Ogni frutto ha un tremore


Riporto di seguito la lettura pubblicata sul “primo amore” di Incontri e agguati, ultimo libro di Milo De Angelis, pubblicato lo scorso giugno per la collana Lo Specchio, Mondadori.

Apollo può anche avere un aspetto notturno, scendere
nell’abisso per uccidere il serpente Pitone
 

Julio Cortázar

Quanto è legittimo scandire la poesia di De Angelis in due tempi? Due tempi sezionati da una cesura talmente asimmetrica quale è stata, ed è ancora, Millimetri? La fortissima analogia, il limite verbale, gli spostamenti di grandezze dentro ballatoi di un solo verso hanno da tempo (e per fortuna secondo alcuni) addolcito la loro intensità a favore di un dettato se non più nitido, almeno più cantabile. Con Tema dell’addio questo movimento distensivo si è ulteriormente rivelato, e con Quell’andarsene nel buio dei cortili De Angelis è sembrato ritrovarsi in qualche fuoco di avvistamento e osservazione più ravvicinati. E cosa avrebbe allora da raccontare Incontri e agguati a un lettore che non si fosse mai avvicinato a una parola di De Angelis?

image-101Incontri e agguati dentro la sua seconda sezione (la sezione dal più ampio respiro) è una collezione di destini. Queste pagine raccontano di gesti atletici che hanno deciso vite, di giovani donne (amazzoni, Daina, ragazze sacre che affondano nelle risaie; e perché non Esterina?, e altri nomi ad affollarsi) che hanno vinto là dove Atalanta ha fallito, di giovani uomini che hanno saputo trasferire in questa nostra lingua il ritmo esatto e antico della lingua greca, altri uomini nel buco di una vena scavata dose dopo dose, persi dentro sé stessi in un silenzio che ha oscurato ogni richiesta; voci uscite da una interrogazione di orbite non più proprie, estranee. E non ci sarebbe nulla di sconosciuto nella mitologia di De Angelis per chi avesse già frequentato le sue pagine lungo un percorso di quarant’anni.

In una lettera, una risposta, nella quale De Angelis ha conversato con Davide Rondoni, Incontri e agguati viene definito come il suo libro “più intriso di esperienza”. Non autobiografismo, ma esperienza. E occorre continuare da questa preziosa indicazione d’autore per stare dentro i versi, tra i versi di queste ultime cose. La mitologia di De Angelis, ed è qui che si è prodotto uno scarto, è come se si fosse attenuata; la voce autoriale sembra essere adesso più soffusa, meno altera; non ci sono araldi, stemmi, ma esempi (si vorrebbe scrivere quasi: exempla, momenti di esperienza da cui scaturiscono gesti e pensieri di significazione). Tutto è narrato perché già accaduto. Vengono in mente, per contrasto, le stanze di T.S., in cui De Angelis fotografava e inquadrava a ritroso il tentativo di cessazione di una vita fino alla vertigine della fecondazione, quando non c’è ancora individualità, ma puro movimento verso l’esterno e verso l’interno, un movimento indistinto (zoè, vita che è ancora solo vita onnipotente e indistinta). De Angelis ha sempre scritto bruciandosi. Ora sembra volere scrivere governando il fuoco degli avvenimenti. La distanza non diventa ricordo consolatorio ma momento di accettazione finalmente, riconoscimento. È ironico che un poeta accusato, o blasonato, di oscurità ora spiattelli le ragioni del suo canto e le renda canto stesso. Non c’è elegia, non c’è mai, ma c’è dolcezza; c’è sempre frontalità.

Alta sorveglianza è il diario di un incubo rivissuto a occhi aperti. I detenuti con cui De Angelis ha lavorato, e lavora, hanno una voce. C’è dolcezza in questo gesto e, di nuovo, c’è frontalità nel prendere le loro esperienze, il fuoco dei loro delitti, per farli rivivere (senza lenirli) sulla pagina. Questo caleidoscopio continuamente illuminato di buio è una lunga ripetizione, costruita con testi estremamente e dolorosamente brevi (per quanto poco si può sopportare il dolore, il gesto che ha reciso? Il tempo necessario per la sua testimonianza?). Le parole cerchiano azioni compiute nel buio e si ripetono esatte e scontornate, in un “minuto esteso”, nel tremore del voltarsi indietro, in una solitudine ulcerata dal veleno che inquina i pensieri, dai preti, secondini o volontari… Figure di passaggio che non possono, non riescono. La condanna non è nella privazione della libertà, è nella ripetizione, nella mano che gira all’infinito la maniglia di una porta chiusa.

