N.C.


“Ci si abitua?”
“No, non ci si abitua. Ci sono delle regole da seguire.”

So di essere arrivato qualche minuto prima dell’ora accordata, credo verso le undici, poco prima delle undici. Ho lasciato all’esterno, in una nicchia di metallo, lo zaino, le chiavi, il telefono; ho scordato i fogli e mi sono riavvicinato alla nicchia per prendere alcuni fogli stampati, e una bottiglietta d’acqua. So di essere entrato alla fine, ho lasciato la carta d’identità (ho lasciato per due ore l’identità) e ho preso un badge con un codice di alcune cifre.

(“Qui devi immaginare, devi sapere che c’è la creme: etilisti, qualche recidivo. Furti per lo più, danni a cose. Ma non tutto qui dentro è quello che vedi. Queste sono persone interessate, ecco, che seguono altre attività, che sono in dirittura d’arrivo.”)

La biblioteca – di due stanze non piccole, con la sezione dei libri di poesia appena sfalsata davanti a me, sottile, verticale, precaria – rassicura e inganna. Si potrebbe essere qui come a piazza dell’Orologio. Fuori, oltre la cornice della finestra, c’è del verde, alcune tende e sedie (“Quello è uno dei punti di forza del Nuovo Complesso. Lì è possibile che i detenuti incontrino i parenti senza alcun controllo.”) e la giornata sembra essere buona. Prima della biblioteca ho percorso, accompagnato, quella che credo chiamino la piazza. Ci sono persone che camminano senza alcun peso apparente, senza ombre. Alcuni fumano. A tratti arriva l’odore della cucina. Funghi, credo, e frutti di mare; di certo un risotto. Odore di asilo, annoto. Annoto che non si è mai all’altezza delle proprie intuizioni, non ricordo chi l’abbia scritto.

Quando tutti si sono radunati nella sala più grande (hanno sgomberato il centro dai due o tre tavoli) c’è questa ellissi, si creano questi due fuochi tra me (l’ingombro dell’io che c’è ancora in queste parole, e per il quale mi scuso) e i detenuti. Tutto, tutto è pulito, ordinato. Provo a capire se ci sia una gerarchia tra le persone attorno a me, intuisco nei più taciturni un peso maggiore forse, vorrei intuire nel loro silenzio una presenza più attenta; concludo che quel silenzio sia dettato dalle regole che ignoro. Tutte le regole ad eccezione di una: “Eddai, vieni. Che t’importa se non hai messo la firma? Appena arriva chiediamo e…”, “No, no. Tu hai qualche mese, io devo stare qui altri due anni. No, no.”

Un bel dire che Omero, Omero o chi per lui, con tutta la sua cecità (come per compensazione) era comunque un collante. Attorno a lui, quasi tremila anni fa, c’era una comunità, e chi avesse voluto imparare a dare di spada o a pregare e offrire alla divinità nel modo giusto, avrebbe dovuto ascoltare i suoi versi e dentro quei versi la garanzia, il patto rinnovato ad ogni accento che tutto poteva essere imparato, messo a frutto e tramandato.

“Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia”, chiedo di leggere, e qualcuno legge, la lingua inciampa alle volte. “E qui”, dico, “Dante non è che fosse poi innamorato. Quella cosa della gentilezza e dell’onestà diventava poi un deflettore, qualcosa che sarebbe stato diretto verso Dio: dalla creatura al Creatore.” Ma “Solo et pensoso i più deserti campi vo mesurando a passi tardi e lenti” ha forse maggiore statuto di realtà. “Allora si chiamava accidia, quando uno sta a letto e non fa nulla, non sente nulla, non cerca nulla. Poi hanno cambiato nome, hanno trovato il nome più adatto a questa assenza da (di) sé, ed ecco la depressione.” Ecco che annuiscono.

E “Forse perché della fatal quiete tu sei l’imago, a me sì cara vieni, o sera!” continuo con loro che leggono. Aggiungo che Foscolo non è un cliché, che forse è stato un cliché romantico per un momento, ma ha avuto comunque una vita di lame e di viaggi, e dentro le sue cose poteva spuntare a volte Petrarca, ma i suoi versi erano tutti rotti, senza addentellature, e qualcosa si era rotto, e doveva (doveva? Cercava piuttosto di) essere ricostruito. C’è il buio che ricorda la morte, e nell’occhio cieco della morte c’è qualcosa che grida e impone una lotta. Perché quello che i poeti vedevano fuori era un riflesso di quanto intuivano all’interno di sé, e il paesaggio interiore era la bobina del paesaggio dell’anima (dello spirto guerrier), e certe volte rimaneva, luminoso e acuminato, a metà strada, come paesaggio verbale araldico, o buono come la madre, come la lingua della madre. Ma Zanzotto no, e nemmeno Montale, i bossi ligustri e gli acanti erano nominati da lui e sconosciuti adesso, per noi.

