Nelle tensioni originarie


 

Differenza tra le antiche e le più recenti, le prime e le ultime
mitologie. Gl’inventori delle prime mitologie non cercavano
l’oscuro per tutto, eziando nel chiaro; anzi cercavano il chiaro
nell’oscuro, volevano spiegare e non mistificare.

Giacomo Leopardi, Zibaldone
Recanati, 29 dicembre 1826

La comprensione arriva dopo, e quarant’anni dalla prima edizione di Somiglianze (per Guanda, con l’intercessione di Giovanni Raboni) sembrano essere un pretesto felice per avvicinarsi con un occhio più deciso se non più lucido a queste pagine.

L’impressione fuorviante che De Angelis sia uscito direttamente dalla testa di Zeus già armato di parola e di ascolto per trascrivere è ancora vivida, e difficilmente si potrebbe riguardare queste poesie, che nei fatti hanno stesure e prime riuscite che datano almeno fino al 1973, senza avere preso nota di alcuni contributi che ne hanno restituito un profilo meno frastagliato.

Walter Siti ha avuto facile gioco nello scrivere che l’uscita di Somiglianze gli restituì un senso di liberazione: aveva di fronte a sé dei testi che non davano eco, certo non una eco diretta, cristallina, ad alcuna altra esperienza dell’epoca. La Storia veniva messa da parte insieme alla secchezza razionale delle avanguardie e i due dei fari che ancora davano luce, Montale e Pasolini, erano presi a decostruirsi con ironia o con rabbia (raccolgo ancora, di peso, da Siti). Eraldo Affinati, poi, nel tratteggiare con toni diretti e spesso personali la sua lettura (le sue letture) delle cose di De Angelis, informa di un poeta che fu percepito come fratello maggiore; un fratello i cui versi parevano aver bruciato nessi logici e distinte premesse cognitive per stagliarsi del tutto indimostrabili e apodittici. Siti, di nuovo, ricorda comunque il forte legame (quasi ombelicale aggiungerei, fondativo) tra Pavese e De Angelis, legame intercettato in questa tensione talmente umana e arbitraria (in questa furia cieca, vorrei completare) del trasformare ogni atto in mito. E nel caso di De Angelis: trasformare un gesto sportivo in momento ineluttabile – ricorsivo eppure dato un volta per tutte – di destino individuale, scheggia di kairòs appena intuita e registrata. (Quanti altri se ne ricordano a rendere parola il gesto di un atleta? Sereni, almeno lui).

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E nel continuare su questa strada si rischia notevolmente di chiudere l’orizzonte di ogni ulteriore possibile lettura. Importa certo ricordare l’affiancamento di Fortini, che si è testualmente tradotto in alcune chiuse perentorie, acuminate, disseminate da De Angelis in diversi passaggi del suo libro di esordio; eppure insistere su una linea di continuità non troppo rimarcata, ma certamente indicata con insistenza da Affinati, tra Montale e De Angelis (il richiamo al giallo dei limoni, nel primo testo di Somiglianze, pubblicato pochi mesi dopo l’assegnazione del Nobel a Montale) esclude, ancora, altre strade.

Giuseppe Genna si è avvicinato nel modo più vertiginoso e inaspettato a una definizione della poesia di De Angelis che non sia asfittica, ma illuminante. Per Genna, De Angelis è un poeta non duale. E qui si entra dentro un fuoco più centrato.

Quando leggiamo «se ti togliamo ciò che non è tuo / non ti rimane niente» leggiamo in filigrana Jiddu Krishnamurti, e quando proviamo ad accostare alcuni lacerti dialoganti o alcuni frammenti di monologhi («si sono inginocchiati, ti rendi conto?», «fuggono perché qualcuno / potrebbe riconoscerli») non siamo più nella verticalità da cui, e a cui, si tendeva Luzi. Siamo piuttosto in una zona di collisione. De Angelis, al netto della autobiografia che sì puntella Somiglianze, ma che appare del tutto estranea al successivo Millimetri, ha saputo ribadire in più occasioni l’anonimia di chi scrive. E quanto di sé rimane sparso nei suoi versi è strumento; non strumento di conoscenza o di agnizione, quanto di ascolto (nome della sezione che raccoglie, in Somiglianze, il grumo di poesie scritte tra il 1974 e il 1975).

