specchi, scritture, metamorfosi


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Qualche venerdì fa sono stato all’I.C.A. Frantzel Celli. Ci sono andato per i Piccoli maestri. A differenza di quanto successo in altre occasioni, questa volta i ragazzi che hanno ascoltato e hanno partecipato all’incontro hanno anche scritto. E pare che Stevenson, allora, abbia mietuto altre vittime.

Se vi interessa sapere cosa hanno scritto Alice, Cassandra, Davide, Edoardo, Elisa, Ervin, Giulia, Monica, Valerio Lorenzo (e molti altri), provate ad andare qui.

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Da un posto di lavoro.


 

L'Ingenu

C’è un disperato, che incontro quasi tutte le mattine, seduto a un tavolo davanti al bar vicino al mio posto di lavoro. Quasi tutte le volte che lo incontro sta rullando una sigaretta o sta cercando di accendersi un mezzo sigaro. Certe volte indossa degli occhiali da sole, certe altre volte no.

La cosa interessante è che appena incrocia il suo non-sguardo con il mio si accende, si ravviva, e inizia a racimolare tutto il tabacco che ha disseminato sul tavolo come colto in flagrante, quasi accarezza con il taglio della mano la superficie di questo benedetto tavolo verde. Raccoglie nel palmo di una mano questo tabacco, poi comunque riprende ad aspirare dalla sigaretta o a ciucciare dal mezzo sigaro. E si bea come un padreterno.

Mi sento il suo non-sguardo addosso fino a quando non attraverso il portone e non vado al mio posto di lavoro, ripassando in rassegna il suo tavolo, tra me e me: non ha tazzine vuotate, bicchieri, consumazioni lasciate sul tavolo. Ha solo queste cose che cerca di fumare e l’invadenza sottile dei suoi occhiali da sole.

Ma una di queste mattine mi fermo e glielo dico. Gli dico che è ancora molto giovane (secondo me, appena quaranta, poco più) e che potrebbe quindi investire chissà quale pulsione frustrata in un nuovo e più fecondo oggetto libidico. Come questo post del tutto inutile.

Poi c’è solo bianco.


 

Cecilia ha sette anni. È seduta su una sedia di legno dalle gambe scheggiate. Ada le ha chiesto di aspettarla, di stare buona, seduta, e di aspettare che ritorni. Lo schienale della sedia la sovrasta. Quando Cecilia prova ad appoggiare la testa, la testa le ricade indietro, e non riesce a respirare. Allora si aggrappa con le mani alle gambe della sedia, si spinge in avanti. Qualche fibra del legno delle gambe le si infila nelle dita, e Cecilia deve succhiarla con le labbra, deve provare ad afferrarne la punta con i denti. Le mani sono sudate, fredde; gli incisivi scivolano sui polpastrelli. Cecilia stringe i pugni.

Gli occhiali hanno una montatura rosa, non servono a molto. A Cecilia è stato detto che questa montatura è rosa come la sua pelle, quando non suda. Cecilia non capisce a cosa le servano gli occhiali. Alle volte sono così pesanti che le tagliano l’aria, non permettono che si infili lungo le narici.

Davanti a sé Cecilia distingue una macchia nera. Sa che si tratta di una porta, l’ha attraversata qualche minuto prima che Ada le chiedesse, le dicesse, di aspettarla seduta, senza muoversi. Attorno alla macchia nera c’è del grigio.

Nei minuti in cui Cecilia aspetta Ada – minuti che insistono –  la macchia nera della porta si macchia di grigio. Qualcuno entra nella sala d’attesa. Cecilia si gira dove sente più freddo. È freddo, per lei, quando non c’è suono, quando tutto si appiattisce e si dilata in un’attesa. Nei minuti in cui Cecilia continua ad aspettare Ada le macchie grigie parlano tra loro, scrollano le punte degli ombrelli per togliere via l’acqua. Piove forte.

