristo.

Secondo alcune (feconde) varianti di questa leggenda, i piccoli del pellicano erano morti dopo tre giorni, o erano cadute vittima di un serpente (il Nemico) o dello stesso padre (altra immagine del Nemico) dopo un tentativo di ribellione.

Nello stormo accade una torsione più incisiva e sofferta. Luzi descrive il piombo di queste ali che cadono, ma il sangue non diventa linfa, non nutre. Stagna. E l’ultimo colpo di ali si ha nel secondo quadro che compone il testo, quando Luzi scrive: sì, sono io / quel grumo / che crolla a piombo sul selciato… E nel distico di chiusura la domanda sembra stemperarsi, la geometria della rabbia si piega in una manciata di parole che costruiscono una richiesta: Oh Dio del mondo / quando sarò rinato? In questo spavento che alimenta la richiesta, dentro il corpo morto di un simbolo antico (dentro l’immedesimazione dell’uomo Luzi ,dentro la violenza), il silenzio dell’Alterità rimane come pietra di paragone, come possibile atto di costruzione.

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