Risale ad alcuni mesi fa un’intervista, rilasciata ad Alessandro Rivali, in cui De Angelis si definisce poeta posseduto. Non è il primo (già Dante poteva rilanciarlo con fin troppo smacco, didascalicamente: «I’ mi son un che, / quando Amor mi spira, noto, e a quel modo /ch’e’ ditta dentro vo significando»), e rischia forse di essere l’ultimo di una schiera. La possessione cui De Angelis fa riferimento è meglio individuata nella mania, l’entusiasmo che entrava nel petto del poeta dilaniandone la razionalità e donando allo stesso tempo un momento di sintesi cognitiva ed espressiva che andava (che va) aldilà della ragione, che preesiste la ragione. (A Platone, che nello Ione prima e nel Simposio, fino alla Repubblica dà conto di questa mania, i poeti andavano anche bene per la Città ideale, l’importante era che scrivessero solo buoni esempi di eroi, di uomini illustri e di dèi e che fossero, avremmo detto noi fino a quarant’anni fa, engagé. E De Angelis, nella stessa intervista, ricorda di avere sempre considerato ricattatorio questo atteggiamento di lotta programmatica con la contemporaneità della cronaca.)

 

Cosa rimane allora? Rimangono l’urto e la tragedia, che insieme al silenzio minacciano e sostengono il dettato, gli a capo, e qui arriviamo a un crinale talmente acuminato da far confondere passi e tagli. Questo avvicinamento a una definizione della prima prova, netta e slanciata, di De Angelis è già nel titolo: come se la parola cercasse di assomigliare, di ricordare qualcosa, di ritornare a qualcosa. In ogni fine del verso, tra questi testi, si è sempre anche sul limite di un ritorno che non si completa se non nel silenzio:

…si fallisce sempre
a un soffio dalla sintesi, perché
conta solo chi è vivo ma non lo dice
chi comincia, incoerente, un miracolo
e poi lo offre, senza nome, svestito, penetrato.

E si noti il peso del perché in sede di rima, il rovesciamento di quel penetrato che manda a carte quarantotto ogni insistita lettura in chiave esclusivamente orfica, verticale, dei versi di De Angelis. Qui non c’è oscurità per chissà quali voluti traffici con la metafisica. Al contrario, si ripete: fisico e metafisico non sono ancora distinti, non possono esserlo: convivono furiosamente e giocano ciecamente aldilà del nostro velo, a nostro danno.

* *  *

Ma è da questa frattura, o da questa collisione, tra silenzio e parola, tra senso e respiro, è da questa impossibilità di incontro (che si rovescia e specifica in un ritorno) che nasce la tragedia. Si riverbera in Somiglianze quello che accadde nel momento in cui la filosofia entrò nella poesia: il dialogo tra dèi (o inconscio, o Altro, o zona morta, traccia archetipica) e uomini si ruppe, ci si svestì di ingenuità e l’unica leva rimase un atto di fede o un più umano e pericolosissimo, per i destini individuali, atto di sorveglianza. Specifico: atto di fede pericolosissimo perché, come Hölderin testimonia, mette a repentaglio l’integrità psichica.

Senza il silenzio da cui origina Somiglianze, il punto di fuga che stracciava il velo dei sensi (il maya – forse questo sì elemento che, attraverso Nietzsche e Schopenhauer accomuna alcune premesse in De Angelis e Montale) non sarebbe apparso in queste poesie. E questo punto di fuga si sarebbe comunque specificato nella prosa lirica della Corsa dei mantelli, nella persona di Dàina. E basterebbe sciogliere il bisticcio del nome di questa amazzone urbana per indovinare Diana: a protezione degli animali selvatici, a tutela della caccia, custode delle fonti; Diana assimilata alla Luna (quella tappa intermedia che garantiva per il ritorno delle anime verso uno stato di grazia, divino, privo di divisioni). Come De Angelis ha specificato a Rivali nell’intervista cui torniamo un’ultima volta: mentre la freccia ancora vibra dentro al tronco e a malapena si intercettano i passi dell’arciera, ecco la poesia, dono non richiesto e non gratuito.

Dove porta, ora, la fuga di Dàina? E quale tensione, sempre irrisolta e quindi sempre acuta, produce? Per chi legge e frequenta le pagine di De Angelis, verrebbe in mente:

In noi giungerà l’universo
quel silenzio frontale dove eravamo
già stati.

Da Millimetri, non pochi anni dopo Somiglianze. Questo silenzio, questa porta senza maniglie (o, al contrario, con maniglie che girano all’infinito) sono l’ultima tappa per superare la disarmonia, è l’ultimo testimone di una colpa di cui non siamo stati messi a conoscenza. La tragedia ha due fondamenti: è nelle cose in sé, ma si dispiega soprattutto nella impossibilità di risanare questa frattura costitutiva. Rimane, di nuovo, solo l’ascolto come momento di ricomposizione. Rimangono delle tracce (le impronte di Dàina, la sua altezzosità bambina), che non devono chiudere il punto di fuga. Pena l’afasia.

De Angelis si definisce poeta di lago, sempre curvo e teso intorno a pochi temi, lambendo sempre gli immediati dintorni degli stessi tempi. Non ritorna nevroticamente nello stesso punto cieco (in poesia la nevrosi è una moneta sorda, la psicosi è un altro nome, ma arido, dell’enthousiasmòs), lo avvicina da angoli che si vorrebbero, in progressione, sempre meno bui.

