Oltre il Novecento


Riporto la lettura, pubblicata su “Flanerì”, del volume La poesia, di Giorgio Manacorda, per l’editore Castelvecchi.

C’è un’ombra con cui Giorgio Manacorda sembra sotterraneamente dialogare e combattere, e che forse restituisce la misura di quasi vent’anni vissuti a scandagliare la poesia, le poesie, di cui ha dato conto nei suoi annuari: l’ombra di un parricidio. I termini di questa lotta di pensiero riguardano Parmenide, con la sua pretesa di fondare il molteplice con la sferica e immutevole identità dell’Essere, e Platone, che per via di figure di intermediazione – il Demiurgo, la matematica – è riuscito a far ponte tra l’Idea dell’Uno e del Bene e le singole realtà quotidiane, irriducibili tra loro. L’ombra quindi si allunga e ingoia nel suo cono Aristotele.

9788869445941_0_0_1415_80Le ragioni per le quali questa lotta riguardi la poesia hanno per estremi lo Ione, il Simposio e la Poetica. Il razionalizzante Platone doveva specificare in quali modi il Dio spossessasse il poeta (il poeta tragico) lo lacerasse (accomunando il suo destino a quello di Dioniso) per farlo poi rinascere trasfigurato nella sua opera: la manìa, che operava come la pietra di Eracle (come un magnete), permetteva alla poesia di legare chi legge a chi ascolta; eppure il poeta non aveva scienza di ciò che scriveva, cento versi di lotte non sono riusciti a rendere Omero un guerriero né un auriga. Perché a parlare non era lui, ma il Dio. Si tratta di possessione diremmo ora: ethousiasmòs, si definiva allora. E poi un testo, il precipitato di questa possessione, cos’era se non la copia di una copia di una copia? Immagine, mimesi, che copiava la realtà, che a sua volta copiava (ontologicamente, per proprio statuto) le Idee. Questa immagine sgranata, la poesia, non aveva allora ragione di essere, pativa inoltre l’aggravante di mescolare l’anima degli uomini allontanandoli dalla ragione, tratto d’elezione dell’uomo.

Il resto dell’articolo è consultabile sulla pagina di “Flanerì”.

 

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