Qualcosa di prenatale


Su richiesta di Orazio Labbate, pubblico la lettera scritta la scorsa domenica dopo aver finito di leggere, per la seconda volta (e durante l’avvio della terza lettura) Lo Scuru. Gli omissis coprono riferimenti personali.

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Sono alla terza lettura,
in questi mesi ho letto Lo Scuru un paio di volte, e questa mattina ho iniziato la terza. Inizio pagina 50: “Che devo fare, camurrìa!”.
Che devo fare? Vengo anche io da un paese di mare, che ha colori più pastellati e morbidi, e questo paese si chiama Vasto, e non è Butera. Però un po’ lo è, perché mentre ri(ri-ri)leggevo la sequenza della maga e dello specchio pensavo a mia nonna [omissis] che prende un piatto, ci fa cadere delle gocce di olio su un fondo di acqua e cerca di capire quale spirito ti stia mordendo la nuca, e come sia possibile eliminarlo (e si elimina: si prende una forbice e si tagliano gli “occhi” di olio dentro il piatto, poi lo si butta aldilà delle proprie spalle, fuori del balcone).
Che devo fare? La mia impressione è che tu abbia scritto la tua personale nekya, la tua catabasi (descensus ad Inferos). Sono stato a Noto, a Scicli, a Pozzallo, e per molte altre esperienze so che c’è poco da fare quando il mare mescola sale e sangue. So anche (perché l’ho vissuto, perché me l’hanno fatto vivere e rivivere da quando avevo più denti in bocca che anni sulle spalle e sul petto) il vincolo e il riscatto del sacrificio (le tue pagine sono sacrificali, sotto i colori fluo delle prime pagine c’è qualcosa di più torbido, indistinto, che a tratti riaffiora e scudiscia, che sembra uno scherzo ma poi fa male a ripensarlo e ritornarci). Il sacrificio come atto fondativo, come assenza dalla quale fiorisce una comunità (e dentro la comunità, ogni singolo individuo, dentro ogni individuo la parola).
Che devo fare? “Bocca vecchia di carusu”. Montale ha scritto una immagine simile (ancora: il mare e i suoi ossi attorno ai quali, nella tua scrittura, c’è molta carne che brucia e urla). “E’ nata fimmina!” e dal mare dove vengo (e dove torno magnetizzato ogni volta) si dice che quando nasce una femmina è nata una disgraziata. La lingua dell’agnello affettata da nonna Concetta (concetta: concezione: concepimento/pensiero: nascita: morte: ritorno: catabasi) e mia nonna che mi costringeva a mangiare le cervella dell’agnello, mentre dalla metà della sua testolina che avevo sul piatto, il suo occhio continuava a guardarmi e mi chiedeva: perché? (E di nuovo: il sacrificio).
C’è qualcosa nella tua lingua di prenatale. L’immagine che mi sono costruito mentre ri-ri-rileggevo era quella di un inchiostro (rosso) che non voleva asciugarsi. “Il raptus suicida delle rondini”, e ne ho viste molte schiantarsi anche io. Altre, meno fortunate, ritornare poi a terra con le zampe esplose per qualche filo della luce che le aveva elettrificate. E queste rondini sapevano poi solo volare, a terra avrebbero soltanto zoppicato. Il tuo italiano (chiamiamolo così per convenzione, sospendiamo la fantasticheria ora) è completamente violentato dal dialetto. E il dialetto è minato da qualcosa che non ancora intercetto, e continua a sfuggirmi. C’è questa cosa prenatale (non trovo altri aggettivi) che cerca di emergere, e che forse dovresti iniziare a lasciare (s)correre. A me accade ogni tanto, in qualche verso, in uno spossessamento che non riguarda me (scrivo solo a matita), e che mi pare di rivedere in qualche tuo giro di frasi che non torna, che vuole solo andare via.
Anime rotte e cucite, sudari masticati. Ho avuto di nuovo quattordici anni mentre leggevo certe cose che scrivi. La terra ritorna carne e la carne urla (ma silenziosamente, ci sono molti colori e pochi suoni. La vittima ha così tanto terrore da vedersi la lingua marmorizzata): “Il castieddu di Falconara era cauterizzato nei cancelli arrugginiti dell’ingresso”. E credo che ora dovresti dissigillare quei cancelli. Andartene da qualche parte, tenere stretti gli affetti, e fuggire (come la peste!) tutto questo parlare attorno al tuo libro (e meriti che se ne parli, lo meriti!) per entrare dentro un altro tempo, interiore, ulteriore.
Leggerò una terza volta, finirò questa seconda lettura, e mi domando cosa accadrà dalle prossime tue pagine, nelle prossime pagine.
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