Vorrei riferire di Heidegger. Per lui ogni vero poeta scrive: «movendo da un unico poema», per cui la sua «grandezza si commisura al grado con cui egli si affida a quest’unico poema, alla conseguente capacità di mantenere puro, nel dominio di questo, il proprio dire poetico». Per poi aggiungere: «Ma noi non vogliamo andare avanti. Vorremmo soltanto ci fosse dato di giungere là dove già siamo». Riporto queste parole (ricordando immediatamente le riserve dell’ultimo Celan su come Heidegger trattasse il dettato in versi, pensando di poterlo risolvere con un po’ di etimologia) perché mi pare possano essere accostate senza fraintendimenti all’ascolto e alla chiamata (all’ordine impartito dalla chiamata) cui De Angelis ha saputo rimanere fedele in questi decenni.

Ogni frutto ha un tremore


Riporto di seguito la lettura pubblicata sul “primo amore” di Incontri e agguati, ultimo libro di Milo De Angelis, pubblicato lo scorso giugno per la collana Lo Specchio, Mondadori.

Apollo può anche avere un aspetto notturno, scendere
nell’abisso per uccidere il serpente Pitone
 

Julio Cortázar

Quanto è legittimo scandire la poesia di De Angelis in due tempi? Due tempi sezionati da una cesura talmente asimmetrica quale è stata, ed è ancora, Millimetri? La fortissima analogia, il limite verbale, gli spostamenti di grandezze dentro ballatoi di un solo verso hanno da tempo (e per fortuna secondo alcuni) addolcito la loro intensità a favore di un dettato se non più nitido, almeno più cantabile. Con Tema dell’addio questo movimento distensivo si è ulteriormente rivelato, e con Quell’andarsene nel buio dei cortili De Angelis è sembrato ritrovarsi in qualche fuoco di avvistamento e osservazione più ravvicinati. E cosa avrebbe allora da raccontare Incontri e agguati a un lettore che non si fosse mai avvicinato a una parola di De Angelis?

image-101Incontri e agguati dentro la sua seconda sezione (la sezione dal più ampio respiro) è una collezione di destini. Queste pagine raccontano di gesti atletici che hanno deciso vite, di giovani donne (amazzoni, Daina, ragazze sacre che affondano nelle risaie; e perché non Esterina?, e altri nomi ad affollarsi) che hanno vinto là dove Atalanta ha fallito, di giovani uomini che hanno saputo trasferire in questa nostra lingua il ritmo esatto e antico della lingua greca, altri uomini nel buco di una vena scavata dose dopo dose, persi dentro sé stessi in un silenzio che ha oscurato ogni richiesta; voci uscite da una interrogazione di orbite non più proprie, estranee. E non ci sarebbe nulla di sconosciuto nella mitologia di De Angelis per chi avesse già frequentato le sue pagine lungo un percorso di quarant’anni.

In una lettera, una risposta, nella quale De Angelis ha conversato con Davide Rondoni, Incontri e agguati viene definito come il suo libro “più intriso di esperienza”. Non autobiografismo, ma esperienza. E occorre continuare da questa preziosa indicazione d’autore per stare dentro i versi, tra i versi di queste ultime cose. La mitologia di De Angelis, ed è qui che si è prodotto uno scarto, è come se si fosse attenuata; la voce autoriale sembra essere adesso più soffusa, meno altera; non ci sono araldi, stemmi, ma esempi (si vorrebbe scrivere quasi: exempla, momenti di esperienza da cui scaturiscono gesti e pensieri di significazione). Tutto è narrato perché già accaduto. Vengono in mente, per contrasto, le stanze di T.S., in cui De Angelis fotografava e inquadrava a ritroso il tentativo di cessazione di una vita fino alla vertigine della fecondazione, quando non c’è ancora individualità, ma puro movimento verso l’esterno e verso l’interno, un movimento indistinto (zoè, vita che è ancora solo vita onnipotente e indistinta). De Angelis ha sempre scritto bruciandosi. Ora sembra volere scrivere governando il fuoco degli avvenimenti. La distanza non diventa ricordo consolatorio ma momento di accettazione finalmente, riconoscimento. È ironico che un poeta accusato, o blasonato, di oscurità ora spiattelli le ragioni del suo canto e le renda canto stesso. Non c’è elegia, non c’è mai, ma c’è dolcezza; c’è sempre frontalità.

