una frase lunga un libro #63


Non è necessario
conoscere ogni schianto, non serve
comprenderli tutti per raccogliersi
nei polsi e incontrare
la torsione. Anche questa sera
ci chiuderà gli occhi,
li ritroveremo perfettamente conservati.

Ci sono libri che per strani motivi vengono poco raccontati, poco recensiti, libri che sembrano destinati a rimanere in disparte, a volte lo si dice di alcuni scrittori, meglio ancora se poeti, si dice “appartati”. Essere riservati, però, non significa non voler essere letti, significa solo rinunciare al presenzialismo e a non passare il tempo a mandare e-mail per ricevere un parere. Nel centro della regola di Giuseppe Martella è, con ogni probabilità, uno di questi casi.

Su Poetarum silva Gianni Montieri scrive alcune note su Nel centro della regola. Il resto del suo intervento si trova su questa pagina.

Occhi dietro i vetri


Come già capitato con Orazio Labbate e la lingua de Lo Scuru, pubblico delle note personali su Futuro semplice (LietoColle, 2010) Avremo cura (Editrice Zona, 2014), le due raccolte di poesia pubblicate finora da Gianni Montieri. Faccio questo sperando di non essere invadente nel rendere pubblico qualcosa destinato alla scrittura privata, e che sarebbe opportuno considerare come un movimento di condivisione e di scambio.

futuro-sempliceFuturo semplice La “cosa” interessante di questa raccolta è l’occhio. Il primo quarto della raccolta “fila via” senza interruzioni. Il primo che mi è venuto in mente leggendola (e considera che sto scrivendo queste note nel momento esatto in cui la leggo; ogni tanto mi fermo e annoto qui) è Giudici. C’era Fortini, credo, che nello scrivere delle prime cose di Giudici sottolineava la sua condizione ad metalla, ai lavori forzati, rispetto a Montale.

Nelle poesie che sto leggendo ora accade un po’ la stessa cosa. La mia impressione, per quello che può valere, è che in Futuro semplice tu stia affilando e precisando gli strumenti della tua voce. Milano, per esempio, è una città associata immediatamente ai navigli e al tram. E qualcosa di ancora più “antico” si affaccia ogni tanto nei tuoi versi (in questi versi intendo): rara acqua piovana. È una piccola catena di parole che avrebbe potuto scrivere senza problemi Quasimodo. Ma con un importante correttivo: quel piovana sarebbe potuto appartenere a Moretti. C’è quindi questa interferenza, tra i primi passi dentro il verso, che si sprigiona tra qualcosa che vuole essere (ancora) lirico, e una seconda voce che (improvvisamente) si apre verso qualcosa di più quotidiano, personale.

Tutto questo, poi, accade con la necessità di chiudere i testi gnomicamente; con un verso che isoli e tiri le somme degli idilli (dei piccoli quadri, delle foto virate ancora in seppia, voglio dire) che sembrano comporre Futuro semplice. Di essere soli non si smette mai scrivi alla fine di Consuetudine invernale.

Anche questa necessità (o forse: volontà) di “far tornare” i conti mi sembra rivolta comunque verso il ‘900. (Devo usare qualche autore ora; ho bisogno di confronti per cercare di capire cosa accadrà in Avremo cura). E di nuovo arrivano segnali in questa direzione. Prendi per esempio la sinestesia di Milano, ore 19:30 (altro titolo morettiamo!): C’è una luna gialla / altezza guglie / a illuminare le conversazioni. Parole semplici – e mi sembra che tu sia perfettamente consapevole della cosa – che sono incastonate in un dettato che vuole essere più prezioso di quanto non appaia a una lettura distratta.

Permesso di soggiorno giornaliero. Questa è molto delicata. C’è quel si fa finta di essere uguali che mi ricorda il Far finta di essere sani, di Gaber (è voluta la cosa?).

Promemoria. L’immagine della lezione che dovremmo imparare dalle foglie è bellissima. Anche la scelta del colore è un dettaglio per niente scontato. Qui mi pare che inizi a esserci la tua voce.

avremo-cura-copertina-solo-primaAvremo cura E mi piacciono le parole Qui entri nella tua voce, definitivamente direi. Attaccapanni, bottiglia, do; tutte parole semplici, ora senza più la patina che c’era in Futuro semplice. Qui si entra nel tuo territorio finalmente.