*

In una circostanza pubblica a Roma, al Teatro Palladium, De Angelis ha avuto la possibilità di leggere Guerra di trincea. E vorrei continuare questo tentativo di lettura di Incontri e agguati con l’azzardo, l’ingombro dell’io; della prima persona singolare. Diversamente – ho bisogno di dichiararlo – pagherei il mio debito di lettore con una moneta falsa.

De Angelis ha letto i diciannove idilli (uso questa categoria nel senso della sua lettera, e chiedo che siano intesi come: piccole immagini, piccoli quadri) come se fossero parti di un poemetto. De Angelis, attraverso la sua prima e vera Totentanz, chiede incredibilmente al lettore, lo apostrofa (Vieni, amico mio, ti faccio vedere, / ti racconto), dichiara il suo labor, la sua officina è oggetto di scrittura; questa torsione quanto confligge con il dettato cui De Angelis si è sempre dichiarato fedele fino al sanguinamento, fino al rischio di una sempre lambita e mai toccata sordità espressiva? E mio padre / fermo nella sua giacca per sempre / e un cerchio di puro niente mi assalì / in un solo attimo franò sul tavolo / e mi mostrò cento di questi giorni. (Il “per sempre”, che anticipa per poi risuonare nello stesso “minuto esteso” di Alta sorveglianza, voglio aggiungere). In quel mi mostrò cento di questi giorni, appena ascoltato dalla bocca di De Angelis durante la lettura, mi era sembrato di percepire una nota grottesca, una ironia di ruggine e di dolore. Una ironia senza redenzione, e che pure mi diceva di un distacco affatto personale, quanto narrativo. Il racconto che De Angelis offre è sfrangiato dalle incursioni della morte, combatte parola dopo parola (appunto dentro il solco di una trincea nata, da quanto leggiamo, nel ’67). La morte sorella del buio? La Notte, fecondata dal Vento, ha deposto un uovo. Da questo uovo è nato Eros, o Fanete: colui che brilla, colui che appare. Da lui, con le sue ali d’oro, il salto nell’ “antico fenomeno del mondo”. Nella polarità tra buio (notte, morte) e luce (apparenza, velo di maya, materia, mondo), De Angelis aveva camminato in Quell’andarsene nel buio dei cortili, e solo adesso si precisa cosa intendesse, dove si stesse avvicinando. Nella polarità tra morte e mondo, in questo libro, De Angelis ha deciso di raccontare il buio, la morte che iniettava nell’alba il suo buio primitivo.

C’è infine una denominazione della morte che ha continuato a risuonarmi dalla lettura pubblica: niente. Il niente è guardato come “dolce”, “puro”. Per intero allora, con più giustizia:

Tutto cominciò in una cameretta
con i regali e le candeline
che in un soffio spensero mio padre
fermo nella sua giacca per sempre
e un cerchio di puro niente mi assalì
in un solo attimo franò sul tavolo
e mi mostro cento di questi giorni.
Quel puro niente mi ha riportato alla memoria una delle cose più oblique di Guglielmo IX:

Farai un vers de dreit nien,
Non er de mi ni d’autra gen,
Non er d’amor ni de joven,
Ni de ren au,
Qu’enans fo trobatz en durmen
Sus un chival

Che potrebbe (ri)suonare: Scriverò un verso di puro niente, / non su me né su altra gente, / non sull’amore né sulla giovinezza, / né su niente altro, / perché l’ho scritto dormendo / sopra un cavallo. Dreit nien e puro niente, una prima sfida lanciata contro un genere, la poesia, che allora era appena nata (così ci informano i manuali), e una seconda sfida, personalissima, innervata quanto mai di vissuto; due sfide che si specchiano dentro una distanza di mille anni. Questa consonanza non costituisce una prova testuale che invischi De Angelis a Guglielmo IX. Provo allora, provo di necessità, a sfumare questa consonanza in domande, o più opportunamente in richieste: e se De Angelis avesse scritto, in Guerra di trincea, la sua vida e la sua razo? Se quindi avesse parlato di sé e delle ragioni del suo canto per la prima volta in totale disarmo? Se i suoi versi finora così ostinati si fossero aperti una buona volta? Se quindi il suo cantare oscuro (orfico, diciamolo definitivamente) si fosse aperto in un canto chiaro, disteso (in un trobar leu)?

Ecco, le mie lenti hanno questo orizzonte davanti, e certo non vorrei cadere nell’abbaglio di dare più importanza alla carta danneggiando la verità del territorio, un territorio non mio, che pure appartiene anche a chi legge.

(Ringranzio, in chiusura, Federica. Per avermi avvicinato alle parole di Cortázar poste in apertura; parole che hanno permesso queste riflessioni forse troppo estese).

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