“Giudici”, rischio, “Giudici però era uno stronzetto”. E rischio questa cosa perché uno di loro, che ora dico essere Alessandro per dire un nome dei tanti, riesce a sbuffare e a dirmi che questa cosa della poesia non l’ha mai capita bene (“Figùrati io”, gli riconosco), e gli chiedo di leggere: “Ma che si viva o si muoia è indifferente, se private persone senza storia siamo, lettori di giornali, spettatori televisivi, utenti di servizi: dovremmo essere in molti, sbagliare in molti, in compagnia di molti sommare i nostri vizi, non questa grigia innocenza che ci tiene qui, dove il male è facile e inarrivabile è il bene.” “Giusto, questo è giusto, lo capisco. Ha ragione… Come si chiama? Giudici. Ha ragione Giudici” e sorride Alessandro. Dice che la poesia ora gli interessa (gli ho aggiunto che Pasolini, in quegli stessi anni, quaranta anni fa, diceva che la televisione aveva fallito dove si era ripromesso Manzoni: Pasolini, da una televisione, diceva che la televisione aveva creato la lingua italiana, e Giudici si era limitato a usare quella lingua imprestata, facendola planare a bassa quota, lasciando affiorare con stanchezza, o leziosità, qualche rima, come a fare il verso al bel canto, declinandolo in una smorfia), e mi dice che se mai finirò in carcere, che chieda di dividere la cella con lui.

E poi ci sono i bambini. Ci sono poi i bambini che hanno anche cinquanta, sessanta anni, e tra questi bambini che hanno cinquanta o sessanta anni c’era, e c’è ancora, Attilio Bertolucci; non sfuma, ha campiture sicure e forse anche leggere, non usa contorni né tratti, dà solo colore, è elementare. Il sole è un disco giallo che sorride, il cielo è talmente fermo da poterci camminare su. “Volete leggere quest’ultima?”, “Ma lascia che vadano in malora economia e sobrietà, si consumino le scorte della città e della nazione se il cielo offuscandosi, e poi schiarendosi per un sole più forte, ci saremo trovati là dove vita e morte hanno una sosta.”

Nel 1966 Celan si trovava nella clinica psichiatrica della Sorbona. Era pieno febbraio e appena qualche mese prima, a fine ottobre del 1965, si era comportato violentemente, e per fortuna senza alcuna conseguenza irrimediabile, con la moglie Gisèle per un’ultima volta. Poco più di trenta poesie, la cui metà per Gisèle. Nel 1966, ancora, Celan aveva avuto modo di dichiarare “non musicizzo più”. E nel piccolo e duro canzoniere ricavato anni dopo la sua morte e dal titolo Oscurato”, scritto tra i black out causati dagli choc ipoglicemici (con i quali all’epoca si pensava di azzerare le tare di un paziente) affiora questa cosa, tradotta da Dario Borso:

 

NON SCRIVERTI

tra i mondi,
imponiti alla varietà
dei significati,

confida nella scia di lacrime
e impara a vivere.

E la lezione della prima stesura recitava: impara a morire. L’ultima torsione ha permesso a Celan di vedere oltre il punto cieco. E mai come in questa circostanza pensavo di poter dare, almeno condividere, avendo poi soltanto ricevuto.

Queste note, scritte alcuni mesi dopo un incontro nel Nuovo Complesso di Rebibbia, sono state pubblicate nel blog Altri animali.

specchi, scritture, metamorfosi


download

 

Qualche venerdì fa sono stato all’I.C.A. Frantzel Celli. Ci sono andato per i Piccoli maestri. A differenza di quanto successo in altre occasioni, questa volta i ragazzi che hanno ascoltato e hanno partecipato all’incontro hanno anche scritto. E pare che Stevenson, allora, abbia mietuto altre vittime.

Se vi interessa sapere cosa hanno scritto Alice, Cassandra, Davide, Edoardo, Elisa, Ervin, Giulia, Monica, Valerio Lorenzo (e molti altri), provate ad andare qui.