Alta sorveglianza è il diario di un incubo rivissuto a occhi aperti. I detenuti con cui De Angelis ha lavorato, e lavora, hanno una voce. C’è dolcezza in questo gesto e, di nuovo, c’è frontalità nel prendere le loro esperienze, il fuoco dei loro delitti, per farli rivivere (senza lenirli) sulla pagina. Questo caleidoscopio continuamente illuminato di buio è una lunga ripetizione, costruita con testi estremamente e dolorosamente brevi (per quanto poco si può sopportare il dolore, il gesto che ha reciso? Il tempo necessario per la sua testimonianza?). Le parole cerchiano azioni compiute nel buio e si ripetono esatte e scontornate, in un “minuto esteso”, nel tremore del voltarsi indietro, in una solitudine ulcerata dal veleno che inquina i pensieri, dai preti, secondini o volontari… Figure di passaggio che non possono, non riescono. La condanna non è nella privazione della libertà, è nella ripetizione, nella mano che gira all’infinito la maniglia di una porta chiusa.

*

In una circostanza pubblica a Roma, al Teatro Palladium, De Angelis ha avuto la possibilità di leggere Guerra di trincea. E vorrei continuare questo tentativo di lettura di Incontri e agguati con l’azzardo, l’ingombro dell’io; della prima persona singolare. Diversamente – ho bisogno di dichiararlo – pagherei il mio debito di lettore con una moneta falsa.

De Angelis ha letto i diciannove idilli (uso questa categoria nel senso della sua lettera, e chiedo che siano intesi come: piccole immagini, piccoli quadri) come se fossero parti di un poemetto. De Angelis, attraverso la sua prima e vera Totentanz, chiede incredibilmente al lettore, lo apostrofa (Vieni, amico mio, ti faccio vedere, / ti racconto), dichiara il suo labor, la sua officina è oggetto di scrittura; questa torsione quanto confligge con il dettato cui De Angelis si è sempre dichiarato fedele fino al sanguinamento, fino al rischio di una sempre lambita e mai toccata sordità espressiva? E mio padre / fermo nella sua giacca per sempre / e un cerchio di puro niente mi assalì / in un solo attimo franò sul tavolo / e mi mostrò cento di questi giorni. (Il “per sempre”, che anticipa per poi risuonare nello stesso “minuto esteso” di Alta sorveglianza, voglio aggiungere). In quel mi mostrò cento di questi giorni, appena ascoltato dalla bocca di De Angelis durante la lettura, mi era sembrato di percepire una nota grottesca, una ironia di ruggine e di dolore. Una ironia senza redenzione, e che pure mi diceva di un distacco affatto personale, quanto narrativo. Il racconto che De Angelis offre è sfrangiato dalle incursioni della morte, combatte parola dopo parola (appunto dentro il solco di una trincea nata, da quanto leggiamo, nel ’67). La morte sorella del buio? La Notte, fecondata dal Vento, ha deposto un uovo. Da questo uovo è nato Eros, o Fanete: colui che brilla, colui che appare. Da lui, con le sue ali d’oro, il salto nell’ “antico fenomeno del mondo”. Nella polarità tra buio (notte, morte) e luce (apparenza, velo di maya, materia, mondo), De Angelis aveva camminato in Quell’andarsene nel buio dei cortili, e solo adesso si precisa cosa intendesse, dove si stesse avvicinando. Nella polarità tra morte e mondo, in questo libro, De Angelis ha deciso di raccontare il buio, la morte che iniettava nell’alba il suo buio primitivo.

C’è infine una denominazione della morte che ha continuato a risuonarmi dalla lettura pubblica: niente. Il niente è guardato come “dolce”, “puro”. Per intero allora, con più giustizia:

Tutto cominciò in una cameretta
con i regali e le candeline
che in un soffio spensero mio padre
fermo nella sua giacca per sempre
e un cerchio di puro niente mi assalì
in un solo attimo franò sul tavolo
e mi mostro cento di questi giorni.
Quel puro niente mi ha riportato alla memoria una delle cose più oblique di Guglielmo IX:

Farai un vers de dreit nien,
Non er de mi ni d’autra gen,
Non er d’amor ni de joven,
Ni de ren au,
Qu’enans fo trobatz en durmen
Sus un chival

Che potrebbe (ri)suonare: Scriverò un verso di puro niente, / non su me né su altra gente, / non sull’amore né sulla giovinezza, / né su niente altro, / perché l’ho scritto dormendo / sopra un cavallo. Dreit nien e puro niente, una prima sfida lanciata contro un genere, la poesia, che allora era appena nata (così ci informano i manuali), e una seconda sfida, personalissima, innervata quanto mai di vissuto; due sfide che si specchiano dentro una distanza di mille anni. Questa consonanza non costituisce una prova testuale che invischi De Angelis a Guglielmo IX. Provo allora, provo di necessità, a sfumare questa consonanza in domande, o più opportunamente in richieste: e se De Angelis avesse scritto, in Guerra di trincea, la sua vida e la sua razo? Se quindi avesse parlato di sé e delle ragioni del suo canto per la prima volta in totale disarmo? Se i suoi versi finora così ostinati si fossero aperti una buona volta? Se quindi il suo cantare oscuro (orfico, diciamolo definitivamente) si fosse aperto in un canto chiaro, disteso (in un trobar leu)?

