N.C.


“Ci si abitua?”
“No, non ci si abitua. Ci sono delle regole da seguire.”

So di essere arrivato qualche minuto prima dell’ora accordata, credo verso le undici, poco prima delle undici. Ho lasciato all’esterno, in una nicchia di metallo, lo zaino, le chiavi, il telefono; ho scordato i fogli e mi sono riavvicinato alla nicchia per prendere alcuni fogli stampati, e una bottiglietta d’acqua. So di essere entrato alla fine, ho lasciato la carta d’identità (ho lasciato per due ore l’identità) e ho preso un badge con un codice di alcune cifre.

(“Qui devi immaginare, devi sapere che c’è la creme: etilisti, qualche recidivo. Furti per lo più, danni a cose. Ma non tutto qui dentro è quello che vedi. Queste sono persone interessate, ecco, che seguono altre attività, che sono in dirittura d’arrivo.”)

La biblioteca – di due stanze non piccole, con la sezione dei libri di poesia appena sfalsata davanti a me, sottile, verticale, precaria – rassicura e inganna. Si potrebbe essere qui come a piazza dell’Orologio. Fuori, oltre la cornice della finestra, c’è del verde, alcune tende e sedie (“Quello è uno dei punti di forza del Nuovo Complesso. Lì è possibile che i detenuti incontrino i parenti senza alcun controllo.”) e la giornata sembra essere buona. Prima della biblioteca ho percorso, accompagnato, quella che credo chiamino la piazza. Ci sono persone che camminano senza alcun peso apparente, senza ombre. Alcuni fumano. A tratti arriva l’odore della cucina. Funghi, credo, e frutti di mare; di certo un risotto. Odore di asilo, annoto. Annoto che non si è mai all’altezza delle proprie intuizioni, non ricordo chi l’abbia scritto.

Quando tutti si sono radunati nella sala più grande (hanno sgomberato il centro dai due o tre tavoli) c’è questa ellissi, si creano questi due fuochi tra me (l’ingombro dell’io che c’è ancora in queste parole, e per il quale mi scuso) e i detenuti. Tutto, tutto è pulito, ordinato. Provo a capire se ci sia una gerarchia tra le persone attorno a me, intuisco nei più taciturni un peso maggiore forse, vorrei intuire nel loro silenzio una presenza più attenta; concludo che quel silenzio sia dettato dalle regole che ignoro. Tutte le regole ad eccezione di una: “Eddai, vieni. Che t’importa se non hai messo la firma? Appena arriva chiediamo e…”, “No, no. Tu hai qualche mese, io devo stare qui altri due anni. No, no.”

Un bel dire che Omero, Omero o chi per lui, con tutta la sua cecità (come per compensazione) era comunque un collante. Attorno a lui, quasi tremila anni fa, c’era una comunità, e chi avesse voluto imparare a dare di spada o a pregare e offrire alla divinità nel modo giusto, avrebbe dovuto ascoltare i suoi versi e dentro quei versi la garanzia, il patto rinnovato ad ogni accento che tutto poteva essere imparato, messo a frutto e tramandato.

“Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia”, chiedo di leggere, e qualcuno legge, la lingua inciampa alle volte. “E qui”, dico, “Dante non è che fosse poi innamorato. Quella cosa della gentilezza e dell’onestà diventava poi un deflettore, qualcosa che sarebbe stato diretto verso Dio: dalla creatura al Creatore.” Ma “Solo et pensoso i più deserti campi vo mesurando a passi tardi e lenti” ha forse maggiore statuto di realtà. “Allora si chiamava accidia, quando uno sta a letto e non fa nulla, non sente nulla, non cerca nulla. Poi hanno cambiato nome, hanno trovato il nome più adatto a questa assenza da (di) sé, ed ecco la depressione.” Ecco che annuiscono.