Un ritorno


proci

Omero alla mano (Omero o chi per lui) i Proci erano centonove. I ragazzi che ho di fronte sono di meno (sessanta, forse settanta), ma sono più pericolosi. Meno diretti e minacciosi, ma di certo più pericolosi. Perché sanno cose. Sanno della guerra di Troia, conoscono l’ira di Achille (solo per averla letta o ascoltata, si capisce che per fortuna non l’hanno ancora vissuta). Conoscono mangiatori di Loto, e io provo a correggerli con un: Lotofagi. Conoscono l’episodio dell’accecamento di Polifemo. Qualcuno di loro (ma chi gli avrà dato la soffiata?) sa che a un certo punto della guerra tra Achei e Troiani, Enea carica padre e figlio, arriva da queste parti, sposa Lavinia e fonda Lavinium.

Io parlo, cerco di aggiungere qualcosa, loro alzano le braccia, piccoline e affusolate, che mi sembrano lance puntate contro di me. Se provo a opporre un: ‘Sì, ora parlo di Scilla, fatemi solo arrivare a…’ ecco che si fanno scudo con i loro sorrisi, e sono disarmato. Sono quaranta in meno dei Proci, ma incombono con le loro domande.

Però sì, poi qualcosa riesco a far passare: mi chiedono di leggere. Sono stufi delle mie parole e chiedono quelle di Omero. Ma chi era questo Omero, poi? “Un poeta!”. “Non proprio,” rispondo, “Perché vedete, non sappiamo nemmeno se sia esistito. Troppe isole se ne contendono la paternità. Dice che per certo, se era una sola persona, era un aedo, o un rapsodo.” Mi chiedono: “Uno che faceva rap?”

In una certa misura sì. Omero, o chi per lui, era uno che cuciva ampie tele di parole, e le accostava. “E un aedo?” Un aedo, uno che cantava, uno che ascoltava storie da altri, le prendeva, magari si accompagnava con uno strumento a corde. “La lira?” E sì. Sanno anche questo. Quindi non mi rimane che leggere. E qui è tutto un silenzio. Incrociano gambe e braccia (sono seduti per terra). Certi non resistono alla tentazione e parlano, forse di tutt’altro. Intanto continuo a leggere. Ho scelto il dodicesimo canto: ci sono Scilla, Cariddi, le Sirene. “Quelle belle?”, chiede uno di loro.

E mica tanto. Continuo a leggere e faccio notare che in nessun passaggio dell’Odissea Omero (o chi per lui) le descriva. Perché non è tanto il loro corpo ad attrarre, ma la loro voce. E non è tanto cosa dicono, non sono le parole, ma è davvero solo la voce che incanta, attira e lascia senza vita. E quindi sì, poco per volta si è ritornati alla dimensione dell’oralità. Un downgrade che non mi aspettavo affatto (stessa cosa è capitata a Vins, solo che lui stava nella biblioteca di Lanuvio, io nella palestra della scuola).

La voce, sì. Un pugno di pochi esseri (le Sirene venivano rappresentate parte pennute, parte donne) che con la loro voce per poco non mettevano in scacco Ulisse. Lo stesso Ulisse che (sì, aiutato da Atena) fa fuori oltre cento pretendenti. Ma è proprio qui che scatta la torsione: Ulisse è il lettore, le Sirene sono la storia. Ci si cade dentro, si rischia, spesso senza nemmeno avere tempo di accorgersene. Per quello che riguarda la tradizione, scritta, occidentale, succede da quanto? Da almeno duemila e settecento anni? Più o meno. Duemila e settecento anni di scrittura e di ascolto. Duemila e settecento anni in cui ogni viaggio tra le pagine riesce a diventare un ritorno. È successo a Lanuvio due settimane fa. È accaduto ancora adesso, mentre scrivevo queste parole.

Il report, scritto dopo un incontro con Vins Gallico in una scuola media di Lanuvio,  è stato pubblicato sul sito dei Piccoli maestri, su questa pagina. Il disegno dello scontro tra Ulisse e i Proci viene da questa narrazione per immagini dell’Odissea.

I Piccoli Maestri a “Libri come”


A-Roma-per-Libri-come-dal-13-al-16-marzo-2014

 

Il progetto dei Piccoli Maestri, una Scuola di lettura per Ragazzi, verrà presentato da Elena Stancanelli e Lorenzo Pavolini questo sabato, a “Libri come”:

Sabato 15 marzo – Ore 19 Officina 1
Libri Come – Auditorium Parco della Musica

Raccontare i romanzi a scuola
Incontro con Piccoli maestri, una scuola di lettura
Con Lorenzo Pavolini ed Elena Stancanelli

Su questa pagina trovate tutti i dettagli sugli incontri (anche passati).