Ecco, le mie lenti hanno questo orizzonte davanti, e certo non vorrei cadere nell’abbaglio di dare più importanza alla carta danneggiando la verità del territorio, un territorio non mio, che pure appartiene anche a chi legge.

(Ringranzio, in chiusura, Federica. Per avermi avvicinato alle parole di Cortázar poste in apertura; parole che hanno permesso queste riflessioni forse troppo estese).

Frutta scolpita nella primavera


Riporto un lettura, uscita per “il primo amore”, di “Millimetri”, seconda raccolta di Milo De Angelis, ripubblicata dal Saggiatore. La pagina del “primo amore” è questa; info sulla ristampa qui.

SetWidth340-LLPLakatFalterDeAngelisFF2303081Anticipate parzialmente in rivista nel 1979 e uscite per Einaudi nel 1983, le ventinove poesie che compongono Millimetri, seconda raccolta di Milo De Angelis, sono state ripubblicate dal Saggiatore a trent’anni dalla loro uscita. Tutto questo tempo, forse, non è bastato a inquadrare uno dei testi più obliqui nati nell’ultimo scorcio del novecento.

In Millimetri De Angelis scrive poesie-limite, accentuate da una tensione vorticosa e perentoria. Fin dai primissimi versi, “I bastoni / hanno frantumato l’ultimo secchio / e ora il villaggio fa / silenzio / nella corte marziale”, si confermò a suo tempo l’impressione di avere di fronte una poesia che aveva tolto di mezzo sia l’esperienza avanguardistica che la nascente deriva orfica; così, almeno, per Giorgio Manacorda. E così pare adesso essere confermato dalla postfazione a questa ristampa, scritta a quattro mani da Aldo Nove e Giuseppe Genna e preceduta da una preziosa riproduzione anastatica di nove poesie sotto la dicitura Di sua mano.

In Millimetri De Angelis sembra essere ancora più lontano anche dall’esperienza lombarda, che pure lo aveva aiutato a inquadrare e collocare drammaticamente, in un contesto comunque arduo e analogico, le sue prime Somiglianze, raccolta d’esordio del 1976. Con Millimetri, parafrasando la postfazione, sembra che si spalanchi al lettore un mondo incomprensibile di cui si ha comunque memoria, si è sicuri di essere di fronte al cosmico e all’interiore presenti nello stesso tempo. E non si fatica a dare ragione a questo tentativo di lettura quando appaiono agli occhi versi come questi: “Noi portiamo alla terrestre / uno sposo, sempre nello stesso / cuore: con le ossa della / grande madre graffiata / nei campi di carbonella, / tra una / corsia e l’altra, / braccia, uomini / bianchi come stoffe chiodate”.

In queste pagine De Angelis ha mostrato come il nucleo della propria espressione fosse il frutto di una “sorveglianza attiva” (espressione di Eraldo Affinati, che ha curato l’opera di De Angelis per Mondadori) di una “sintonia con il mondo”, un mondo che in definitiva rifiutava di essere conosciuto. De Angelis si è come inabissato nei suoi traumi per riportarli alla luce senza alcuna consolazione, senza alcun compiacimento estetico e verso un limite verbale, forse personale, quasi intollerabile.

Se in Somiglianze questa tensione riusciva a risolversi in personaggi in relazione fra loro (si pensi a Due nelle forze, in cui il rapporto tra un lui e una lei non meglio precisati si risolve nel grottesco) in Millimetri si è arrivati a una poesia che oblitera irrimediabilmente le ragioni della scrittura e riemerge svanendo nel risultato, nel referto poetico. Forse in una sola occasione il lettore ha una possibilità minima di immedesimazione con il testo, quando si ritrova a leggere: “In noi giungerà l’universo / quel silenzio frontale dove eravamo / già stati”. Quel noi permette di sospendere per pochissimi versi l’intero cortocircuito comunicativo che isola e regge Millimetri.

