Avevo quindici anni appena compiuti


Ho visto una prima stesura di questa Breve storia del talento due anni fa, a casa di Alessandro Chiappanuvoli. Dopo due anni, e molti vitali rifiuti che il romanzo ha subito, ho potuto leggerlo (ed esserne letto) con gli occhi e il petto puliti. Quella che segue è una lettera in cui si è cercato di restituire quanto avuto, e vissuto, durante la lettura del romanzo di Macioci.

Quindi il grande Michele,
come scrivi quasi in ogni passaggio che lo riguarda come se fosse un atleta, un eroe, con un patronimico senza un preciso riferimento paterno, solo filialità.
Ci ho messo un po’ a capirlo, e proprio mentre ho iniziato a scrivere questa lettera ci sono arrivato: Michele è grande non per il suo talento (poi ci torno), ma perché viene visto dagli occhi della voce narrante come se lui fosse un adulto, come se coincidesse totalmente con i propri desideri. Come se, perché a conti fatti si intuisce che Michele cadrà, in modo forse anche goffo, anonimo e scontato. Michele è grande, allora, perché agli occhi della voce narrante ha le carte giuste. Ma manca di volontà.
NZOLa volontà. Tu non ne scrivi per niente, ma poco per volta viene fuori, per contrasto, in filigrana, nel rovescio, come una lama. Il grande Michele si spunta perché manca di volontà, e la pressione cui è sottoposto, cui si sottopone autonomamente, la voce narrante è la stessa pressione che trasforma un carbone in diamante. Poi, diamine, chiaro che il narrante Enrico e il grande Michele sono i due poli dentro cui stai (sei stato? ci sarai ancora?) tu. C’è qualcosa di estremamente giusto, pulito, ordinato, metodico, aspettato in tutti i quadri che hai dipinto con più acqua che colore, in modo quasi pastellato, salvo poi prendere interi tubetti per scrivere, grassa e irripetibile, una frase gnomica.
Ce ne sono tantissime, specie nella seconda parte, il cui abbrivio ho trovato molto vero (non trovo altri aggettivi). Un po’ tutti i colori che hai scritto nella prima parte diventano pura luce quando la voce narrante e Michele, anni dopo, si trovano l’uno di fronte all’altro. Uno specchio? Cazzo io non lo so, non lo capisco, ho anche e ancora paura a entrare, dimenticandomi di me, dentro i testi di altre persone.
Quello che ho registrato è che le lame di luce che bruciano il bar, nella scena in cui i due per un attimo coincidono, sono le lame della maturità (la mente che decide e separa), e la maturità mi sembra che sia arrivata appunto grazie alla volontà alimentata dalla pressione, o dal desiderio, dalla mancanza, dalla nostalgia di un futuro di individuazione.
Hai scritto un romanzo estremamente geometrico, in cui non accade quasi nulla, in cui tutto è epifania e, nello stesso momento della epifania, tutto è concreto, tangibile, quasi riproducibile. Moltissime delle scene che hai descritto sono capitate anche a me, e a molti altri adolescenti nati nella metà degli anni Ottanta. Mancava un libro che parlasse con le cose e i nomi di quel periodo. E c’è molta disperazione e irrimediabilità in queste pagine. E la tua disperazione è umana, porca miseria, è un terreno che aspetta ancora la nascita di altre piante.
Per questo ti dicevo che tu rimarrai su questo libro per molto altro tempo ancora. In una certa misura, mi pare di avere intuito, forse nemmeno tu ti sei reso pienamente conto di quanto hai scritto. Ed è una fortuna, per un narratore, essere ingenuo. Un poeta no, il poeta deve tagliarsi la gola tutte le volte che sente mancarsi l’aria, e dopo scrivere. Nel leggere le pagine in cui Michele e la voce narrante si confrontano, fino all’inabissamento di Michele, la mia idea è che tu quasi lo rimproveravi per averti permesso di scrivere, per averlo ritualmente ucciso, per averti poi costretto a dirglielo in faccia. Altro che Conrad o King.
Deve essere stato complesso gestire tutto questo durante la scrittura: non ci sono sbavature, non c’è niente che sembri costruito, anzi, tutto quello che accade ha un andamento talmente naturale. Anche la carica simbolica di certi luoghi, alcune singole parole, è spaventosa per la sua lucidità, e quasi passa inosservata per la sua resa così controllata da non poter nascondere l’idea che ci sia stata molta rabbia in alcuni tratti della scrittura. (Il ritornare su quanto già scritto è etimologicamente molto simile al significato della parola versus: girarsi, tornare indietro, etc).
Poi ci sono delle cose che ho annotato tra me e me, e riguardano in modo puntuale le parole, la cosa che viene chiamata ancora stile, ma non è che io trovi tanto in giro, che pure mi sono stancato di stare dietro a tutte le cose pubbliche e pubblicate, e uno poi dovrebbe mollare tutto e buttarsi senza riserve in quello che scrive, e vaffanculo tutti.
Attraversarsi.
oppure interamente, fino al ritorno,
in pura perdita
Sono gli ultimi due versi che ho scritto, ed è quello che mi pare accada nelle tue pagine, da un certo punto in poi. Specie nell’ultima breve porzione di scene, la terza. Ma non lo so, chi legge ora davvero? Chi è in grado di staccarsi dagli avvenimenti e stare dentro qualcosa, senza riserve? Chi ne sente il bisogno? Vale farlo? A me pare che davvero in non pochi passaggi tu riesca a farlo. Hai questa pedana dei quaranta anni adesso, un passaggio in cui fare letteralmente tutto quello che vuoi con le parole. Non lo so, ti ripeto, ma la mia impressione è che ci starai ancora tanto altro tempo su questa storia.
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