Tutto comincia


Alcune note, scritte senza starci a pensare più di tanto, su un articolo di Marco Lodoli, del 2010, questo. Ringrazio Vanessa Roghi per la segnalazione.

Sì, gli insegnanti sembrano essere degli sconfitti sul piano economico e, di riflesso, sul piano sociale. Da questa cosa non si sfugge. E’ necessario farci i conti. Per la mia esperienza, dopo alcuni incontri fatti per i Piccoli Maestri, e dopo diverse occasioni meno ufficiali, più personali, mi sono accorto che forse il rapporto diretto, tra insegnante (o piccolo maestro) e alunno ( semplice ascoltatore) è  l’unica condizione che assicuri un ascolto, una ricezione del messaggio. Più si è, meno si trasmette. E questo al netto del disastro permanente in cui versano gli insegnanti e la scuola qui in Italia.

Sì, ancora, è vero: a chi interessa la poesia? Non dà visibilità né denaro, ha una funzione consolatoria ed è, nella migliore delle ipotesi, un precipitato di sentimentalismo. Un insegnante che parli di poesia è sconfitto due volte: per il ruolo che svolge, per l’argomento che tratta.

Ma è poi vero? Voglio dire: in Italia (per lo meno) scrivere versi ha smesso di dare notorietà (per non parlare di denaro, o collaborazione a riviste) da molto tempo; almeno dal ’78, a Castel Porziano. Poi, da lì, è stato tutto una slavina. E basta vedere le antologie di “giovani” poeti uscite negli ultimi tre anni per capire come non solo è difficile parlare di poesia, ma anche chi ne scrive, chi la scrive, patisce un’identità tutto sommato diafana, scontornata.

(Andare a capo? Scrivere così poco? E chi certifica la qualità dei testi? Ci vuole troppa carta per poche parole, bisogna conoscersi in tanti, scrivere in tanti. E perché poi? Cosa ne viene fuori? Se scrivo un romanzo e l’idea è buona, un buon editor me lo riassesta come si deve. Se scrivo versi, magari anche belli, ma non piacciono? Che faccio?) Ecco, però a me pare che proprio quando sembra non ci sia spazio, proprio quando tutte le strade siano state chiuse, suturate, è lì che bisogna far leva, produrre attrito. Ricordo ancora quanto sia stato difficile parlarne all’Aquila, lo scorso anno, insieme a Enrico Macioci e Alessandro Chiappanuvoli, di poesia. Quanti ne saranno stati di ragazzi? Cento? Almeno, sì. Ne avrò contati non più di dieci (ragazze, per lo più) attenti, ad ascoltare cose di e su Sanguineti e Rimbaud. Valgono loro dieci. Una percentuale anche piuttosto alta.

Troppo spesso si dimentica che nella letteratura (figuriamoci nella poesia) non si sceglie (di insegnare) ma si è scelti (da un ascoltatore, un pubblico, una platea, lo schermo del pc, la parete). Davvero in questi casi, e Montale l’ha scritto forse una volta per tutte, quando si tratta di attivare questa cosa dell’andare a capo e di trasmetterci dentro qualcos’altro a delle persone, davvero credo che “tutto comincia quando tutto pare incarbonirsi”.

Lodoli parla della scuola pubblica, certo, e dentro le sue parole ci sono anni di occhi e di visi. Molti meno occhi e visi di quanti io non ne abbia ancora visti, e ha ragione quando scrive: “Il nodo maestro-allievo è sciolto, spesso il ragazzo non si fida più di chi gli parla di poesia o di stelle in un tempo che ha accantonato ogni elemento che non sia immediatamente riconducibile al denaro”. Fotografa una realtà nera.

Ma è proprio qui che si riaprono i giochi, che devono essere riaperti. La poesia (la parola simbolica della poesia) è un attivatore di desiderio come poche altre forme di espressione. Il denaro dà coazione (basta leggersi uno qualsiasi degli ultimi romanzi di Walter Siti per capire come venga vissuto e mercificato il desiderio nel Vecchio Continente), ma la parola poetica è desiderante. Non accade sempre, ma accade. La feritoia, appunto, da attraversare; la difficoltà che produce senso.

