Alfabeti ordini ordigni


Ripubblico di seguito una lettura di “Tua e di tutti”, di Tommaso Di Dio (LietoColle, Pordenonelegge), uscita per “il primo amore”, e reperibile su questa pagina.

Tua e di tutti è il primo passo compiuto, definito, di Tommaso Di Dio, segue di sei anni Favole (uscito nel 2009) e le parole con le quali si apre isolano un percorso: Tutto questo non possiamo noi dimenticare / una volta cominciata questa impresa. Una deissi estremamente inclusiva, Tutto questo, e una negazione, non possiamo dimenticare. Questa stessa poesia, un lungo proemio, termina con una negazione forse ancora più forte: in nome di nessuno. Tra questi due estremi accade qualcosa: un ragazzo down distribuisce dei giornali. A seguire il dettato di Di Dio: Il giovane ragazzo down / distribuisce i giornali. E un terzo inizio, il terzo punto non allineato per cui passa lo scorcio di questa retta di espressione, sta tutto nell’articolo determinativo: i giornali. I testi che seguono, tutti i testi che seguono, combattono un corpo a corpo con questi movimenti.

Tommaso-Di-Dio-tua-e-di-tutti-copertinapiatta21L’impressione generale, rischiando di saltare immediatamente e con affanno a una prematura conclusione, è che Di Dio faccia di tutto per sabotare il proprio dettato. C’è qualcosa di Sereni nell’insistenza con cui i gesti si cristallizzano in un tempo senza finalità: la stessa strada / che continui a fare e rifare / e gli alberi, e c’è qualcosa che ricorda il dettato di certo Sbarbaro e del primissimo Montale. Ma Sbarbaro soprattutto. In molti passaggi Di Dio sembra voler risuonare dentro le parole che aprono Pianissimo: E gli alberi son alberi, le case / sono case, le donne / che passano son donne, e tutto è quello / che è, soltanto quel che è. Con la febbrile differenza che quanto in Sbarbaro diventava accettazione, in Di Dio vive di una leggera nevrosi, che non poche volte si chiude in un rifiuto: E ogni mondo / a cui hai creduto come cosa salda e vera / è già di altri negli altri corpi / come una bufera che non riconosci più; che non riesci / ad amare più.

C’è una sottile disperazione che precipita nel fondo: Qualcosa va perduto / non sarà di nessuno nessun tempo lo avrà / mai. Poi qualcosa brucia, sembra riscattare: Perché il vero volto è fiamma, che ogni altra / luce cancella.

L’enumerazione dei passaggi, la somma dei versi e la conclusione che ne potrebbe derivare non esauriscono le possibilità di lettura cui Tua e di tutti si presta. È possibile trovare una diversa prospettiva, torcere gli occhi insomma, e vedere cosa ci sia nel risvolto di questo libro. Non tanto il risultato espressivo, estetico; piuttosto, il movimento. Non il verso in sé (i versi), ma il ritmo, la pulsazione che li ha determinati.

La quarta sezione della raccolta (la quarta su sette sezioni) è la più piena di indizi.

I ragazzi giocano a pallone

nella piccola piazza, dove

il sole batte. I motorini i garage.

Il vento è cresciuto nelle mani.

È diventato sabbia piedi gonfi estate.

Per anni continuamente salire; tentare.

La completezza, di pioppi palazzi campi, distese.

Mi chiedo come tenere tutto questo, del mondo e

della mente; anche adesso

che il pallone violento sbatte

e grugnisce

il ferro caldo delle saracinesche chiuse.

C’è questa durissima inarcatura (non solo tipografica) tra mondo e mente. Ancora prima ci sono tutti gli elementi che sostanziano questo libro: brevi elencazioni di cose, di realtà, un momento di svelamento, il pallone violento sbatte / e grugnisce, le mani (la mente) che cercano di trattenere il vento (il mondo) che non la smette di crescere. Poi qualcosa, e tutto si richiude e sfugge: il ferro caldo delle saracinesche. Di Dio sta sempre su questo limite. Le sue deissi, le sue denotazioni sono un atto linguistico estremamente sofferto, se non patito. Si sviluppa allora una minima soglia di dicibilità, un filo tenue e (di nuovo) durissimo su cui si provano dei passi (e Tua e di tutti sembra essere, lo ripeto, un primo passo compiuto). Ecco allora, nel testo successivo:

Si ferma. Apre la porta. Si gira poi, saluta

l’amico volto da poco caro. Per le scale

scende e s’allontana.

Altre inarcature che spezzano, con il terrore che questa soglia di percezione e dicibilità si frantumi in ogni a capo (per ogni a capo). Lo stesso testo è incistato di verbi percettivi: vedere, toccare. Fino alla chiusa: mentre nessun pronome resta.

In uno dei suoi seminari, verso seconda metà degli anni ’60, Alan Watts è riuscito a definire con due sole parole il Daoismo: mutual rising. La realtà viene creata dalla (e risponde alla) percezione dell’osservatore. Ma: “osservando le cose in modo originario, non vi è differenza tra quello che fate da una parte, e quello che fate dall’altra” (è un passaggio, questo, del ’75). Di Dio si avvicina a questo tipo di respiro. Ancora dalla quarta sezione:

[…] Sono queste cose che non continuano

dopo di noi, che muoiono

con dolcezza, senza di noi; a farci forti

capaci, come una madre

senza speranza e serena.

Con dolcezza, senza di noi. Ungaretti avrebbe usato forse questo verso: docile fibra dell’universo, in un testo intitolato I fiumi. E Di Dio anche scrive di fiumi: Ma quello che il fiume fa / non lo sa nessuno. (E dentro questo verso c’è anche Eraclito). Filiazioni a parte, possibili tracce che porterebbero in ancora altre direzioni e stimoli, si rafforza l’idea che Tua e di tutti sia nato da continuo dissanguamento, che Di Dio chiama desiderio e vita (ma è più giusto riferirne le parole esatte, e siamo comunque nella quarta sezione):

Cammino avanzo. Opero parlo.

Al punto cieco di ciò che faccio

desidero sempre, desidero ancora.

Desidero vivere.

Un desiderio più vicino a una volontà. Probabilmente una volontà generica, basale. Ma le pagine di questo libro diventano tese quando incontrano un fastidio, Di Dio smette di sanguinare (di vedere) e incontra. Incontra un urto. Ed è sui limiti di questa denotazione che si trovano i momenti di riconoscimento (e forse spavento) più nitidi. Da qui potrebbe partire il secondo passo.

[…] il colore

non era plastica più, né legno, era

solo

resistenza.

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