Cucchiaio nella notte


Di seguito, riporto una lettura sulle prose di Franca Mancinelli. Lettura uscita alcuni giorni fa sul “primo amore”, su questa pagina. Devo emendare: la coppia di parole mala bruna ha origini serbo-croate, non sarde, come erroneamente indicato nella prima stesura di queste note.

Negli ultimi mesi Franca Mancinelli, che da anni scrive esclusivamente poesia, ha pubblicato in diverse riviste, per lo più on-line, alcune prose. Prove brevi, racconti leggeri e accorti, ai limiti dell’atonalità o, al contrario, testi che potrebbero essere definiti senza fatica vere e proprie prose liriche (una tendenza, quella della ritmica di un testo non poetico in senso stretto, che nell’ultimo periodo viene praticata da molti autori; come accade nei testi di Emanuele Tonon, solo per indicare un autore conosciuto dai lettori di questa rivista).

Le prose della Mancinelli sono state ospitate da riviste quali ‘Nuovi Argomenti’, ‘Atelier’, ‘Alfabeta2’, il nuovo blog ‘Interno Poesia’, ‘Forma vera’; e sono due i titoli che si alternano nell’inquadrarle: Un letto di sassi e Tasche finte. Prendiamo un passaggio dell’ultima cosa non in versi, uscita per ‘Forma vera’. Solo un passaggio: Ora viaggio nel buio. Sto arrivando senza vedere cosa mi porta a te. So che stai andando oltre i confini del foglio, delle case, dei campi coltivati. È il tuo modo di venirmi incontro, mancando come un’acqua in cammino, diramando. Ti ho letto nel viso (come si tesseva al variare dei pensieri), guardando dal finestrino, finché c’era luce. Ci sono dei preparativi, un’attesa, il perimetro di una stanza che finalmente è violato e attraversato, un ‘tu’ cui riferirsi, poi tutti i movimenti verso una stazione; movimenti che si specificano in uno strappo. Ma l’incontro si ripiega nell’attesa.

A ritroso, poi, recuperiamo un secondo passaggio da Un letto di sassi, pubblicato su ‘Nuovi Argomenti’: Ora stai stringendo una maniglia. Le dita le ho già perse e quello che abbracciavi ora è una porta. Ferma un passo davanti a te. Devi aprirla e andare. Non capisci. Non vedi che non vivono animali in questa casa? E in questa prima fila di parole si recupera il momento in cui il passo viene armato e si produce un piccolo, teso spostamento ancora all’interno della prigione di una stanza. Riappare il ‘tu’ (e qui siamo indecisi se considerarlo una immagine autonoma, di altra identità, o una persona: una maschera narrativa che la Mancinelli usa infine per precisare e amplificare se stessa, fino a delinearsi per sovrapposizione di assenze e mancanze). C’è un’assenza primaria in tutti questi lacerti, che Mancinelli de-scrive, attorno a cui scrive. La tragedia, il momento del crollo, passa sotto silenzio, con un movimento di estremo pudore che scorre nelle vene di ogni testo. Come se esibire fosse negare. E c’è un tentativo di ricostruzione, qualcosa di molto simile al kintsugi. Questa parola, che ci arriva da una delle declinazioni dell’estetica zen, indica alla lettera l’atto di riparare con l’oro, con piccole venature d’oro, un qualsiasi oggetto di uso comune che si fosse rotto. Il valore nasce dalla ferita, da una mancanza di unità si configura un nuovo principio di unità. Queste prose sono l’oro con cui la Mancinelli fascia e accudisce.

Questo scarto, che scalza il momento della distruzione a favore della cura, ha un valore che forse non è ancora stato riconosciuto, nel percorso della scrittura di questa autrice. Se proviamo qualche altro passo indietro, se tentiamo una prospettiva, la profondità potrebbe aiutarci a mettere a fuoco.

Bruno-Walpoth-wood-sculptures-17L’ultima raccolta finora pubblicata dalla Mancinelli, intitolata Pasta madre, si strutturava attorno ad alcuni temi, che De Angelis, nella nota inclusa al termine del libro, ha indicato inequivocabilmente: una condizione di allarme patita dentro una stanza, mentre il corpo è abitato da forme di vita animale che minacciano ed erodono e gli occhi, senza alcuna accensione analogica, perforano tutto quello che attraversi il loro campo in un triste gioco, aggiungo, di pieni e di vuoti, di semi che sono sul punto di esplodere di possibile vita, ma risultano vuoti: incerti semi, si legge in una delle prime poesie, un cucchiaio contiene il viso e il viso, a sua volta, anonimo per eccesso di definizione, regolare come un documento; mentre all’esterno della stanza ci sono territori ostili. Nel buio di questi versi la luce allaga, non illumina, il fuoco che viveva dentro gli animali e gli alberi è lontano e sembra essere ricordato più come minaccia che materia di vita. Gli occhi, in Pasta madre, sono veicolo di spavento, non di conoscenza o di riconoscimento. Solo quando ne è privo, il viso diventa una ciotola buona che accoglie, senza chiedere (c’è una incredibile, e non voluta forse, rassomiglianza tra le espressioni attonite che questi occhi vivono, e i visi che Bruno Walpoth cava dai suoi legni; come delle versioni più composte, quasi aliene, dei Prigioni di Michelangelo). Ognuna delle sezioni di Pasta madre è contornata da pagine bianche, come se i testi non volessero costruire una strada, un percorso verso l’esterno (e l’alterità). Il momento del lutto sia taciuto: ritorna il pudore, ancora.

Un ultimo passo a ritroso, e arriviamo (ritorniamo) alla prima raccolta, Mala Kruna, pubblicata da Manni nel 2007. Mala kruna, piccola corona di spine; coppia di parole che non appartiene alla terra, alla terra ferma, ma viene dal limite di una lingua di mare, dal serbo-croato. Nelle prime pagine della raccolta c’è una immagine che si ripete, si ripercuote, e sorprende forse: il cerchio. E la circolarità. C’è l’isola, circondata da un mare, c’è la corona, c’è un mondo che dondola, dei passi che solcano avanti e indietro in una sala. Tutto è ancora protetto (dal ricordo) e tutto accade definitivamente oltre la linea dell’orizzonte. Appaiono per la prima volta i semi; ma sono rotti, o sono paragonati a delle barche (che galleggiano dentro il mare che, incessantemente, circonda e allontana): L’obitorio è un lago calmo: le barche / ovali come il seme di una donna, / la carne dove dorme sempre un figlio. Ci sono testi pieni di albe, ma le albe sembrano inquinate da sfumature livide, viola. È in questi primi idilli che nasce la tensione, diventata poi allarme, in Pasta madre.

Tra le prose sparse negli ultimi mesi, una colpisce tra tutte. La si trova in “Interno poesia”, ed è forse il primo vero testo narrativamente puro che Mancinelli abbia mai scritto finora; appartiene a Tasche finte: E rimettendo ordine alle stanze mi sembra che nella mente si apra un luogo chiaro: come riemergendo da una nebbia, lentamente prendo posto, sono dove sono, qui, in questa coordinata dello spazio. Da questo movimento può nascere altra prosa.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...