Piccole e grandi storie a Grosseto


 

Di seguito, il report che ho scritto in occasione del convegno “Le storie siamo noi”, 6-7 settembre 2013. Lo stesso report è presente sul sito dei Piccoli Maestri.

Gustav Doré

Gustav Doré

In due giorni, il sei e il sette settembre, a Grosseto si è svolta la quarta edizione del convegno Le storie siamo noi. E quel “noi”, questa volta, grazie all’interessamento di Simone Giusti e Federico Batini (e molte altre persone che sarebbe lunghissimo elencare) ha incluso anche i Piccoli maestri.

Da quattro appuntamenti, uno ogni due anni, a Le storie siamo noi si sono messi in testa di raccontare di fare quella cosa che, con una parola chissà perché estremamente abusata nell’ultimo anno, viene chiamata: narrazione.

Ci si accorge allora di essere stati inviati insieme a professionisti che con le storie cercano di aiutare e ricostruire una identità individuale, a ricercatori che cercano di costruire storie per rinsaldare tessuti sociali sempre sul punto di smagliarsi, a docenti che tentano di modulare un racconto della cronaca più recente attraverso le immagini, ad altri docenti che tirano fuori dal cappello un vecchissimo racconto di Pio II (prima che diventasse Pio II, quando si chiamava ancora Andrea Silvio Piccolomini) intitolato Storia di due amanti per cercare di dimostrare che attraverso la storia d’amore tra Eurialo e Lucrezio poco per volta, nei decenni successivi, nella narrativa italiana la figura femminile poco per volta iniziava a farsi strada, cercando un proprio spazio di autonomia.

Ma un piccolo maestro che ci fa lì in mezzo? Noi finora siamo andati nelle scuole, continueremo a farlo. Continueremo a incontrare bambini, adolescenti, ragazzi.

A Grosseto la mia presenza è servita per due ragioni. La prima: raccontare cosa accade durante un incontro con i ragazzi, spiegando poi le ragioni e il fine per cui è nata l’associazione, quali modelli ha avuto, in cosa si distingue da altre realtà di volontariato. E fini qui, tutto bene. La seconda ragione, poi: provare a fare un incontro vero e proprio, con persone adulte non con ragazzi (persone, per lo più, dedite all’insegnamento) leggendo delle favole di Esopo e parlandone. Un sentiero piuttosto minato.

E qui accade il bello, perché ancora una volta, come accaduto all’Aquila oltre un anno fa, pensavo di dover essere io a raccontare, e per fortuna ho soprattutto ascoltato e imparato.

Tra le altre favole, abbiamo letto quella del leone, della volpe e del cervo. In sintesi: il leone è ammalato, e chiede alla volpe di procurargli del cibo. La volpe cerca di mettersi in tasca il cervo, di portarlo alla tana per darlo in pasto al leone. Una posizione terzista, quella della volpe, dalla scomodità urticante. Dopo alcuni tentativi andati a vuoto, il leone riesce a nutrirsi del cervo, la volpe fa proprio il cuore del cervo e se lo mangia.

Il bello sta (è stato) nella reazione, nel modo in cui questi tre personaggi hanno risuonato nelle sensibilità di chi ha ascoltato.

Abbiamo provato a riscrivere la favola per capire cosa sarebbe accaduto, quali confronti sarebbero stati accostati, messi in reazione. Tra tutte le riscritture, tra le primissime credo, è saltata fuori quella di Miriam che, incredibile a dirsi, è riuscita a rendere interessante, non dico umana, la figura della volpe. Ecco la sua riscrittura:

In difesa della volpe

 Certo, è stata un’azione crudele. Sì, lo so, adesso più di prima la mia fama sarà quella di un essere spregiudicata e falsa, che trama alle spalle degli altri.

Se penso a come mi guardava quel povero cervo quando gli ho dato a bere che sarebbe diventato re! Persino dopo che era stato ferito sono riuscita a convincerlo, contro ogni aspettativa, e a riportarlo al Leone  servendoglielo come un pasto prelibato, una delizia in grado di guarirlo dal languore che da tempo lo affliggeva!

Mi sono anche mangiata il suo cuore. “Il cuore! – direte voi, tutti pronti a puntare il dito – Quello che a te manca, Volpe!”. Ma vi sbagliate: è proprio perché ho cuore che ho agito così: non sopportavo di vedere il Leone, ciò che di più caro ho al mondo, soffrire e deperire giorno dopo giorno.

Quindi, giudici, a voi il verdetto: fu Astuzia o Amore a scrivere la mia storia?