Poesia orfica? Ermetica? Non proprio. Se Montale ebbe modo di attribuire l’oscurità dei suoi versi a quello che definiva “eccesso di confidenza con la materia trattata”, con i lacerti autobiografici da cui scaturivano i suoi versi, in Millimetri non si ha un solo verso che porti in questa direzione. In estrema sintesi: da un lato ci sono gli oggetti, la realtà, “questo cortile / fedele ai suoi metri: lo stesso albero / della porta / che è perenne per chi la scorge / eppure è aria, soltanto aria”, che sembrano preludere a una agnizione, una scoperta, “una / calma tropicale, una vigilia”, ma subito arriva lo scacco a sigillare la possibile scoperta, e arriva sotto forma di paradosso, di koan: “La saliva, per la seconda volta,/ risucchia se stessa; / beve”. Ed ecco che la realtà si ritrae, si nega, e gli strumenti di osservazione (gli occhi) rimangono a fissare la propria inutilità di fronte al tribunale del reale: “In questa / giuria, voi, travi e /pupille, rideste” (forse una reminiscenza neotestamentaria). Sono queste le ultime parole che chiudono la raccolta, e appartengono a uno dei testi più lunghi e tesi, Fanghilia e forti gatti, che De Angelis abbia forse scritto finora.

Da questa considerazione di indicibilità arriva il titolo: millimetri. Come se fosse possibile penetrare l’oggetto dell’osservazione solo per uno spazio ridottissimo, rastremato, dolente. E bisogna ricordare che durante gli anni della stesura di questa raccolta il cosiddetto nichilismo novecentesco era già stato chiuso in una gabbia di ironia da Montale, dissolto dalla ricerca linguistica di Zanzotto, che era riuscito a trasformare in paesaggio verbale, abitabile, la propria ricerca; De Angelis imboccava una strada piuttosto solitaria che avrebbe finito di attraversare solo nel 1999, alla fine del secolo e del millennio, con le prime aperture affatto consolatorie di Biografia sommaria.

Queste note sono appena una delle possibili letture che Millimetri tollera. Libro sottile e chiuso ad ogni sbocco, privo anche di una minima figura femminile che rovesci qualcosa, scardini o, al contrario, consoli. Se ci sono fantasmi femminili non si incaricano di alcuna sfida, non esemplificano, ma si limitano ad esserci con nomi tremendi, sfingei: la disadorna, la viva, una saracena, la terrestre.

Nomi, tentativi di nominazione, incastonati in versi di una tensione sulfurea, che continuano ad agire nel lettore e che a malapena possono essere commentati. In questo senso si giustifica la ristampa da parte del Saggiatore. Non proprio la necessità di un ricordo, piuttosto il desiderio di rilettura, di riapertura dei giochi.

(Poi, Montale: ho idea che oltre a Luzi e Fortini anche Montale abbia lasciato una traccia nel dettato di De Angelis. Si pensi al suo Due nelle forze, che ricorda Due nel crepuscolo della Bufera e altro; oppure si leggano le elencazioni – di oggetti, strade, occasioni private degli ultimi testi di De Angelis, specie nel Tema dell’addio, che sembrano volere rimandare quasi puntualmente alla prima delle Due prose veneziane contenute in Satura).

Una granita di caffè (corretto) con panna


Riporto di seguito il post “Una granita di caffè con panna” con alcune correzioni di ordine numerico. Ringrazio Giulio Mozzi per le segnalazioni. In fondo al post è possibile leggere il commento di Mozzi alla prima stesura.

Fino alla metà degli anni settanta si aveva la percezione che la poesia rappresentasse un momento di altissimo livello nella serie della produzione letteraria italiana. Il discorso tenuto da Moravia, al funerale di Pasolini, inquadra in modo inequivocabile cosa significava essere poeti in Italia. A stretto giro, nel 1979, a Castelporziano si celebrò, con una ferocia tanto casuale quanto inequivocabilmente simbolica, la fine (di un momento storico fondamentale) della poesia. In un festival che vedeva presenti e partecipi, tra gli altri, Bellezza, Maraini, Cordelli, Evtushekno, Ginzberg, Orlovsky… accade qualcosa di curioso e inaspettato: il palco crollò.

L’intera manifestazione non aveva navigato in acque tranquille. Chiunque di fatto poteva salire sul palco. Chiunque salì sul palco, in una replica di Woodstock senza musica e fuori tempo massimo. Il palco, quindi, non resse e crollò. O forse implose. Se bisogna dar retta a quanto scrissero Cordelli e Berardinelli nella antologia Il pubblico della poesia, uscita proprio a metà degli anni settanta, sembrava che a leggere i poeti non fossero rimasti che i poeti stessi.

Quasi quarant’anni dopo (e si arriva così al pretesto di questo intervento) accade questo: Fabio Chiusi chiede alla Einaudi, via Twitter, questo: “perché per esempio non fare una collana di ebook di giovani poeti italiani? 90 cent e la garanzia Einaudi per la qualità”, e accade che gli venga risposto: “perché mangiamo anche noi tutti i giorni ;-)”. L’intera faccenda è leggibile qui.

Risposta semiseria, come indica l’emoticon, ma risposta che indica almeno un fatto: la poesia non vende. O vende così poco che il rischio di impresa, per un editore di riferimento (qualitativo e quantitativo) come Einaudi, sia un’espressione che non vada nemmeno spesa.