Pare la felicità / questa cosa che viene lentamente / insieme a un tizio in bicicletta rossa. Saltano adesso i riferimenti di cui ti scrivevo prima. La patina “scolastica” che c’era nell’esordio si è completamente dissolta. E questa immagine della felicità, di un momento di serenità forse, spunta spontanea; non pretende attenzione, la attira naturalmente. L’essere naturali nell’espressione, attraversare l’esercizio e trovare il proprio abito (o saperlo stracciare, sempre) è una conquista.

Padova, Berlino, Milano: ci sono tante città nelle tue poesie. Mi domando perché. Da quanto mi pare di aver compreso finora, questo andare, questo movimento, non sembra proprio essere una ricerca di sé (sarebbe il minimo, la prima lettura ovvia e comunque necessaria); ho invece come l’impressione quanto si desideri sia di mettere da parte una malinconia che, a questa altezza della raccolta, non sembra trovare pace, non sappia riposarsi. Cambiano i luoghi, ma non cambia l’occhio che li osserva. Un occhio che guarda e tira delle piccole somme, delle conclusioni provvisorie molto lontane dai versi di chiusura di Futuro semplice.

Guardando / un luogo che non c’è, ho pianto. Appunto: si cerca un luogo in sostituzione, o compensazione, di altro. Si sta in cammino.

Un posto da fotografia, da poesia: leggo solo ora questo verso, e l’immagine della fotografia l’hai scritta nero su bianco. Questi versi sono scritti quindi con estrema consapevolezza. (Lo sforzo incredibile sarebbe ora lasciarsi alle spalle questa consapevolezza e trovare una nuova ingenuità).

Indeciso se nascondermi o mostrarti / la felicità che mi attraversa. Anche qui accade di nuovo: piano esterno e interno diventano un solo movimento di espressione. Di esposizione (mostrarti).

Le gocce d’acqua che sbattono contro / la morte, mai stata così lontana. Oltre alle fotografie c’è questo continuo spostarsi, quasi una dromomania, che attraversa tutte le cose che scrivi. Non sono costruite traiettorie poi, c’è questo tu che torna (che non va mai via, sempre presente), una costanza che quasi ingombra le pagine, man mano che si va avanti con la lettura. La morte non viene obliterata, ma si allontana. Le gocce d’acqua che non sbattono contro i vetri del vaporetto, ma contro la morte. Sembra precisarsi la ragione del viaggio: una fuga e una ricerca. Tutto sta su questo equilibrio.

I testi che entrano nella Storia sono “strani”: c’è morte nella Storia, qualcosa viene trasmesso, viene visto, ma non fa presa: non attacca. Si è così aldilà del dolore che mi viene da pensare questo: sono poesie, versi, scritti per tentare di arginare il silenzio che circonda queste morti insensate. Ma non ci riescono. E non ci riescono perché allo stato attuale della Storia non è possibile. Non più? Si è comunque aldilà anche del sarcasmo tristissimo che si leggeva in Composita solvantur.

(Sud) in caso di morte Tutto questo poemetto è nella poesia XXVII: il precipizio atavico […] la certezza / di uno scampo temporaneo alla morte. Ecco che si spiega tutto quel viaggiare. Si cercava di essere lontani come una ricorsa, e mettere poi a fuoco queste scene, le assenze improvvise, gli spari che tornano dal passato. Questo poemetto atterra; ci sono dentro un sacco di parole che non sentivo da vent’anni almeno. Battimuro, per esempio. E non so quando mi capiterà di riascoltarla, o rileggerla.

XXVIII Restare vivi è culo, è matematica. È vero.

Tutti tornavamo a casa per cena. Eh, anche questa cosa è vera. Molti degli agguati della memoria di questa sezione (ma io credo sia davvero un poemetto) sono cose accadute anche a me, e perdo quindi lucidità nella lettura. Nel senso che gli occhi diventano lucidi.