La parola notturna


Di seguito, alcune note stese dopo la lettura di Rimbaud, breve e acuto saggio scritto da Stefano Agosti, uscito nella fine dello scorso anno per il Saggiatore. Le note sono state pubblicate inizialmente sul “primo amore“.

agosti_-_rimbaud_-_saggiatoreL’irriducibilità di Rimbaud sembrerebbe essere rientrata nei ranghi. Ci si scorda di come un adolescente di provincia riuscisse a scrivere temi e brevi dissertazioni nella propria madre lingua, il francese, per poi volgere gli stessi temi in greco e in latino, per poi diventare figlio di tutte e lingue che avrebbe incontrato lungo il proprio percorso fino in Abissinia; fino a diventarne zoppo. Letteralmente, fisiologicamente.

Un altro simbolista, arrivato al deragliamento per via di metodo, quasi per selvaggia inerzia, era in grado di scrivere in latino, ed era più vicino a noi. E certamente Pascoli si sarà sentito in felice debito nel passaggio alla versificazione dalla lingua di Virgilio a quella di Dante.

Eppure con Rimbaud rimane la sensazione di avere tra i piedi uno scandalo. Di nuovo, alla lettera: una pietra d’inciampo che all’uscita della primissima antologia dell’epoca, Poètes Maudits, pubblicata in volume nel 1884 (per le cure di Verlaine quando Rimbaud, ormai stanco delle pastoie occidentali, si era improvvisato trafficante, esploratore e forse anche investigatore in Abissinia), aveva dato ai lettori più accorti le prove di genio di un ragazzino. Ma quanti di loro sapevano che Arthur aveva lasciato che le sue cinquecento copie di Une saison en enfer ammuffissero a Bruxelles, essendo lui colpevole di non aver saldato il conto per la stampa? E si era nel 1873. Dieci anni prima dell’avventura, l’ultima, africana.

Presenza differita quella di Rimbaud, che nella Saison aveva mandato a carte quarantotto la tanto vissuta, e solo in un secondo momento trascritta in versi, poetica del veggente. In poco più di dieci anni, la faretra del più dotato figlio di Apollo aveva esaurito tutte le frecce, ma solo per mancanza di bersagli, tutti centrati.

Verrebbe quindi la necessità di dare ragione a Valéry, che ebbe modo di dire come nella vicenda di Rimbaud i versi sembrino essere un abbagliante incidente di percorso, durato giusto tre anni, lungo una esistenza di appena trentasette anni. (Che Baudelaire sia stato suo malgrado ancora più veggente del ragazzino arruffato di Charleville? Rimbaud oramai azzoppato, prima a Marsiglia e poi a Roche, forse deve ricordarci un albatros che non ha voluto amare l’ampiezza del proprio volo e si è ritrovato incapace di camminare, fino a morirne? E in tal caso il suo corpo si rivelato correlativo oggettivo dei suoi versi prima di ogni poetica buia del Novecento).

In questo percorso accidentato da troppi punti di fuga, Stefano Agosti si è incaricato di passare al setaccio, con una competenza talmente raffinata da apparire stregonesca, due testi: la ormai antologica Voyelles e la disturbante “Est-elle almée?” , che datano 1871 e 1872.

L’accostamento tra suoni e colori non era nuovo, e certamente a Rimbaud l’immediato suggerimento era arrivato dal pianista Ernest Cabaner (e per pura combinazione l’anno della stesura di Voyelles fu lo stesso anno di nascita di Skrjabin, che a latitudini diametralmente opposte avrebbe in seguito combinato colori e tasti di un pianoforte). Ma con Rimbaud la facilità del dettato si traduce sempre in una complessa azione di scandaglio critico, e gli strumenti posti in uso da Agosti, dalla lingua greca fino alla etimologia, arrivano a illuminare di una luce a tutti gli effetti inedita questo giocoso e serissimo sonetto.

Violentando la minuzia di Agosti, la cui analisi per la verità non si limita a queste due sole poesie ma si irradia verso altre schegge di scrittura, in Voyelles Rimbaud avrebbe messo in scena, e in modo forse più grandguignolesco di quanto non sembri ad una prima lettura, la sua personale cosmogonia. Alfa e Omega, nero e violetto sono i due estremi cromatici nel cui arco – che include il rosso come correlato del sangue (quindi del veicolo di vita) e il verde, interpretato come principio cosmico – c’è l’àphodos, l’escremento. Agosti arriva a questa conclusione portando a testimoni alcuni versi poi espunti dalla Saison en enfer: Le soleil solverai donnait une merde au centre de la terre. Il collante dell’àphodos, la cui prima lettera conserva il senso d’inizio dell’alfa greca, ci arriva direttamente dal verbo bombinent, altro grecismo della lingua francese che indica con esattezza il ronzare degli insetti.

Si intercetta questo dettaglio fondamentale in chiusura della prima quartina del sonetto, quando le mosche splendono del loro corsetto scuro, e ronzano intorno a fetori crudeli.

Lo sterco assurto a principio cosmico? Con una manciata di etimi, Agosti vuole ricordarci come non sia mai il caso di fidarci delle parole di un poeta. Rimbaud, ancora nella Saison, si era dipinto come un discendente dei Galli, di una razza inferiore, goffo nel combattere e dal cervello stretto. Scherno o autodenigrazione? Scherzo o ferocia?

Una delle cosmogonie orfiche, una delle tante, assegna all’acqua e al fango (hýdor e hilýs) il ruolo dei due elementi naturali da cui si sarebbe condensata la Terra. Dobbiamo questa ipotesi al Discorso sul divino, per mano di Ieronimo e Ellanico (la datazione è incerta, oscilliamo tra il I e il III secolo dopo Cristo). Insomma la terra, o il fango da cui siamo stati plasmati; ma rovesciati, dentro questa creazione carnevalesca, in sterco. Rimbaud non compie l’errore di voltarsi, come fu destino per Orfeo; non va a capo, non è interessato al senso. Va avanti, continua ad essere differito.