Ada esce dalla macchia più scura alla destra di Cecilia, le chiede di andare con lei. Nella stanza in cui entrano si sente la pioggia cadere. Le gocce battono su una tettoia di laminato. Cecilia viene fatta sedere su una sedia ancora più grande di quella di legno, più morbida, con due braccioli. Per raggiungerli, Cecilia deve sforzarsi con le spalle. La voce di un uomo si scusa con lei per averla fatta aspettare tutto quel tempo. Poi le chiede di togliersi gli occhiali. Cecilia risponde di sì. Poi c’è solo bianco.

Il resto, qui.

“Il prigione”, un estratto dalla versione integrale


Prigione 2

Una fitta al piede sinistro mi svegliò. La borsa era caduta proprio sopra il collo del piede. La raccolsi e me la strinsi al petto. Ricordai appena di averla sistemata in un secondo momento, insieme alla valigia, sulla rastrelliera che spioveva sopra la mia testa.

Le palpebre erano ancora pesanti, ma l’alternarsi tra il buio e la poca luce grigia mi permetteva di intuire che il treno aveva imboccato la galleria che avevo adocchiato in lontananza. Una galleria che mi pareva attraversasse una collinetta. Eravamo quasi arrivati alla prima stazione. Con gli occhi ora meno serrati vidi che anche il vecchietto aveva ceduto al sonno. Aveva le palpebre chiuse. L’intero viso era più disteso eppure il corpo si era come irrigidito, come se le sue spalle non avessero lo schienale a sorreggerle.

La motrice decelerò fino a frenare. Mi alzai e raggiunsi il corridoio. Fuori dal finestrino vidi il controllore bassino che parlava ancora al telefono, la testa incassata tra le spalle. Volevo chiedergli se dall’altro capo del telefono c’era la stessa persona con cui aveva parlato prima dell’arrivo di questa tappa intermedia, o se stesse parlando con un altro collega, con un capostazione.

Qualche persona in piedi, a fumare, intorno a un posacenere a stelo di fronte all’ingresso del bar, ma per il resto la banchina era deserta, lucidata dalla pioggia che si mischiava alla grandine. Una donna, dopo avere spento la sigaretta per terra, vicino alla base del posacenere, cercava di frantumare con il tacco della scarpa un chicco di grandine. Il controllore fischiò, non vidi nessun nuovo passeggero, il treno ripartì.

Continua, e finisce, qui.

“Il prigione”, ora corpo unico


Prigione 2

Riprendo dal sito di Errant Editions:

Ecco l’attesa edizione integrale de “Il Prigione” di Giuseppe Martella, che abbiamo pubblicato divisa in tre parti, come un romanzo d’appendice contemporaneo. Ogni volta ha ricevuto ampi consensi e apprezzamenti ed è stata più volte richiesta la versione integrale che avevamo in programma. Ve la presentiamo con cover d’autore elaborata da Alberto Malossi.

Il prigione cerca di illuminare tre giorni della vita di Paolo. Venditore di spazi pubblicitari, Paolo decide di andare via e di riposarsi da una cefalea che gli attanaglia la testa, gli occhi, i pensieri. Va via e arriva in un piccolo paese di mare dove spera di poter riposare, forse allontanarsi da se stesso. Ma quello che ha deciso per sé non sembra voler accadere.

Dopo un lungo e breve viaggio in treno, in autobus, Paolo diventa testimone involontario di un delitto, e inizia la sua fuga.

In questa fuga è assediato da personaggi che non sembrano dargli scampo: il vecchio Giovanni, che gli chiede di aiutarlo a gestire le ultime pratiche per la chiusura della sua attività; alcuni carabinieri che bussano alla porta del suo appartamento d’affitto alle ore più impensate; dei muratori che gli parlano in una lingua sconosciuta; un medico scostante. Le poche pagine, infine, del diario di una donna che, forse prima di prendere i voti, abitava in precedenza l’appartamento.

Il prigione è la storia di un distacco, un breve romanzo di formazione con un protagonista che non accetta di vedere, per cadere vinto nella torsione dei suoi rifiuti.

L’ebook, ora, è disponibile su Ultimabooks.