E “Forse perché della fatal quiete tu sei l’imago, a me sì cara vieni, o sera!” continuo con loro che leggono. Aggiungo che Foscolo non è un cliché, che forse è stato un cliché romantico per un momento, ma ha avuto comunque una vita di lame e di viaggi, e dentro le sue cose poteva spuntare a volte Petrarca, ma i suoi versi erano tutti rotti, senza addentellature, e qualcosa si era rotto, e doveva (doveva? Cercava piuttosto di) essere ricostruito. C’è il buio che ricorda la morte, e nell’occhio cieco della morte c’è qualcosa che grida e impone una lotta. Perché quello che i poeti vedevano fuori era un riflesso di quanto intuivano all’interno di sé, e il paesaggio interiore era la bobina del paesaggio dell’anima (dello spirto guerrier), e certe volte rimaneva, luminoso e acuminato, a metà strada, come paesaggio verbale araldico, o buono come la madre, come la lingua della madre. Ma Zanzotto no, e nemmeno Montale, i bossi ligustri e gli acanti erano nominati da lui e sconosciuti adesso, per noi.

“Giudici”, rischio, “Giudici però era uno stronzetto”. E rischio questa cosa perché uno di loro, che ora dico essere Alessandro per dire un nome dei tanti, riesce a sbuffare e a dirmi che questa cosa della poesia non l’ha mai capita bene (“Figùrati io”, gli riconosco), e gli chiedo di leggere: “Ma che si viva o si muoia è indifferente, se private persone senza storia siamo, lettori di giornali, spettatori televisivi, utenti di servizi: dovremmo essere in molti, sbagliare in molti, in compagnia di molti sommare i nostri vizi, non questa grigia innocenza che ci tiene qui, dove il male è facile e inarrivabile è il bene.” “Giusto, questo è giusto, lo capisco. Ha ragione… Come si chiama? Giudici. Ha ragione Giudici” e sorride Alessandro. Dice che la poesia ora gli interessa (gli ho aggiunto che Pasolini, in quegli stessi anni, quaranta anni fa, diceva che la televisione aveva fallito dove si era ripromesso Manzoni: Pasolini, da una televisione, diceva che la televisione aveva creato la lingua italiana, e Giudici si era limitato a usare quella lingua imprestata, facendola planare a bassa quota, lasciando affiorare con stanchezza, o leziosità, qualche rima, come a fare il verso al bel canto, declinandolo in una smorfia), e mi dice che se mai finirò in carcere, che chieda di dividere la cella con lui.

E poi ci sono i bambini. Ci sono poi i bambini che hanno anche cinquanta, sessanta anni, e tra questi bambini che hanno cinquanta o sessanta anni c’era, e c’è ancora, Attilio Bertolucci; non sfuma, ha campiture sicure e forse anche leggere, non usa contorni né tratti, dà solo colore, è elementare. Il sole è un disco giallo che sorride, il cielo è talmente fermo da poterci camminare su. “Volete leggere quest’ultima?”, “Ma lascia che vadano in malora economia e sobrietà, si consumino le scorte della città e della nazione se il cielo offuscandosi, e poi schiarendosi per un sole più forte, ci saremo trovati là dove vita e morte hanno una sosta.”

Nel 1966 Celan si trovava nella clinica psichiatrica della Sorbona. Era pieno febbraio e appena qualche mese prima, a fine ottobre del 1965, si era comportato violentemente, e per fortuna senza alcuna conseguenza irrimediabile, con la moglie Gisèle per un’ultima volta. Poco più di trenta poesie, la cui metà per Gisèle. Nel 1966, ancora, Celan aveva avuto modo di dichiarare “non musicizzo più”. E nel piccolo e duro canzoniere ricavato anni dopo la sua morte e dal titolo Oscurato”, scritto tra i black out causati dagli choc ipoglicemici (con i quali all’epoca si pensava di azzerare le tare di un paziente) affiora questa cosa, tradotta da Dario Borso:

 

NON SCRIVERTI

tra i mondi,
imponiti alla varietà
dei significati,

confida nella scia di lacrime
e impara a vivere.

E la lezione della prima stesura recitava: impara a morire. L’ultima torsione ha permesso a Celan di vedere oltre il punto cieco. E mai come in questa circostanza pensavo di poter dare, almeno condividere, avendo poi soltanto ricevuto.

Queste note, scritte alcuni mesi dopo un incontro nel Nuovo Complesso di Rebibbia, sono state pubblicate nel blog Altri animali.