Già, fu astuzia o amore? A me, per ora, rimane l’impressione che fino a quando un piccolo maestro si sorprende degli incontri, la strada sia quella giusta.

A cosa serve una poesia


Riporto il testo che ho scritto per il sito dei Piccoli maestri:

In occasione della Giornata Mondiale della Poesia, giovedì 21 marzo, Giuseppe Martellaed Enrico Macioci hanno partecipato come Piccoli Maestri all’eventolapoesiamanifesta!, organizzato a L’Aquila dall’Associazione Culturale Itinerari Armonici, che ringraziamo nuovamente per l’invito. Durante la manifestazione, Giuseppe ed Enrico hanno incontrato un gruppo di studenti del Liceo Scientifico Domenico Cotugno, a cui hanno proposto i versi di Edoardo Sanguineti ed Arthur Rimbaud. A distanza di qualche giorno, Giuseppe ci racconta come è andata.

Saranno un centinaio. Siedono sui banchi di una sala che si alza su scaloni, come un anfiteatro messo dentro una scatola di cemento; una scatola dentro una struttura antisismica. A separarci c’è un microfono (che amplifica e allontana la voce), e per diminuire la distanza ci sono alcuni libri. Libri non facili. Enrico ha portato con sé una copia delle Poesie di Rimbaud. Legge e commenta dei testi che Rimbaud ha scritto quando aveva la stessa età di questa ragazzi. Non più di diciassette, diciotto anni.

È il primo incontro in cui parlo di poesia davanti a delle persone. È la prima volta che dei ragazzi ascoltano poesie (nel mio caso, poesie scritte da Edoardo Sanguineti) lette forse in modo diverso da quanto gli sia capitato finora a lezione. E la distanza si percepisce. Anche perché Sanguineti non usava rime, non andava a capo dopo undici sillabe. Quando pubblicò le prime cose, sembrò piuttosto che scrivesse versi per dissacrare l’idea che fino ad allora si aveva della poesia.

Leggo una cosa di Montale, La casa dei doganieri, e cerco di avvicinare questi ragazzi. Dopo la lettura, e dopo avere letto altre cose di Sanguineti, chiedo a cosa serva, in fondo, scrivere poesie. E leggerle.  Non rispondono; non sanno rispondere sembra. Allora chiedo se hanno un accendino, e gli chiedo poi a cosa serva. Rispondono: per accendere una sigaretta. Chiedo ancora a cosa serva una poesia, perché a qualcosa servirà pure. Provo ad aiutarli dicendo che per Montale la poesia ha come pregio l’innocenza: è innocente, innocua, non fa danno.

E forse qualche pensiero l’ho intercettato, perché una ragazza chiede di parlare, si alza, prende il microfono e dice che no, che per lei scrivere versi serve a qualcosa: serve a parlare a se stessa quando non riesce a farlo con nessun altro. Dice che certe volte l’unico modo che ha per comunicare è scrivere dei versi. E chiude il suo intervento dicendo che non ha ancora trovato il coraggio di leggere ad alta voce, ad altre persone, i versi che ha scritto finora.

Chiedo allora che cosa distingua questo tipo di comunicazione da un romanzo, o da un referto medico, da un manuale. E mi rispondono, in molti: la rima. È la rima che fa capire che si tratta di una poesia. E se non c’è la rima? Mi rispondono dicendo che si capisce lo stesso che si tratta di una poesia perché si trova comunque del ritmo, che c’è qualcosa che scandisce le frasi e le fa diventare ritmo. Non me la faccio sfuggire l’occasione e chiedo cosa dia, nei nostri corpi, il ritmo, se c’è un organo che scandisce un po’ tutte le funzioni di tutti gli altri organi che abbiamo tra la testa e la pancia. Rispondono il cuore.

Siamo arrivati: il cuore. Questa città sembra averlo perso quattro anni fa. Gli occhi di questi ragazzi, di queste ragazze, raccontano storie che non so se siano state davvero mai ascoltate negli ultimi quattro anni. Ed essere stati con loro, per me e di certo anche per Enrico, penso abbia significato credere nella possibilità di dare loro uno strumento reale per ascoltarsi, e per raccontarsi. Sembra che in questi ultimi quattro anni L’Aquila si sia ripiegata nella sua memoria. Le risposte che i ragazzi e le ragazze mi hanno dato mi fanno pensare, adesso, che forse questa città ha anche una memoria di futuro.