Ma è così? Quanta poesia si vende in Italia? Quali autori? Basta sorvolare gli ultimi dati dell’AIE in merito per capire che se si arriva all’ordine di un migliaio di copie all’anno per un singolo poeta (si pensi ad Alda Merini, o a Wisława Szymborska ) si è raggiunto un risultato straordinario. Ma è un fatto che la poesia non vende, o presenta un margine di guadagno esiguo, quando non risibile.

Eppure la situazione è più sfumata di quanto non possa apparire. Dieci anni fa il “Corriere della sera” inaugurò una collana di poeti del Novecento e la prima uscita, un’antologia di Eugenio Montale, raggiunse una cifra quasi pari al mezzo milione di copie… regalate. Un pubblico, allora, ci sarebbe? Forse sì. Le grandi case editrici, i grandi gruppi editoriali, non avrebbero bisogno di creare domanda. Non avrebbero invece che da creare, e distribuire, prodotti a un prezzo che stimoli le vendite e rispetti il lavoro redazionale e (invisibile e indispensabile) che c’è dietro ogni singolo libro di poesia e, aggiungerei, dietro ogni poesia, se devo vederla dal punto di vista di un autore.

E accade? Non proprio. Fabio Chiusi ha ragione a denunciare, in modo estremamente propositivo, questa mancanza. Non accade ai piani alti. Ci sono alcuni ostacoli che possono frapporsi a una buona produzione e distribuzione di ebook in versi: l’Iva relativa a un ebook è ancora molto alta e, nel complesso le vendite degli ebook rispetto alle vendite di libri in carne e ossa non superano il 2,1% al massimo (come è possibile leggere seguendo il link dell’AIE nel commento di Mozzi).

Questa impasse ha alcune cause. Una, come si è detto, è forse di ordine economico: realizzare un ebook costa meno che realizzare un libro cartaceo, ma il risparmio arriva al massimo al 40%, e la scarsità delle percentuali di vendite e la tassazione (ingiustificatamente) alta rischiano di bloccare ogni iniziativa.

La mia impressione, e siamo alla seconda causa, è che non ci sia attenzione da parte dei grandi gruppi editoriali. Eppure in questo buio d’interesse qualcosa si accende ogni tanto. Einaudi pubblica antologie di nuovi poeti; l’ultima, dedicata a donne, è dello scorso anno, per la cura di Giovanna Rosadini. Ma non credo che esista una versione in ebook: e sarebbe il caso di provvedere (a meno che non sia in errore). La Mondadori pubblica autori che non abbiano raggiunto i quarant’anni. Per fare un solo esempio, posso citare Andrea Ponso e i suoi Ferri del mestiere. Ma, di nuovo, non in ebook. La milanese ISBN ha pubblicato l’esordio di Francesco Targhetta, Perciò veniamo bene nelle fotografie, sia in cartaceo che in ebook. Anche Edizioni Nottetempo, per citare un secondo editore, ha deciso di pubblicare poesia su ebook; si pensi alla conferma della voce di Daniele Mencarelli.

Ma perché, complessivamente, è così difficile pubblicare un libro di poesie, un esordio, una antologia, anche in ebook?

Ho idea che si producano delle resistenze anche da parte di chi legge. Non sono molti i lettori disposti a leggere dei versi su un monitor (pixel o inchiostro elettronico che siano). La lettura della poesia ha ancora una componente fisica, fisiologica, viscerale, che si oppone. Ma questo approccio non giustifica l’assenza di prodotti editoriali digitali in versi. Sembrerebbe normale scaricare ebook di narrativa; per esempio, l’ultima uscita della collana “Urania”, o una ristampa digitale di narrativa anni ’90 da parte di Laurana; ma non sembra affatto normale scaricare una edizione commentata degli Ossi di seppia di Montale, o Quell’andarsene nel buio dei cortili di De Angelis, reperibile in ebook. Questo è un fatto. Ma è un fatto che l’editoria non produca questo bisogno. Ancora: perché?

La poesia è un genere letterario come tutti gli altri. Non chiede statuti di superiorità, ma nemmeno di inferiorità. L’unico suo tratto distintivo è quello di adoperare – di nascere da – una lingua densa, al cubo. Zanzotto ebbe modo di affermare, usando una metafora fisica, luminosa: “Se […] metto fili di diametro piccolissimo, la corrente passa a fatica, si sforza e genera un fatto nuovo, la luce o il colore. Così accade nella comunicazione poetica, nella quale il mezzo è costituito dalla lingua”. In termini più brutti: non si può leggere poesia sotto l’ombrellone, e spesso si arriva all’ultima pagina con la necessità di tornare alla prima per capire e attraversare di nuovo tutto il testo. Questo tipo di resistenza richiesta al lettore può infastidire. Viviamo in una info-sfera già satura (una delle ultime raccolte di Zanzotto si intitola non a caso Sovrimpressioni) e il supplemento di attenzione richiesto da questo genere può comprensibilmente frustrare. Ma, e siamo alla terza ripetizione: i grandi gruppi editoriali non sembrano volere lavorare su questo terreno.

Ma l’utenza sì. I lettori sì. E proprio la rete, come scriveva Magrelli la scorsa estate in un suo articolo su “Repubblica” (purtroppo non sono riuscito a recuperarne una copia digitale), sta aiutando la diffusione (ancora da censire e filtrare) di blog, siti (collettivi o d’autore, individuali) che si occupano di poesia. Una realtà social che può essere usata come intercapedine per mettere in comunicazione chi produce poesia (chi dovrebbe produrre poesia) e chi vorrebbe leggerne.

RaiNews24, grazie a Luigia Sorrentino, ha un suo blog di poesia. Lello Voce ha da poco inaugurato su “Il fatto quotidiano” il suo blog di poesia. Davide Nota ne scrive su “l’unità”. Senza tenere conto di blog imprescindibili: absolute poetry, slowforward, la poesia e lo spirito, mosche in bottiglia, imperfetta ellisse, poetarum silva, words social forum, Versi diversi , golfe d’ombre, poesia 2 punto 0, le parole e le cose, Tropico del libro. Per non parlare di siti storici come Nazione Indiana, o il primo amore. O lo stesso sito di Nuovi Argomenti, da poco rimesso in circolo (e finalmente), con la rubrica Officina poesia.

Queste piattaforme sono solo la punta dell’iceberg dell’interesse verso la poesia che si è riversato sulla rete. Si tratta di miniere. Fuori di metafora: dei posti in cui non tutto è in bella vista, dei luoghi dentro i quali è necessario scavare, per trovare e mettere a frutto. Questo stesso elenco non è affatto esaustivo. Anzi, molti nomi autorevoli mancano all’appello. Così come non posso elencare, per ragioni di spazio, le decine di case editrici, di medio e piccolo cabotaggio, che si occupano di promuovere, pubblicare e divulgare poesia. Questo argomento meriterebbe (merita) una trattazione a parte, e certamente più capillare. Un lavoro necessario, che richiede più tempo e più attenzione di quando queste prime note non siano capaci.

Credo che se i redattori dei grandi gruppi frequentassero sistematicamente le pagine on-line dei blog e dei siti che, ripeto, ho sommariamente indicato, si produrrebbero delle scoperte di notevole conto. Sarebbe in definitiva un buon punto di partenza per censire, scommettere, e decidersi a pubblicare.

PS:  Il titolo: “una granità di caffè con panna”. È un endecasillabo. Fu usato da Saba per dimostrare come l’andamento ritmico della lingua italiana fosse, almeno secondo la sua opinione, naturalmente poetico.

Milo De Angelis – Quell’andarsene nel buio dei cortili



de angelis - copertina

I versi di Milo De Angelis hanno sempre bruciato di analogia e di esattezza. Dal loro primo apparire, nel 1976, con Somiglianze, le poesie di De Angelis si sono imposte come inattese eppure necessarie (la coppia di aggettivi è presa di peso da Cortellessa). Lontano da ogni esercizio di stile, lontano anche dall’ermetismo, e peggio ancora dal neorfismo con il quale era stato impropriamente etichettato, De Angelis ha lavorato sulla propria voce e ha costruito raccolte per oltre trentacinque anni fedele soltanto a sé stesso, fedele al proprio dettato (la parola dettato, si anticipa, non è stata scelta a caso).

Somiglianze, Millimetri, Terra del viso, Distante un padre, Biografia sommaria. La lettura di queste prime cinque raccolte di De Angelis pone il lettore di fronte a un dubbio: dov’è la progressione? È possibile tracciare un percorso, un’idea di movimento, una suggestione di avvicinamento verso un senso compiuto? Domande che si scontrano con versi in cui De Angelis ha incapsulato espressioni all’apparenza non passibili di perifrasi: Questo panico / in balìa della cultura / assomiglia sempre / a quello che pensa (sono versi tratti da ‘Ordine’, una poesia di Somiglianze). Gli occhi del lettore hanno rischiato di rimanere abbagliati da figure araldiche inesplicabili: questa / pioggia bucaniera nasce / e appena nasce / scardina la sua stessa figlia (da ‘Sorride un vivo’, compreso in Millimetri, la raccolta più breve e più fosca che De Angelis abbia finora scritto). Ancora, la testa del lettore ha dovuto più volte soffermarsi su aperture gnomiche impensabili per un autore poco più che ventenne: Sì, lo so, è un problema / amare tutto ed essere efficaci (incipit di ‘Lo scheletro del pesce’, di nuovo in Somiglianze).

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